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Introduzione:
I rinnegati erano per la maggior parte schiavi che
con l’apostasia dal cristianesimo volevano ottenere la libertà. Ma
l’Inquisizione non ebbe misericordia di loro.
Nel 1453 Mehemet II, sultano turco, conquista Costantinopoli. Inizia così la
fine del sogno di un ininterrotto Impero cristiano erede dell’Impero romano.
Per il sultano importante fu l’aiuto "cristiano" dei rinnegati,
ossia dei convertiti cristiani all’Islam. Nel 1571 la battaglia di Lepanto
sancisce la fine dell’egemonia dell’Islam sul Mediterraneo.
Ancora oggi come allora gli islamici combattono sempre contro l’Occidente in
un clima di tensione sfociato nella Guerra del Golfo che ha rivelato un
legame profondo tra due culture e società contrapposte per ideali, valori e
religione. Gli eserciti occidentali intervengono contro l’esercito musulmano
che in realtà è armato e assistito tecnicamente da esperti occidentali, ossia
"cristiani".
Da questo quadro emerge la figura del "rinnegato": il convertito
cristiano all’Islam. Perché il cristiano in passato si convertiva più
facilmente all’Islam? Le varie risposte possibili si riscontrano
nell’identità cristiana più duttile e complessa, maggiormente predisposta all’inserimento
in culture diverse e disposta a forme di dissimulazione e travestimento.
L’esperienza dei "rinnegati" si rivela la via principale per
cogliere sul nascere la formazione di un’identità cristiana occidentale di
tipo moderno.[1]
Il confronto con l’"altro": le conversioni
In età moderna avviene la divisione del Mediterraneo in una parte cristiana e
musulmana. Il fenomeno dei rinnegati coinvolse 300.000 individui fra il ’500
ed il ’600 e diverse migliaia di persone nel ’700. I rinnegati erano per la
maggior parte schiavi che con l’apostasia dal cristianesimo volevano ottenere
la libertà.
Dal XVI secolo con i rinnegati vengono diffuse nuove tecnologie occidentali
nei paesi ottomani (islamici). I rinnegati venivano utilizzati nelle guerre
contro l’occidente e quindi contro i loro ex compatrioti per la loro
conoscenza dei luoghi e delle abitudini occidentali. Così questi convertiti
ottenevano ricchezze ed avanzamenti sociali. Le fonti più importanti su cui
studiare il fenomeno di conversione dei cristiani occidentali all’Islam sono
gli archivi dell’Inquisizione, in cui si trovano i processi di
riconciliazione dei rinnegati con la società cristiana. Anche le donne, una
volta rese schiave, abbandonavano e rinnegavano facilmente il cristianesimo a
favore dell’Islam, diventando concubine apprezzate dai sultani islamici.
Dunque i rinnegati non sono solo uomini e donne schiavi in occidente ma anche
persone libere, abitanti delle zone costiere maggiormente abituati, per la
collocazione logistica, al contatto con le flotte islamiche. Il XVI secolo è
l’"epoca d’oro" dei rinnegati e ad Algeri costituivano la
maggioranza della popolazione, di cui facevano parte i "rais",
ossia i comandanti delle flotte e i "caid", i governatori dei
territori interni. Lo status sociale dei rinnegati non si trasmetteva
automaticamente ai figli (chiamati kouloughi) che erano titolari di privilegi
inferiori e costituivano una casta inferiore. Dal 1600 il fenomeno
dell’apostasia dal cristianesimo diminuisce per diversi fattori economici,
come la decadenza dei traffici mediterranei per cui vi erano un numero
inferiore di prigionieri e schiavi, ma anche per conseguenze politiche, come
il ruolo attivo di ordini religiosi cristiani (trinitari e mercedari) in
terre islamiche che convertivano e riscattavano gli schiavi ottomani.
A Lampedusa vi era a quei tempi uno strano luogo di culto, una grotta
dedicata alla Madonna, dove vi depositavano sia cimeli cristiani che
musulmani, a cui si rivolgevano in preghiera pescatori, naviganti, marinai,
corsari, appartenenti a entrambe le religioni. Era un luogo di culto
"doppio" appartenente contemporaneamente all’islamismo ed al
cristianesimo. Secondo la leggenda il compito di accendere il lume per i
naviganti era affidato ad un romito che si presentava a seconda del bisogno o
cristiano o musulmano: questo rappresentava un modello di sincretismo
religioso, fino alla fine del XVI secolo.
Le isole del mediterraneo furono spesso zone franche nella contrapposizione
tra le due civiltà. Per esempio anche l’isola di Tabarca fu ottenuta dal
comandante genovese Giannettino Doria in cambio della liberazione del corsaro
Dragut nel 1540. L’aristocratica famiglia dei Lomellini, di origine genovese,
fondò proprio a Tabarca una colonia che diventò una potente base commerciale.
I Lomellini vi costruirono robuste fortificazioni e nel XVIII secolo
cominciarono a perdere interesse per l’isola di Tabarca, accettando offerte
d’acquisto dell’isola. I governatori tunisini diventarono i nuovi padroni e
si comportarono da conquistatori, saccheggiando ed incatenando gli abitanti
dell’isola: i tabarchini.
L’occupazione genovese durò duecento anni: dal 1540 al 1741. Dopo i genovesi,
i tunisini spadroneggiarono ed il massimo valore economico dell’isola
proveniva dai contatti tra governatori e rinnegati dell’alta gerarchia musulmana
tunisina. Tabarca svolgeva un ruolo insostituibile per lo scambio dei
prigionieri cristiani sotto il controllo del governatore tunisino: riscatto e
scambio di schiavi ed il commercio con i rinnegati. Queste attività
costituirono il punto forte dell’economia di Tabarca.
L’esistenza di luoghi/confine e persone/confine che costituivano una sorta di
"spazio neutro", di mediazione tra i due mondi, in contrapposizione
nel mediterraneo, coincide con una fase di profondo cambiamento per i
rapporti tra la cultura occidentale e "l’altro" islamico. Questa
contrapposizione con l’alterità musulmana in occidente si stempera con la
scoperta delle Americhe del Nuovo mondo, ossia con culture lontanissime dalle
rivelazioni religiose. Con i "selvaggi", per la cultura cristiana
si amplia il concetto di alterità. La religione protestante nutre una certa
simpatia nei confronti del mondo islamico, perché ancorata al rigido
monoteismo senza il clero ed in cui erano proibite le immagini sacre. L’unica
differenza consiste nel fatto che i musulmani legano la fede alla pratica
quotidiana dettata dal corano, diversamente rispetto ai protestanti più
intimisti nel rapporto con Dio.
Tradizioni letterarie del Mediterraneo
Una certa tradizione letteraria mediterranea si alimenta con la presenza del
fenomeno dell’apostasia, di cui sono protagonisti i rinnegati alla presenza
di persone e luoghi situati ai confini tra due mondi contrapposti: cristiano
e musulmano. Nel 500 le avventure degli schiavi rinnegati e quindi il
fenomeno dell’apostasia, diventeranno soggetto di un vero e proprio genere
letterario.
La trama di questi romanzi si articola tra vari episodi, per esempio la
cattura, la schiavitù, il ritorno in libertà. Il modello più celebre di
questo tipo di narrativa è proprio l’episodio dello schiavo nel Don
Chisciotte di Cervantes, dove ricorre l’elemento erotico, l’avventura con una
donna musulmana che diventa il tramite per la liberazione dello schiavo.
Probabilmente l’ultimo rinnegato nella letteratura mediterranea è il padre di
Carlino, il protagonista delle "Confessioni di un Italiano" di
Ippolito Nievo.
Fino alla metà del XVII secolo l’istituzione ecclesiastica si limita a
combattere il pericolo islamico in terra cristiana, invece di operare in
islam, inviando religiosi e confraternite con il compito di assistere i
cristiani prigionieri, per arginare le apostasie. I religiosi nel mondo
islamico, se non fortemente motivati, erano attratti dalla religione
mussulmana. Infatti il senato veneziano nel 1630 chiede al "Bailo"
un più attento controllo per evitare le apostasie dei religiosi, per cui
l’istituzione ecclesiastica organizza una migliore e peculiare selezione dei
fedeli inviati in terra mussulmana. Il gesuita Vincent De Paul, poi fatto
santo, fonda un nuovo ordine per il sostegno dei cristiani nel mondo
ottomano: i missionari lazzaristi. Il loro principale obbiettivo era impedire
le apostasie degli schiavi e dei religiosi stessi. Il progetto spirituale di
Vincent De Paul si realizza con successo, mentre si presentano difficoltà sul
piano politico-economico.
I consolati si indebitano e non tengono testa alle prepotenze delle autorità
locali mussulmane. Da una lettera ricevuta da Vincent De Paul, si può
avanzare l’opinione che proprio le apostasie che il santo in questione
cercava di evitare, con l’intervento dei suoi missionari, si possono
considerare come un momento positivo di apertura e dialogo con il mondo
musulmano. Infatti i rinnegati assunsero funzione di interpreti linguistici e
culturali tra i due mondi: nascevano così sbocchi di libertà e riconversioni
in terra cristiana.
Le ritualità quotidiane nel mondo islamico.
Sussistono vari esempi in cui i rinnegati rivelano la facilità con cui si
sono integrati rispetto alle abitudini rituali islamiche.
La circoncisione era un rito di passaggio perché segnava l’appartenenza alla
religione e la transizione da bambino a uomo adulto. Questa pratica
costituiva per i cristiani rinnegati l’unica vera paura, per cui rinunciano a
mangiare il maiale, a bere vino ed accettano la circoncisione. Comunque la
facilità dimostrata dai cristiani a mimetizzarsi in una cultura diversa si
contrappone alla difficoltà dei musulmani di convertirsi al cristianesimo. Le
maggiori difficoltà di integrazione da parte dei musulmani avvengono proprio
sul campo delle abitudini alimentari e della cura del corpo. Le ritualità
alimentari permettevano ai musulmani di mantenere i legami con la storia
antica del loro popolo, di costruire la loro comunità, rifiutandosi di
fonderla con quella dei cristiani.
Per i cristiani, i musulmani rappresentavano lo stereotipo di una fisicità
diversa, che è fatta risalire, nella cultura cristiana, alla completa
interiorizzazione del male, dell’impurità e di un potere contaminante del
"diverso", dell’"altro".
I rinnegati, cioè i convertiti all’islam, si trovano di fronte ad un tabù,
quello relativo al maiale, che si contrapponeva alla tradizione cristiana
europea.
Gli antropologi sostengono che le differenze alimentari tra le due religioni,
marcano, segnano, identificano le individualità e identità differenti delle
stesse: sono diversità alimentari volute e indotte per differenziarsi. La
contrapposizione cristiana tra cibi grassi e magri, si oppone alle regole
alimentari della tradizione ebraico/islamica che vede la contrapposizione tra
cibi puri e impuri: il "casher". La proibizione delle bevande
alcoliche, presente nel Corano, non ha la stessa valenza nella Bibbia. Per i
musulmani il vino e le altre sostanze inebrianti sono considerate impure
perché appannano la coscienza dell’uomo: l’uomo deve essere sobrio quando
prega. Tale proibizione veniva rispettata soprattutto nell’esercito e nelle
classi musulmane più povere, provocando l’ammirazione degli occidentali. Ma
nella polemica religiosa tra occidente cristiano ed oriente islamico, all’ammirazione
per la sobrietà si sostituisce la solita condanna.
Un celebre gesuita, pur condividendo la riprovazione per l’ubriachezza
proclamata dai musulmani, contrappone la fiducia nella responsabilità
individuale e nell’autoregolazione propria del vero cristiano. Nella cultura
cristiana, il vino è molto più di una bevanda inebriante. Sussiste uno
stretto legame analogico tra vino e sangue, intesi come sostanze vitali e
sacre.
Il sangue versato da Cristo, infatti, cancella tutti i peccati dell’uomo.
Bevendo il vino eucaristico, dunque il cristiano contravviene a due
proibizioni islamiche perché beve vino ed esso è considerato sacro in quanto
sangue di Dio. Attraverso questo passaggio, il vino si trasforma da simbolo
di ubriachezza e di perdita di coscienza nella preghiera, a figura dello
spirito, ossia rappresentazione del sangue purificatore versato dal Cristo.
Per i cristiani il vino e il sangue costituiscono sostanze elevate al più
alto livello simbolico tramite il rito eucaristico, perché sono fonte di
purificazione. A questo si aggiunge l’importanza del sangue come segno di
appartenenza a ceti sociali più elevati, garantendo una buona regolazione
delle differenze sociali, mentre sussiste una differenza nella cultura
islamica dove il vino è fonte di ebbrezza che inebria, invece l’uomo deve
essere sobrio in preghiera, ed il sangue a cui è negato il potere di
definizione sociale perché i sudditi sono tutti uguali di fronte al sultano.
L’adesione alla cultura musulmana per i rinnegati prevedeva l’adozione di
nuove regole alimentari (proibizione del maiale, del vino e la negazione del
sangue) e l’obbligo delle abluzioni quotidiane: abitudine sconosciuta in
Europa. I viaggiatori cristiani manifestano il proprio stupore nei confronti
della pratica delle abluzioni, rivelando ambivalenza etico-morale nel
giudicarla. Per alcuni cristiani prevale l’ammirazione per il buon
comportamento che i musulmani tengono nei bagni, scrupolosamente divisi tra
uomini e donne, accessibili a prezzi molto esigui, e disponibili anche per
ebrei e cristiani. Desta ammirazione anche la presenza di numerosi gabinetti
pubblici, denominati "adelpkanas", ma soprattutto nel XVI secolo ed
oltre nei paesi europei il bagno era quasi sconosciuto. Nel mondo
occidentale, la pulizia del corpo avveniva tramite strofinamenti a secco con
biancheria pulita, profumi, polveri. Per effetto della riforma e della
controriforma i bagni pubblici e le saune vennero rigorosamente vietati e
chiusi, perché più che di luoghi di pulizia si trattava, in Europa, di luoghi
di piacere e trasgressione. Infatti il termine stufa o bagno indicava spesso
il significato di casa di tolleranza. In Europa, l’acqua era considerata,
dalla scienza medica moderna, pericolosa perché poteva infiltrarsi nella
pelle e insidiare le difese immunitarie dell’organismo. Il bagno e l’acqua
erano considerati pericolosi, non solo per la cura del corpo ma anche per la
purezza dell’anima. La posizione della chiesa rispetto alle abluzioni rituali
era sempre critica, perché la frequenza del luogo bagno implicava soprattutto
un diverso tipo di rapporto con il corpo e la nudità. Per i cristiani il
bagno era una pericolosa occasione di pensieri impuri, stimolati dalla vista
del corpo nudo.
Per evitare questa pericolosa situazione ai cristiani era consigliato di
astenersi da pratiche di pulizia corporale. I bagni, ed in particolare quelli
pubblici ottomani, per l’opinione cristiana, diventano luoghi di corruzione e
di lussuria. Eppure anche nella tradizione cristiana vi erano pratiche che
prevedevano l’uso dell’acqua, per esempio ai fini della purificazione, come
il battesimo (l’acqua cancella il peccato originale) e le rogazioni (rituale
primaverile di benedizione annuale dei campi agricoli con acqua, per
purificarli da epidemie e insetti nocivi).
Esistono molti punti di contatto tra le due differenti religioni e culture,
ma sussistono anche differenze strutturali relativamente al rapporto con il
corpo che per i musulmani è un dono di gratitudine a Dio, per questo devono
mantenerlo puro da sostanze contaminanti. Il loro "corpo legittimo"
è quello che obbedisce alla legge coranica nella pratica religiosa
quotidiana. Per i cristiani, invece, il "corpo legittimo" è
indifferente alle pratiche esterne, ma è il vivo tramite di un’osservanza interiore
ed individuale di pensieri, opere, intenzioni, desideri, senza azioni impure.
Proprio questa indifferenza della cultura cristiana rispetto alle condizioni
materiali di vita, favorisce l’adattamento dei rinnegati nella società
islamica: e questa condizione ha sempre garantito diffusione al
cristianesimo.
Il cristianesimo non esercita forti spinte verso l’uniformazione culturale,
perché si sovrappone a diversi stili e modi di vita dei vari luoghi, culture
e religioni.
Per quanto riguarda le pratiche quotidiane, l’alimentazione e la cura del
corpo, il cristianesimo ha permesso ai fedeli di stabilirsi ovunque senza
eccessivi disagi dovuti ai cambiamenti negli stili di vita.
L’inquisizione e i rinnegati
La Chiesa affrontò in ritardo il problema delle conversioni cristiane alla
religione islamica (apostasia), in quanto si trattava di musulmani spagnoli
convertiti forzatamente al cristianesimo e perché si credeva in una sorta di
eresia cristiana e non di un’altra effettiva religione come quella musulmana.
Nel 1542 si mette in moto l’inquisizione romana. Non sono pervenute
informazioni precise sul comportamento dei vescovi inquisitori di fronte ai
casi di riconciliazione dei rinnegati, che era trattata con molte incertezze
procedurali soprattutto nel 1500. Non era chiaro chi avesse il compito di
conciliare i rinnegati, se vescovi o inquisitori. I manuali per gli
inquisitori che affrontano il tema della riconciliazione, si rifacevano
all’Eymerich pena che introduce un metro di valutazione processuale
nell’apostasia. Le indulgenze si estendono anche allo status giuridico di
schiavo del rinnegato: un rinnegato assolto, perché ininterrottamente
cristiano, doveva essere liberato dalla schiavitù dai suoi padroni cristiani.
Le tipologie dei rinnegati variano per diverse condizioni, ma gli schemi di
interrogatorio degli inquisitori non differiscono da quelli proposti dal
vescovo Masini nel 1621, che riproduceva schemi di domande già usate in
precedenza. Gli inquisitori sembrano sminuire il problema delle divergenze
tra le due religioni al fine di permettere al più alto numero di rinnegati di
rientrare nella cristianità. L’Islamismo, come religione, non suscita gran
timore negli inquisitori che interpretano la conversione come un espediente
per sopravvivere. L’atteggiamento della Chiesa si può sintetizzare così: i
rinnegati si dovevano presentare al Santo Uffizio per un superficiale
interrogatorio, venendo così di seguito riconciliati con il cristianesimo.
L’importante era che si presentassero e che non avesse successo il tentativo
di vivere a metà tra le due culture, tra i due mondi. Sembrano processi fatti
apposta per aiutare spiritualmente il rinnegato più che condannarlo.
Dalle testimonianze dei rinnegati cristiani si evince che la loro conversione
alla religione islamica era "sentimentalmente" incompleta.
L’imputato rivelava che nel cuore della sua identità era rimasto legato al
cristianesimo, non integrandosi completamente con la religione musulmana.
Molti rinnegati protestano inconsapevolezza nel momento del loro ingresso
rituale nella religione islamica, come un ingresso naturale, perfettamente
avvicinabile alla religione cristiana e compatibile ad essa. I convertiti
cristiani all’islamismo si rifacevano ad una tendenza della cultura
occidentale e cristiana di attribuire una forte coloritura magica alla
tradizione ottomana. La letteratura dei paesi mediterranei è ricca di esempi
di interventi magici di musulmani nei confronti di cristiani, ma è pura
fantasia, invece è sicuro che molto raramente i Turchi forzavano i cristiani
alla conversione. Infatti nei resoconti di viaggiatori e prigionieri vi sono
episodi di rinnegati convinti da musulmani a tornare alla fede cristiana.
A partire dal XII secolo la cultura cristiana ha spostato la sua attenzione
dagli atti alle intenzioni che sottendono le azioni. Con il filosofo
Abelardo, il peccato per essere tale, doveva essere intenzionale, ossia
accompagnato dall’intenzione, cioè dal consenso interiore. Accanto a questa
scissione interiore comincia a delinearsi la distinzione tra "culpa
theologica" o "culpa moralis" o "culpa civilis" o
"iuridica", nella distinzione tra interiorità individuale e
obblighi sociali. La scissione della soggettività individuale fra interno ed
esterno trova una forma adeguata nel descrivere un’esperienza così complessa
come l’apostasia e la riconciliazione e nel raccontare una sofferenza umana
così abietta, come la schiavitù. La possibilità di sdoppiamento fra interno
(cuore, interiorità) ed esterno (leggi, società, obblighi sociali), vede un’immediata
applicazione in campo religioso. Nel 1500 Lutero e Calvino scrivono trattati
contro la dissimulazione religiosa (nicodemismo). Per alcuni assertori della
liceità della dissimulazione, l’indifferenza per le cerimonie cristiane
(dissimulazione religiosa) si poteva poi spingere ed estendere anche ai
rapporti con Turchi ed Ebrei (apostasie). Per questo motivo il cristianesimo
proposto da alcuni assertori della dissimulazione, per esempio Brunfels,
"tendeva ad una riunificazione delle religioni sulla base di un’unica
fede a prescindere da dogmi e istituzioni". Il motivo della liceità
della dissimulazione è legato al tema della tolleranza religiosa. Si giunge
addirittura a sostenere di considerare come fratelli turchi e pagani che
temono Dio e agiscono secondo giustizia: questo è l’importante. In piena
coerenza con tale indebolimento delle "strutture forti" della
verità si colloca il "pensiero debole" di Torquato Tasso nella
Gerusalemme Liberata che diventa il "primo grande esempio di solidarietà
con il nemico islamico e quindi pagano", il musulmano. Il personaggio
più emblematico di questo poema in versi è Clorinda che difende La purezza
della religione musulmana, ma che poi si scopre figlia di cristiani e muore
battezzata da Tancredi, come cristiana. E’ notorio come al successo del poema
sia corrisposta la grave crisi dell’autore che dopo avere osato raffigurare
in versi un mondo che non distingueva il vero dal falso, non riuscì a
convivere con il dubbio...
Le testimonianze di molti rinnegati provano essere condivisa l’idea che il
buon comportamento da solo potesse assicurare la salvezza eterna,
indipendentemente dalla religione professata. In Calabria vi furono già stati
personaggi di cui si diceva avessero predicato pubblicamente la religione
musulmana. Alla fine del 500, la congiura calabrese vide implicato il
filosofo Tommaso Campanella. Era noto per le sue posizioni di pensiero
naturaliste di ispirazione telesiana (Telesio) ed aveva già subìto inchieste
e processi per le sue opinioni eterodosse rispetto alla religione cristiana:
da qui il passo verso una congiura contro le autorità spagnole ed
ecclesiastiche, intesa ad instaurare in Calabria una Repubblica comunista e
teocratica, di cui avrebbe dovuto lo stesso Campanella essere capo e
legislatore. L’imputato Campanella venne accusato dalle autorità del regno
delle due Sicilie, di avere contatti con la flotta turca. Campanella sfuggì
alla pena di morte con la simulazione della pazzia. Nel trattato "La
monarchia di Spagna", Campanella fa un esplicito riconoscimento alla
struttura sociale tendenzialmente egualitaria degli stati ottomani. Egli
compie nei suoi trattati, ispirandosi ai testi di Giordano Bruno, una messa
in discussione e in confutazione del pensiero cristiano su basi
naturalistiche, parascientifiche, in senso sempre più radicale.
I percorsi di una nuova identità
Il fenomeno dei cristiani convertiti all’Islam, i cosiddetti rinnegati, le
apostasie, risultano un fenomeno interpretabile con due modalità: la modalità
della cultura alta (giudici ed inquisizione) e la modalità della cultura
folclorica (sdoppiamento della tipologia tra rinnegati buoni e cattivi)
Questi modi diversi di giudicare il rinnegato svolgono una funzione positiva
nella rielaborazione del trauma dell’apostasia.
La cultura alta determina la definizione giuridica mentre la cultura
folclorica offre la possibilità di rielaborare le emozioni sottese
all’allontanamento del rinnegato. Colpisce immediatamente un dato di
importanza decisiva: il senso di identità del cristiano che non risulta
segnato da soglie materiali. Né nei rituali di iniziazione, né nelle pratiche
quotidiane un cristiano può fare appello a segni concreti che lo definiscano.
Per esempio la penitenza, sia da parte dei riformatori protestanti sia
cattolici, fu sostituita dalla convinzione divulgata da Erasmo da Rotterdam
per cui la liberazione dal peccato derivava da una trasformazione dell’io,
dalla disciplina come processo interiore e non come ripristino oggettivo di
certi rapporti esteriori.
La caduta della categoria della contaminazione materiale e l’interiorizzazione
che ne consegue, libera potenzialmente il cristiano dai legami comunitari e
lo candida alla scoperta del mondo, ma tutto quello che guadagna in libertà,
il cristiano lo perde nella capacità di convivere con il "diverso"
che senza confini concreti diventa ancora più difficile distinguere e
tollerare. Per il cristiano conta solo l’intenzione, avviene la cancellazione
dei tabù: se l’intenzione è buona non vi è peccato. Un’identità in cui
"interno" ed "esterno" non comunicano più, implica una personalità
matura e complessa, la cui base emotiva sia ben addestrata a nascondere, a
dissimulare sentimenti improvvisi. Attraverso tali comportamenti doppi,
individui e gruppi si conquistano spazi autonomi sottraendosi alla pressione
sociale.[2]
L’esperienza di dissimulazione dei rinnegati e degli intellettuali
"nicodemiti", trovano le loro radici nella comune appartenenza
cristiana, come insegna Sant’Agostino:"solo nel cuore è riposta la
verità". Rousseau nelle sue "Confessioni" scrive :"Si
deve sapere come analizzare in modo corretto il cuore umano, metro per
giudicare e interpretare tutta la vita". In nome di questa purezza di
spirito e sincerità superiore, interna e nascosta, interiore, la cultura occidentale
svaluta i segni materiali di comportamento, aprendo ad un altro cammino nel
’900 che porterà a scandagliare l’inconscio attraverso la psicanalisi.I
rinnegati scelgono di sdoppiarsi, pressati da esigenze di sopravvivenza,
capaci di sdoppiarsi perché la loro cultura occidentale cristiana concede una
flessibilità idonea a tale operazione di "mascheramento, di
dissimulazione. Quindi in nome di tale tradizione, come potevano essere
considerati? Traditori?
I cristiani che divenivano l’altro, si esponevano a molte possibilità di
tradire, per questo motivo il rinnegato veniva percepito come un personaggio
inquietante. Sulla sua figura aleggiavano i peggiori sospetti, le leggende
più oscure, ed allo stesso tempo storie di valore e di generosità. Gli
occidentali li accusavano soprattutto di essere senza onore. Cambiando nome,
infatti, si affrancavano dalle leggi che li condannavano ad un destino di
mediocrità e di miseria. Più che l’apostasia, il maggior tradimento stava
nella mobilità sociale, appena abbandonavano la società cristiana. I
rinnegati potevano fare carriera nell’impero ottomano, cambiare ceto sociale.
Del resto la Chiesa cattolica ha sempre manifestato indulgenza verso i
traditori proprio perché fondata da Pietro, l’apostolo che tradì il Cristo.
Lo stesso monoteismo cristiano si sdoppia nella natura umana e divina di Dio,
si articola nella trinità contrapponendosi così al più rigido monoteismo
ebraico ed islamico, fornendo così un concetto più articolato di identità.
L’identità cristiana è forte e non viene messa in crisi ed intaccata da queste
apostasie seppur numerose. Non è la comunità cristiana nel suo complesso a
sentirsi tradita, sono invece i membri della comunità d’origine dei rinnegati
ad accusare il tradimento. Il traditore è colui che spezza il
"noi", venendo meno ad un’appartenenza e ponendosi fuori dal suo
gruppo e classe sociale: incrina dall’interno l’unità del gruppo, mostrando
così in concreto che il suo vincolo non è necessitante. Il rinnegato può
decidere, di volta in volta, la sua appartenenza interna, perché sciolto da
ogni appartenenza o riferimento, vicino così agli avventurieri del
Rinasimento che Burckhardt definiva come "l’uomo moderno nascente",
un "uomo nuovo" che produce egli stesso i propri valori e norme, in
base alle proprie scelte individuali: per lui è difficile accettare
l’ortodossia religiosa.
I rinnegati avevano la precisa consapevolezza che, adottando le regole di
vita islamiche, non tradivano veramente il cristianesimo: pensavano di
salvarsi ugualmente grazie ad una "fedeltà interiore". I rinnegati
possono praticare questa originale posizione intermedia perché concepiscono
uno sdoppiamento tra interno e esterno, tra anima e corpo, tra cuore e testa.
Che permette loro di tenere scisse le due appartenenze e di farle convivere
assegnando una gerarchia: l’identità interna, quella nascosta, diversa
dall’esterna che è quella vera e i giudici dell’Inquisizione mostrano di
valutarla così, come vera.
I rinnegati gettano le basi per la costruzione di un nuovo tipo di identità.
Quando questa identità viene messa in crisi da una situazione esterna, la
reazione dei cristiani si differenzia dagli ebrei e musulmani. I cristiani
rifiutano il concetto di contaminazione materiale come gli ebrei ed i
musulmani per il cibo. Per un cristiano appartenere alla cristianità è una scelta
interiore e se ha peccato continua a sentirsi fedele, mentre è più difficile
per un musulmano o un ebreo continuare a sentirsi tale se trasgredisce le
regole della purezza e della separazione. Proprio la rigidità islamica
garantisce la maggiore resistenza che questa cultura ha dimostrato nei
confronti della secolarizzazione: garantirsi un’identità definita e governata
in ogni sua parte è la religione nella sua stessa essenza. Al contrario
l’identità moderna occidentale di matrice cristiana, porta verso un individuo
che fa capo a molteplici appartenenze e sfere sociali prive di una forte
classificazione e gerarchia tra loro e che sceglie su quali segmenti di
identità costruirsi. Il rinnegato ha perso ogni senso forte di appartenenza,
diventando individuo solo, in dialogo con se stesso. Così l’individuo moderno
è sempre solo, riportato a se stesso, imprigionato "nella solitudine del
proprio cuore"[3]
Note
[1] Cfr L. Scaraffia, Rinnegati: per
una storia dell’identità occidentale, Laterza 1993
[2] cfr A. Biondi, La
giustificazione della dissimulazione nel ’500, 1974
[3] Cfr A. de Tocqueville, De
l’individualisme dans les pays democratiques, 1840, Rizzoli, Milano 1982
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