Prima che sia troppo tardi opporsi ai Piani di Riarmo

 

Nei giorni scorsi il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il via, anche formalmente, al programma di investimenti militari Security Action for Europe (SAFE) che permetterà agli stati di accedere a un fondo di 150 miliardi di euro per piani di spesa, investimenti nella difesa e nella sicurezza, acquisto di armi e munizioni.

Il riarmo prosegue intanto a ritmi serrati e in questa fase iniziale (dal marzo scorso per capirci quando hanno approvato il Libro Bianco della difesa) sono stati messi a punto i primi progetti comunitari per offrire impulso alla ricerca e produzione di sistemi di arma. 

E presto ci diranno che alcune aziende fuori mercato proprio per scongiurare la chiusura e i licenziamenti di massa dovranno riconvertirsi alla produzione bellica come del resto sta già avvenendo in Germania. Diranno che la sola strada per salvarci sarà quella di militarizzare di  le aziende sottoponendo le maestranze a controlli asfissianti come accadeva un secolo fa quando gli operai erano considerati alla stregua di militari. Sotto i nostri occhi sta crescendo la assuefazione alla idea della guerra,  la presenteranno come necessaria per difendere l’occupazione, per far riprendere la crescita economica, per difenderci da ipotetici nemici ovviamente creati ad arte per giustificare il Riarmo.

I paesi Nato con spesa militare inferiore al 2% del Pil intanto hanno già dichiarato di arrivare alla fatidica cifra nell’anno corrente trovando debita copertura di spesa a discapito dello Stato sociale e contando sul fatto che le spese militari saranno in deroga ai tetti di spesa comunitari e al rapporto tra Pil e debito.

Sempre in questa prima fase, la Ue ha chiesto ai paesi membri di adottare politiche sinergiche in campo militare e sono nati appositi progetti e associazioni temporanee di impresa per favorire la produzione di sistemi d’arma tecnologicamente elevati e al fine di competere nei mercati mondiali. Ma mentre la Ue spera di guadagnare fette di mercato nella produzione di armi, piegando la ricerca universitaria a fini di guerra, passeranno molti anni nei quali la dipendenza dagli Usa consentirà alle multinazionali di questo paese affari e introiti incredibili.

Questa premessa si rende necessaria perché la stragrande maggioranza della forza lavoro è non solo silente spettatrice dei piani di riarmo ma  si illude che questi processi non abbiano ripercussioni sulle loro stesse condizioni di vita e di lavoro.

Senza adottare un manuale di storia per ricordare ai salariati che militarismo, riarmo, svolta autoritaria e guerra sono opzioni delle classi dominanti destinate a dividere anche la forza lavoro lasciandola in preda dei nazionalismi, urge come sindacati di base prendere atto del contesto in cui ci troveremo nei prossimi mesi anche quando avanzeremo rivendicazioni salariali per recuperare il potere di acquisto perduto. In quel frangente toccheremo con mano la realtà del riarmo con le spese militari giudicate indispensabili al contrario di quelle sociali o delle risorse per restituire dignità e potere di acquisto ai salari e alle pensioni.

Allo stesso tempo pensiamo che sia in corso una svolta autoritaria e securitaria e il Pacchetto sicurezza dovrebbe rappresentare un argomento di discussione nei luoghi di lavoro perché le sue norme mirano alla criminalizzazione del conflitto nei luoghi di lavoro e in tutta la società seppellendo con lunghe pene detentive i conflittuali.

Non serve evocare immagini retoriche o ricorrere al classico linguaggio militante che poi allontana dalla comprensione della realtà la stragrande maggioranza dei salariati, questo pacchetto di norme restringe gli spazi di libertà e di democrazia collettiva e ciascuno di noi potrebbe finire sul banco degli imputati per avere bloccato i cancelli di una azienda che licenzia o un cantiere dove costruiscono una grande opera nociva per l’ambiente e la nostra salute o una base militare (per giustificare la quale magari aggiusteranno qualche strada). E in carcere potremmo finirci anche solo per avere solidarizzato con l’occupazione di un immobile sfitto da decenni per restituirlo a un uso sociale e collettivo.

SAFE è stato approvato dai governi degli stati membri senza passare dal Parlamento Europeo in virtù di una procedura speciale attivata dalla Commissione. Per capire meglio ricordiamoci solo che la procedura speciale non è stata adottata quando in ballo c’erano fondi destinati ad uso sociale giusto per capire i due pesi e le due misure adottate a favore della guerra e della militarizzazione dei territori.

Noi crediamo che attorno a questi temi valga la pena di aprire un dibattito nel mondo del lavoro senza costruire scioperi a freddo ma prevedendo anche l’astensione dal lavoro dentro un variegato  e composito processo di mobilitazione per provare almeno a investire scuola e ricerca della necessità di sottrarsi dalla cultura e pratica di guerra.

Sarà molto difficile spiegare, tra qualche mese, alla forza lavoro le conseguenze del militarismo imperante quando i piani di riarmo saranno già adottati, basti solo ricordare le difficoltà in cui i paesi si dibattono ancora dopo la guerra in Ucraina, i costi dei prodotti energetici, la stagnazione delle economie nazionali e comunitarie. Molti si chiedono a cosa serva la mobilitazione quando i Governi hanno già deciso di intraprendere alcune strade, noi crediamo, anche con la memoria della storia passata, che l’opposizione dei lavoratori e delle lavoratrici ai piani di Riarmo sia determinante per costruire un terreno ostile e di aperta opposizione alla guerra che porta solo sventure alle classi meno abbienti.

I 150 miliardi di euro del piano saranno prestiti a lungo termini da restituire con gli interessi, chi pensa che la guerra non abbia dei costi si sbaglia, ci hanno raccontato che l’indebitamento dei paesi era sbagliato per natura e nocivo per l’economia.

E come non era accettabile chiedere un allentamento dei vincoli in materia di spesa per sanità e istruzione, ora dicono l’esatto contrario e l’indebitamento viene promosso a fini di guerra.

E a quanti, ad esempio, dicono che si regalerebbero troppi soldi ai migranti ricordiamo che beneficiari di questi prestiti saranno anche i paesi denominati “EEA-EFTA” ossia Norvegia, Islanda, Liechtenstein che certo non hanno bisogno dell’aiuto generoso di paesi come Irlanda, Italia, Grecia e Portogallo alle prese con una crisi economica e sociale ormai evidente.

Non sarà facile costruire nei prossimi mesi una contro narrazione sul tema della guerra e del riarmo ma la sottrazione di risorse al sociale, alla sanità alla istruzione o alla bonifica dei territori, la erosione del potere di acquisto di salari e pensioni saranno acuite dal Riarmo. E allora prima di diventare noi stessi degli automi o dei replicanti che ripetono, come in un mondo dispotico, messaggi di  plauso ai processi di militarizzazione e alle decisioni dei dominanti sarà il caso di aprire una discussione nei luoghi di lavoro e nelle realtà sindacali, farlo con argomenti ragionati e non attraverso schemi ideologici precostituiti, nell’interesse dei salariati e per non diventare noi stessi\e carne da macello delle future guerre

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