I bombardamenti della NATO sulla Ex Jugoslavia. Le azioni orrende alle quali ha partecipato anche il nostro paese.
I bombardamenti della NATO sulla Ex Jugoslavia. Le azioni orrende alle quali ha partecipato anche il nostro paese.
di Laura
Tussi
I
bombardamenti della NATO sulla Ex Jugoslavia cominciano il 24 marzo del 1999. È
l’esordio della “guerra umanitaria” e “democratica” e delle “bombe
intelligenti” e dei “danni collaterali”, in un ossimoro offensivo che
dimostrerà soltanto una nuova teorizzazione e tipologia di guerra, un conflitto
motivato ufficialmente da ragioni etiche e umanitarie, che solleva problemi e
tragedie enormi. La NATO, costituita nel 1949, entra nella seconda fase della
sua storia, avendo appena approvato, nell’aprile del 1999, il nuovo Concetto
Strategico del cinquantennale, proponendosi come strumento globale dell’ordine
“occidentale”.
L’organizzazione
militare integrata del Patto Atlantico, il suo braccio armato, ed armato
nuclearmente, all’inizio formalmente difensivo, ora si intesta il diritto di
intervenire dentro e fuori i suoi vecchi confini istituzionali (l’area
euroatlantica), anche senza mandato dell’Onu e per un ampio “spettro” di
motivi, ovunque e in qualunque occasione ritenga minacciate la stabilità e la
sicurezza dei Paesi membri (ad es. inserendo tra gli “interessi vitali” la
garanzia della continuità dei flussi energetici).
“Carovane
per Sarajevo”, libro abilmente e appassionatamente scritto dall’amico Francesco
Pugliese, vuole essere una narrazione collettiva, un promemoria di denuncia
relativo alle guerre contro i civili, alla dissoluzione della Ex Jugoslavia, al
ruolo dei pacifisti e dell’Onu dal 1990 al 1999. Il libro si prefigge
l’obiettivo di far diventare realtà l’utopia dell’abolizione della guerra:
“fuori la guerra dalla storia”, la chimera della risoluzione pacifica e
nonviolenta dei conflitti.
Il tarlo del
nazionalismo ha aperto brecce nella società jugoslava, abituata, nel corso
della storia, alla convivenza pacifica tra popoli intrecciati, mescolati e
meticciati, causando l’assedio di Sarajevo, città simbolo di convivenza, che
diviene al contrario emblema della tragedia jugoslava. Il genocidio di
Srebrenica vede gli orrori e la ferocia di una guerra in cui l’Onu ha abdicato
al suo ruolo risolutivo contro il dilagare dell’immane conflitto. Ma, in
risposta a tutto questo, l’impegno del volontariato e del mondo del pacifismo
italiano nel dramma jugoslavo fu multiforme, con numerose iniziative,
gemellaggi, supporti e aiuti umanitari, progetti attivati, organismi impegnati,
azioni di promozione del dialogo tra belligeranti e di solidarietà per i diritti
umani, con il sostegno agli sfollati e la riunione di famiglie divise dai
fronti, al fine di scardinare il perverso e terrificante meccanismo di odio e
distruzione. La Milano, capitale della Resistenza, chiese che cessassero i
bombardamenti, di cui le prime vittime sono le incolpevoli popolazioni civili
di Belgrado e di tutte le città serbe.
Un appello
contro i bombardamenti venne lanciato anche da Marzabotto. Da alcuni organismi
e personalità furono depositate alle procure denunce per il Presidente del
Consiglio D’Alema, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione, con
l’adesione del celebre prete di strada Don Andrea Gallo. Tino Casali,
Presidente dell’ANPI provinciale di Milano e del Comitato Antifascista,
illustrò il documento per la grandiosa manifestazione del 16 aprile del 1999,
che invocò ancora trattative, per la risoluzione della tragica crisi del
Kosovo, per far cessare i massacri di carattere etnico, i bombardamenti e
l’esodo dei profughi. Innumerevoli furono gli appelli e le prese di posizione
anche di grandi nomi della cultura tra cui Dario Fo, Don Luigi Ciotti e il
regista Salvatores. Da non dimenticare, infine, la marcia Perugia-Assisi
straordinaria del 16 maggio 1999, contro i bombardamenti Nato e contro
Milosevic.
Le Nazioni
Unite sono nate per eliminare il flagello dei conflitti armati dall’umanità.
Nella guerra jugoslava, si è voluto relegare l’Onu, da parte della NATO, ad un
ruolo marginale, esautorandolo, cercando la sua copertura, per far accettare
all’opinione pubblica interessi inconfessabili e decisioni prese dall’alto, dai
poteri forti, dalle multinazionali e bisognosi di legittimazione. Proprio i
pacifisti sono stati sostenitori convinti della necessità di un rafforzamento
dell’Onu, perché l’appello di Albert Einstein necessita di camminare su idee
concrete: “La guerra non si può umanizzare, bisogna soltanto abolirla”.
Laura Tussi
Pubblichiamo
la ricostruzione di quel primo bombardamento trasmessa dalla Radio Svizzera
Italiana.
Le sirene
d’allarme, i bagliori delle fiamme che squarciano il buio insieme al suono
raggelante delle esplosioni. È la sera del 24 marzo 1999 e su Belgrado (Serbia)
iniziano a piovere bombe. È scattata l’operazione Allied Force della NATO. In
quell’istante, insieme all’odore acre, scatenato dagli ordigni e dai palazzi
che crollano, chi assiste alla distruzione comincia ad avvertire una nausea. Sa
che tornerà ancora l’odore della morte. In quel preciso istante si ritrova
catapultato, per l’ennesima volta, nell’orrore, in un passato che credeva (e
sperava) sepolto.
L’idea del
ritorno di una guerra in Europa sembrava impossibile, invece questa è già la
seconda azione militare dell’Alleanza Atlantica su territori dell’ex Jugoslavia
(la prima, sotto il nome di operazione Deliberate Force, in Bosnia ed
Erzegovina, era stata condotta dal 30 agosto al 20 settembre 1995). I
bombardamenti fanno seguito al ritorno degli altri spettri lugubri della
Seconda guerra mondiale: la pulizia etnica, i massacri, gli stupri.
La sera del
24 marzo 1999 l’incubo, dunque, torna a materializzarsi. I cacciabombardieri
sono decollati dalla base di Aviano, nel Friuli-Venezia Giulia. L’ordine lo ha
impartito Javier Solana, ai tempi segretario della NATO (costituita da USA,
Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Canada, Spagna, Portogallo, Danimarca,
Norvegia, Turchia, Paesi Bassi e Belgio). Il comandante in capo dell’Alleanza
Atlantica era allora il generale statunitense Wesley Clark.
I raid
contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milosevic si concludono
solo dopo 78 giorni, il 9 giugno. Il giorno prima lo Stato Maggiore serbo,
persa la guerra, non ha altra scelta che firmare l’accordo di Kumanovo sul
ritiro dal Kosovo (che era parte della Repubblica Federale di Jugoslavia).
Il 12 giugno
arrivano le truppe della Kosovo Force (KFOR) composte, tra gli altri, da
soldati statunitensi, tedeschi, italiani, francesi, turchi. Non mancano gli
svizzeri. Dal 1999, infatti, l’esercito elvetico partecipa con Swisscoy alla
missione internazionale per promuovere la pace in Kosovo, un impegno che si
basa sulla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Le
vittime e la devastazione
Sotto la
pioggia martellante di ordigni sganciati in 2’300 attacchi aerei durante tutta
l’operazione NATO, diretti contro obiettivi militari (ma anche civili),
avrebbero perso la vita almeno 2’500 persone (tra queste 89 bambini), altre
12’000 rimangono ferite (Human Rights Watch stima fra 489 e 528 il numero di
civili uccisi dai soli bombardamenti). I profughi vengono stimati tra 700’000 e
1 milione. Oltre al numero dei morti causati dai bombardamenti dell’alleanza
Atlantica, vanno aggiunti anche quelli dei massacri: da un lato compiuti dai
serbi e dall’altro dai guerriglieri albanesi dell’UCK (Esercito di liberazione
del Kosovo). Secondo stime, sulle quali non vi sono certezze, in Kosovo furono
uccisi più di 13’000 civili, di cui circa 10’000 albanesi e circa 2’000 serbi.
Migliaia i dispersi.
Oltre agli
obiettivi militari, finiscono nel mirino dei caccia NATO anche infrastrutture
civili: vengono distrutti, tra l’altro, 82 ponti, 14 centrali termoelettriche,
13 aeroporti, 20 stazioni ferroviarie, 148 edifici, 121 fabbriche. Danneggiati
300 edifici scolastici, ospedali e istituzioni statali. Vengono interrotte le
telecomunicazioni (colpita anche la sede della televisione pubblica serba, 16
morti). I danni materiali vengono stimati in 100 miliardi di dollari.
Tra i tanti,
tristi, episodi che vengono ricordati ci sono quelli del 1 maggio (47 civili
uccisi su un bus, centrato mentre attraversa un ponte), dell’8 maggio (3 morti
nell’ambasciata cinese colpita a Belgrado, episodio che scatenerà tensioni
internazionali), del 13 maggio (a causa della NATO vengono uccise 60 persone –
i feriti sono 80 – nel villaggio kosovaro di Korisa: l’Alleanza Atlantica
accusa i serbi di aver usato i civili come scudi umani).
Una
guerra senza mandato ONU
I raid NATO
dell’operazione Allied Force vengono decisi senza mandato ONU (manca
l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite), cosa che
scatena polemiche sulla legittimità dell’intervento militare. La Serbia li
definisce un’aggressione illegale, ma secondo i leader alleati i bombardamenti
sono necessari: servono a spingere Belgrado alla trattativa (dopo il rifiuto
serbo di firmare il piano di pace per il Kosovo, proposto a Rambouillet), a
contrastare lo spostamento forzato della popolazione del Kosovo (all’epoca
parte della Repubblica federale di Jugoslavia), a fermare la politica di
repressione e pulizia etnica avviata dal leader serbo Slobodan Milosevic. In
particolare la causa scatenante della reazione dell’Alleanza Atlantica viene
fatta risalire a quanto accaduto il 15 gennaio 1999 a Racak, località a sud di
Pristina, nell’ambito della guerra del Kosovo. Qui la parte kosovara denuncia
un massacro di civili innocenti (una quarantina di persone di etnia albanese),
da parte dei serbi. La comunità internazionale non accetta la versione di
Belgrado, secondo cui, invece, le persone uccise sono guerriglieri
indipendentisti albanesi dell’UCK (che aveva iniziato a compiere violenze
contro la popolazione di etnia serba già dal 1995), un’organizzazione
terroristica secondo la Serbia.
Oggi, 25
anni dopo, la posizione della Serbia su quella che ritiene una “aggressione
illegale”, rimane la stessa. Il 25 marzo 2024 una seduta del Consiglio di
sicurezza dell’ONU sarà dedicata all’anniversario. Il ministro degli esteri
serbo, Ivica Dacic, intende spiegare alla comunità internazionale la posizione
di Belgrado sui bombardamenti NATO. Il ministro ribadisce che si trattò di una
“aggressione illegale, decisa senza mandato dell’ONU, che segnò l’inizio della
violazione del diritto internazionale e del principio di rispetto della
sovranità e integrità territoriale degli Stati”, alludendo alla successiva
proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo. Dacic, inoltre,
ha detto di non credere a un ravvedimento dei Paesi che parteciparono ai
bombardamenti o a una loro richiesta di scuse. La cosa importante – ha detto –
è che si ascolti la versione e la verità della parte serba.
Per il
regista serbo Emir Kusturica, dopo i bombardamenti NATO del 1999 sul loro
Paese, i serbi odiano l’Alleanza Atlantica. “Il nostro popolo li odia. Per noi
la NATO commise un crimine che non si può dimenticare”, ha detto il regista in
occasione dell’anniversario al quotidiano moscovita Izviestija. “Penso che si
trattò di una decisione strategica. L’Unione Sovietica si era dissolta, e i
Paesi NATO volevano mostrare all’Europa chi era il padrone”, ha aggiunto
Kusturica, noto per posizioni a sostegno del nazionalismo serbo.
Intanto a
Belgrado alcuni enormi edifici, sedi del Ministero della Difesa e dello Stato
Maggiore, colpiti nel centro della capitale nel 1999, sono stati volutamente
lasciati in macerie, per ricordare i bombardamenti subiti quel lontano 24 marzo
1999.
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