Intervento di Ascanio Bernardeschi alla iniziativa promossa dall'Arci a sostegno dei Referendum sul lavoro
Ringrazio L'Arci per l'invito e la
sensibilità dimostrata nell'organizzare questa iniziativa.
Nonostante i loro limiti i referendum
dell’8-9 giugno costituiscono un’occasione per riportare al centro i diritti
dei lavoratori, nonostante i loro limiti.
Le condizioni dei lavoratori sono
enormemente peggiorate negli ultimi decenni.
Assistiamo non più solo a disoccupati poveri ma anche il 10%
degli occupati è povero.
Idem il 17% degli atipici, CoCoCo,
CoCoPro, false partite IVA, part time.
Molti lavoratori e pensionati hanno
assegni sotto i mille euro.
Le diseguaglianze crescono.
Precarietà:
In Italia, il 15% dei contratti è
a termine (dati OECD 2023), con oltre 5 milioni di lavoratori atipici
(ISTAT 2022).
Purtroppo la strada della legge
Biagi è stata aperta dal governo di centrosinistra guidato da Prodi (Pacchetto
Ttreu) e il colpo dio grazia lo ha dato un altro governo di centrosinistra Jobs
Act (2014) che ha incentivato i contratti a termine ed eliminato il reintegro
nel caso di licenziamento senza giusta causa.
Nel 1992 si è verificato il taglio
della scala mobile con il consenso dei sindacati confederali
Secondo il rapporto della Banca
d'Italia del 2011 i salari hanno perso il 30% del potere d'acquisto dal
1990 al 2020.
Il sistema pensionistico è passato
dal sistema retributivo (basato sull’ultimo stipendio) a quello contributivo
(riforma Dini, 1995; Fornero, 2011). Anche in questo caso i sindacati
confederali non hanno obiettato.
Oggi un lavoratore con 40 anni di
contributi riceverà il 40% in meno rispetto al sistema retributivo.
Stima rilevabile dai dati INPS sul calcolo pensionistico 2023.
L'accordo sula rappresentanza del
2011 ha marginalizzano le sigle sindacali che non sottoscrivono i contratti di
lavoro. Si tratta di una lesione alla democrazia nei luoghi di lavoro.
Oggi è stato restaurato un capitalismo
di puro comando.
La proprietà ordina e le
lavoratrici e i lavoratori eseguono senza disturbare.
Vale ora per tutti i subordinati, di
diritto o di fatto, dagli operai agli ingegneri stipendiati, dai commessi alle
finte partite Iva.
Questa logica pervade ormai pezzi
importanti del settore pubblico.
Per esempio i precari della scuola
o chi lavora alle gestioni in appalto.
Dove la sicurezza è stata messa
fuori dalla porta.
E non hanno ragione gli economisti
che vedono un legame fra approfondimento della subordinazione del lavoro e
sviluppo.
Nello stesso periodo in cui venivano colpiti i diritti
del lavoro, la produttività e le retribuzioni registravano un netto
peggioramento.
Dall’inizio del secolo in Italia la
produttività per ora lavorata è cresciuta di appena 2,7 punti e il potere
d’acquisto delle retribuzioni è caduto di 5,4 punti.
L'attacco al costo del lavoro poteva
avere una sua logica quando buona parte della produzione era rivolta all'export
(necessità di essere competitivi nei costi). Con i dazi ecc. occorre pensare di
più alla domanda interna e allora servono retribuzioni in grado di comprare.
Va fatta una considerazione anche sui
cambiamenti in atto negli equilibri mondiali.
L'intensificazione dello sfruttamento
del lavoro aveva una sua logica in un modello prevalentemente orientato
all'export, per poter competere nei mercati internazionali.
Ma la questione dei dazi sta
dimostrando che questo modello non può più continuare.
Gli Usa, fortemente indebitati con
l'estero non possono più continuare a essere la spugna che assorbe la
sovrapproduzione mondiale e quindi bisogna pensare a sbocchi interni per
i quali è necessario un lavoro dignitosamente retribuito e non salari da fame.
Anche la contabilità dei morti sul
lavoro non migliora: negli anni del conflitto sindacale le vittime sul
lavoro si erano dimezzate, invece in questo secolo assistiamo il numero
dei morti non diminuisce più.
I padroni – torniamo a chiamarli così
– hanno aumentato i profitti schiacciando i salari, senza impegnarsi ad
accrescere l’efficienza produttiva e la sicurezza.
Più i lavoratori sono terrorizzati dal comando padronale, più i
padroni diventano parassiti capaci solo di terrorizzare. Più cresce la
libertà di terrorizzare e più diminuisce l'efficienza produttiva.
Bisogna spiegare perché le condizioni
del lavoro si siano deteriorate.
Nel 1989-91 crollano L'Unione
Sovietica e i paesi socialisti europei.
Con essi cessa la concorrenza
fra sistemi.
I lavoratori occidentali non possono
più guardare a quel punto di riferimento
Il capitalismo occidentale non ha
più bisogno di garantire compromessi sociali (es. welfare, salari
dignitosi).
In Italia, il rapporto debito/PIL
passa dal 90% nel 1990 al 121% nel 1994.
Il dato viene usato per giustificare
austerity.
Ci dissero che il rispetto dei
parametri di Maastricht era indispensabile per garantire la stabilità
finanziaria.
Oggi ci dicono che ci si deve
indebitare ancora di più per riarmarci.
Quindi quello del debito era un
pretesto.
Il Rearm Europe, che su
richiesta dei partiti di centrosinistra ha cambiato nome ma non sostanza,
destina risorse immense sia dell'Unione Europea, sia degli Stati, per le spese
militari.
Però il debito dobbiamo poi
ripagarlo con gli interessi. E questo peggiorerà ulteriormente le
condizioni di scuola, sanità, pensioni contratti dei dipendenti pubblici,
tariffe pubbliche.
Secondo Eurostat in venti anni il
costo del lavoro in Italia è aumentato del 2%, cioè è diminuito enormemente
in termini reali. In Germania, per esempio,
è aumentato del 25%.
Dirò una cosa contro corrente.
Anche il taglio del cuneo fiscale non è di sinistra, ma di destra sia
che lo invochi il centrosinistra sia che lo invochi il centrodestra.
Indebolisce la finanza pubblica, spingendo i lavoratori verso servizi
privati.
Riduce il costo del lavoro, aumenta lo spazio del mercato e diminuisce
quello della socialità e della solidarietà.
Ma perché al capitalismo fanno comodo
queste politiche e l'attacco ai diritti previsti dalla Costituzione?
C'è una logica sistemica: il
capitalismo capitalismo è in crisi almeno dagli anni 70 del '900.
Il saggio del profitto è
progressivamente diminuito. L'economista Thomas Piketty nel suo World
Inequality Database afferma che dal 1970 al 2020, è crollato del 40%.
Il capitale ha bisogno di contrastare
questa caduta con gli stessi strumenti che Marx aveva indicato. Ridurre il
costo della forza-lavoro.
Da qui:
– flessibilizzare il lavoro per poterlo
meglio ricattare e dividere i lavoratori: l'uno accanto all'altro operano con
contratti e tutele diverse, per non parlare di forme di neoschiavismo (es
immigrati e rider);
– tagliare salari diretti (scala
mobile), indiretti (welfare) e differiti (pensioni);
– creare un contesto istituzionale
in cui siano ridotti i margini di resistenza. E anche il decreto sicurezza
va in questa direzione
– il sostegno alla finanziarizzazione
(visto che sul terreno produttivo stiamo soccombendo (oggi una fetta del
welfare dipende dagli andamenti della borsa)
Quando la crisi morde, a farne le
spese sono i gruppi sociali più svantaggiati.
Quindi le diseguaglianze e la
povertà non sono catastrofi naturali o dovute a malvagità di qualcuno ma
sono strettamente connesse all'accumulazione capitalistica. Sono il loro
presupposto.
Marx sosteneva che l'accumulazione
necessita di un esercito industriale di riserva che faccia pressione sul
mercato del lavoro per contenere i salari e per essere utilizzato in periodi di
boom.
Non è costituito solo da disoccupati,
ma anche da sotto occupati, precari, immigrati più ricattabili, poveri
ecc.
Che fosse necessario abbattere le
tutele del lavoro lo aveva ben capito nel 2013 la banca d'affari JP Morgan
che in un suo documento affermò che “Le costituzioni europee sono incompatibili
con l’austerity, che permettono troppi diritti ai lavoratori e che vanno
cambiate.
In Italia:
Pareggio di bilancio in Costituzione (2012).
Riforma del Titolo V (2001) usata per l’autonomia
differenziata (legge Calderoli, 2023).
Fine del reintegro per licenziamenti illegittimi (Jobs Act, 2014).
I referendum promossi dalla
CGIL vanno nella direzione giusta. Spero che avviino una fase di
ripensamento sulle politiche del lavoro e con ciò favoriscano un òpercorso
unitario per fare fronte contro questo governo di destra..
Richiedono:
– Abrogazione del Jobs Act. L'art. 18 diceva che se un
lavoratore fa il suo dovere ma viene licenziato perché rompe i coglioni
al padrone, deve essere reintegrato. Già la Fornero aveva depotenziato
la norma. Renzi ha sostituito il reintegro con un risarcimento.
Cancellando la norma di Renzi resta in ballo la Fornero. Quindi non
si recupera tutto il potenziale dello Statuto dei lavoratori ma si
inverte la direzione di marcia.
– Più tutele per i lavoratori delle
piccole imprese. Infatti la norma attuale consente al padrone di sapere in
anticipo a quali spese va incontro se licenzia il rompicoglioni. Se vince
il referendum non potrà saperlo e dipenderà dal giudice.
– Ripristino dell'obbligo delle causali
per i contratti precari. Oggi, anche in una fabbrica che ha centinaia di
lavoratori, se circa il 40% è precario. Non è facile fare lotte unificate in
queste condizioni. Occorre tornare a prevedere i contratti a termini
solo in specifiche circostanze,
– Estensione delle responsabilità per gli infortuni sul lavoro
all'impresa appaltante. Per combattere le morti sul lavoro è dagli appalti
che bisogna partire, perché è lì che si ha il maggior numero di incidenti
mortali. Se l'impresa appaltante diviene responsabile, anche la gestione degli
appalti sarà più attenta,
– Riduzione da 10 a 5 anni dell'obbligo di residenza per
acquisire la cittadinanza. Quindi anche favorire la regolarizzazione dei
migranti, di cui si occupa uno dei referendum, è positivo. Se diventano
lavoratori con la stessa dignità degli altri, si favorisce l'unificazione
della classe e quindi la sua forza.
Il percorso del referendum sarà in
salita. Raggiungere il quorum sarà un'impresa perché i contrari si
sommeranno al livello di astensionismo fisiologico che è altissimo.
Ce la possiamo fare se
convinceremo chi da anni non vota che con questo referendum si può iniziare a cambiare le cose.
Sarebbe stato un po' più agevole
raggiungere questo obiettivo se ai questi se ne fossero aggiunti due:
ripristino della scala mobile e del sistema pensionistico retributivo.
A mio modo di vedere l'assenza non è
dovuta a dimenticanza ma a una scelta:
Per quanto riguarda la scala mobile i
sindacati confederali (CISL, UIL) difendono la concertazione introdotta
proprio in concomitanza con l'abolizione della scala mobile, a cui i sindacati
non si opposero, che ha prodotto l'accordo iniquo del 2009 sulla
rappresentanza e che ha spesso ha spesso legittimato politiche anti-lavoratori
(es. riforma Fornero).
Per le pensioni ai sindacati fa
comodo gestire dei fondi pensione (es. Fonchim, Cometa) e la previdenza
integrativa.
Perché votare comunque:
Anche se parziali, i referendum sono
uno strumento per rompere l’inerzia e riaprire il dibattito pubblico.
Sono un primo passo per invertire
la tendenza, rompendo il silenzio su temi cancellati dal dibattito.
Costruire un movimento più ampio:
devono essere l’inizio, non la fine:
servono mobilitazioni per chiedere il ripristino della scala mobile e della
sanità pubblica.
Se non si va a votare non è che le
cose resteranno come sono, ma con una sconfitta verticale peggioreranno,
perché il Paese darà un segnale negativo in merito alle tutele del
lavoro e, contiamoci, il fronte padronale e la politica che lo serve ne
approfitteranno serrando un attacco ancora più veemente.
Se invece il referendum vince, o
comunque raggiunge un quorum significativo, il segnale sarà opposto
Votare non basta, ma da qui bisogna
partire per
sviluppare le lotte che già sono in corso. Il fronte di lotta si va
intensificando e unificando. Difendiamo l’articolo 1 della Costituzione:
‘L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro’.
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