La scuola è “terra di frontiera”
La scuola è “terra di frontiera”
di Laura Tussi
Da quando è nata la Repubblica italiana quasi ogni
governo ha puntato a una riforma scolastica. Gli esiti sono stati alterni,
soprattutto in questi ultimi anni. Prima di ogni provvedimento concreto occorre
però avere un’idea generale su quali sono le principali sfide che l’Istituzione
scolastica deve affrontare
La scuola è una terra di frontiera dove ci
si percepisce anche stranieri a se stessi. “Straniero” non è infatti solo
l'allievo che proviene da altri paesi, ma soprattutto l'insegnante che si
sente spaesato, stranito, di fronte all'”altro”, in quanto percepisce che molti
pregiudizi, su cui si basano le modalità normali di fare scuola, vengono
apertamente messi in discussione. Un insegnante può anche fare tesoro di queste
esperienze, trasformandole in occasioni di autoformazione per sé e per tutti gli
allievi.
La scuola multiculturale è terra di frontiera, da non intendere come linea
di confine, di separazione, di demarcazione, rigida e precisa. La scuola non è una “linea di confine”, ma una “terra di
frontiera”, ossia un'area ampia e difficile da definire in modo
preciso e delimitato, che non per forza deve separare, ma soprattutto deve
collegare, mettere in relazione e connessione diverse realtà culturali,
etniche, linguistiche, religiose. La scuola come terra di frontiera può essere
definita un filtro di alchimie osmotiche, che non serve a bloccare, a
delimitare, ma a far passare, transitare, dove non occorre prendere una
posizione definita e definitiva, ma è possibile rimanere sospesi e stare nel
mezzo. Alcuni degli allievi migranti, a scuola, accettano lo stile del colloquio, le regole del gioco e si
adattano al ruolo, soffrendo però la banalità e il tono delle domande. Si
avvalgono legittimamente dell'insegnante come esempio e punto di riferimento
per iniziare a muoversi nella mappa delle relazioni, che altrimenti sarebbe
incomprensibile. In questo quadro l'insegnante accogliente funge da avamposto
per l'orientamento degli allievi, che si percepiscono estranei, straniati, in
quanto provenienti da terre altre e lontane.
La differenza tra conoscere e costruire l'altro diventa un presupposto
importante durante l'incontro con chi è portatore di una diversità, quando si
abbia la volontà di comprendere e accogliere chi chiede aiuto e chi vorrebbe
essere considerato per come è in realtà, senza dipendere dal modo con cui viene
osservato, giudicato, valutato. Per conoscere l'altro, un
contributo necessario consiste nelle tecniche narrative, come gli approcci
basati sull'autobiografia e le storie di vita, insieme con altri modi di incontrarsi a scuola, nel gioco, nello studio, nello svago,
dove l'insegnante deve “giocare” continuamente con gli eventi per trasformarli
in occasioni di conoscenza, di crescita, e diventare così una figura che
osserva, progetta, organizza, facilita, valuta.
L'educazione interculturale riguarda sempre la scuola nell’
insieme complessivo, come istituzione e comunità di tutti gli allievi, non solo
stranieri, in molteplici occasioni. Occorre de-costruire e ri-costruire
continuamente le modalità con cui si pratica l'educazione, nei diversi contesti
formativi, in cui il percorso di accoglienza e inte(g)razione non finisce solo
a scuola, ma nel territorio, nelle reti di relazioni, frequentazioni e
conoscenze, in un ambiente che connette, nell'accoglienza, nell'incontro e
nell'interazione. Tutto questo a discapito dei fenomeni di esclusione,
emarginazione, ghettizzazione, separazione dai contesti dell'esistenza.
In uno scenario così complesso la scuola non può pensare di
chiudersi in se stessa.La fragilità dei legami fra le persone, la
flessibilità sociale, l'insicurezza diffusa, producono, purtroppo, esclusione,
anche a prescindere dalle differenze culturali, che sono però oggetto di
potenti strumentalizzazioni politiche, e diventano un eufemismo politicamente
corretto per scaricare, sui problemi dell'immigrazione, le paure e le
incertezze che hanno, invece, origini sistemiche e ataviche. L'antropologia transnazionale e translocale, partendo
non solo dalla specificità dei luoghi, ma soprattutto dalle relazioni tra
ambienti diversi, come nella metafora della diaspora, dell’osmosi tra culture,
insegna che la prospettiva locale va considerata in dimensioni planetarie,
internazionali, universali. Da qui si possono intraprendere percorsi innovativi
di dialogo, di relazione tra singoli soggetti e intere culture, per aprire e
ampliare le prospettive di conoscenza, tramite dinamiche di educazione alla
pace, all'accoglienza, all'ospitalità, oltre gli stereotipi e i pregiudizi
dettati dalla non-conoscenza, ossia dall'ignoranza nei confronti dell'altro.
Commenti
Posta un commento