Il Bilancio comunitario e la economia di guerra
Un Bilancio è un documento di
programmazione economica con una durata in anni predefinita. Descrive come
verrà utilizzato il gettito in entrata nelle casse statali, frazionandolo tra
le varie priorità della società – dai servizi essenziali alle attività
economiche, a infrastrutture, investimenti, assistenza e così via.
Nel Bilancio
Europeo non viene meno l’intento programmatico e regolatore, tuttavia ci sono
anche delle differenze importanti rispetto ai consueti bilanci nazionali: dal
momento che l’agire delle istituzioni europee è sottoposto per forza di cose a
un certo grado di intermediazione politica, per via dell’esistenza degli Stati
nazionali, nel Bilancio ci si mantiene sostanzialmente nell’ambito degli
interventi “stimolativi”, atti cioè a provocare indirettamente un
effetto desiderato – ad esempio sugli investimenti privati o sulle legislazioni
degli Stati membri. Esito di quest’impostazione è che sfogliando il Bilancio
comunitario ci si trova proiettati in una dimensione per certi versi molto più
politica che economica: «Il nuovo bilancio dell'Ue sarà un bilancio basato
sulle politiche»[1].
Cosa intende
fare, dunque, l’Unione Europea? Sicuramente c’è un tentativo di uniformare i
mercati e le legislazioni dei Paesi membri, al fine di costruire un mercato
unico interno europeo e di attrarre maggiori investimenti; la strada scelta per
raggiungere questo obiettivo pende in direzione dell’allentamento dei vincoli
normativi – sia a livello di economia reale che di finanza –, almeno in questa
fase. Altro aspetto saliente è la subordinazione alle esigenze del settore
militare di tutte le politiche per la competitività, per l’avanzamento
tecnologico e per la costruzione di nuove infrastrutture di trasporto ed
energetiche.
Nello scrivere
questo articolo, perciò, la nostra preoccupazione era di mettere
sufficientemente in evidenza questi due aspetti, che a nostro avviso sono i
principali. Allo stesso tempo verrebbe da riflettere su come l’Ue stabilisca
direttrici importanti per il futuro dei popoli ad essa soggetti senza che
alcuno di questi venga interpellato: sono lontani i tempi dei Referendum sulla
Costituzione europea. Su questo, però, potremmo tornare in un prossimo
intervento. Del resto ogni Bilancio è un argomento complesso, che non per forza
è utile sviscerare punto per punto per poi, magari, rinunciare alla visione
d’insieme.
I.
Finanziamento del Bilancio e contributi
nazionali
Nel 2028 partirà
il rimborso dei fondi Ngeu (168 miliardi, comprensivi dei fondi del Pnrr), in
coincidenza con l’inizio della programmazione di Bilancio. Ciò comporterà oneri
aggiuntivi per le casse degli Stati, ragion per cui la Commissione ha dichiarato
di mantenere sostanzialmente invariati i contributi nazionali ordinari all’Ue. Ciononostante
la manovra vale ben 1.980 miliardi di Euro, cifra a cui corrisponde l’1,26% del
Reddito Nazionale Lordo dell’Ue-27. Quest’ultimo parametro è quello che viene
usato per definire il massimale – cioè il limite massimo – dei pagamenti che
possono essere richiesti dall’Ue. Ebbene, tale soglia viene elevata all’ 1,75%[2], il che
vuol dire che potranno essere chiesti ai Paesi degli ulteriori contributi.
Inoltre, in caso di inflazione superiore al 3% il cosiddetto “deflatore” (l’indice
che misura la variazione media dei prezzi di beni e servizi), a cui è
ancorata la predetta soglia, verrebbe aumentato e, con ciò, i contributi
nazionali verrebbero in automatico fortemente adeguati all’inflazione,
determinando spese extra. La stessa cosa avverrebbe, all’opposto, in una
situazione di inflazione al di sotto dell’1%[3].
Ciò detto, per
finanziare il proprio Bilancio la Commissione possiede altre risorse oltre ai
contributi delle singole nazioni. Queste sono essenzialmente di tipo
commerciale (dazi doganali, aliquota sull’Iva), ma comprendono anche alcuni altri
tipi di imposte, come quella sui rifiuti di imballaggi di plastica non
riciclati – della quale, per inciso, si propone l’aumento. Per il futuro si
prevede l’introduzione di nuovi prelievi sulle transazioni commerciali e le
attività economico-produttive. Essi saranno:
- un’aliquota
del 30% sull’imposta applicata al sistema dello scambio di quote di emissione
di CO2. I proventi derivati da queste transazioni, d’ora in poi,
verranno riscossi solo al 70% dagli Stati nazionali. È poca cosa, si dirà: per
l’Italia i proventi totali dal 2012 al 2024 ammontano a “soli” 15,6
miliardi, ossia a poco più di un miliardo all’anno di media. Per quanto siamo a
conoscenza, però, sembra che ai più sia sfuggito un dettaglio. Dal 2027,
infatti, «un sistema di pricing del carbonio sarà applicato anche ai
fornitori di carburanti e combustibili fossili per i settori dei trasporti,
degli edifici e delle imprese medio piccole con il sistema dell’EU ETS 2. I
costi della CO2 verranno, di fatto, trasferiti dai fornitori di
energia da fonti fossili ai consumatori finali. Il cosiddetto ‘segnale’ di
prezzo della CO2 dovrebbe, quindi, portare i consumatori a scelte di
efficienza energetica ed elettrificazione dei consumi finali, adottando
soluzioni a zero-basse emissioni»[4]. Tutto
ciò, è facile dirlo, si tradurrà in un aumento dei ricavi sia per gli Stati
che per l’Ue, pagato dall’aumento delle bollette delle famiglie. Il
Bilancio, però, si guarda bene dal parlarne;
- una tassa
agli Stati sui rifiuti elettronici non raccolti. «L'applicazione di un
contributo nazionale basato sui rifiuti non raccolti comunicati dagli Stati
membri incentiverà la riduzione dei rifiuti e incoraggerà la raccolta
differenziata»;
- un nuovo
contributo dalle imprese, con esenzione per quelle di piccole e medie
dimensioni;
- una nuova
accisa sul tabacco;
- «nuove
tariffe [non meglio specificate] relative alle politiche dell’Unione»[5].
Dunque, in realtà i contributi
nazionali aumentano, per quanto non lo si voglia dire.
II.
Modalità di finanziamento, governance,
razionalizzazione amministrativa
Spendiamo
due parole sulle modalità di finanziamento. A livello di Bilancio vi
sarà una maggiore flessibilità data dalla possibilità che i fondi vengano
riassegnati in base a mutate esigenze e, soprattutto, dalla costituzione di tre
livelli di riserve finanziarie anti-crisi, fino a quello definito “Meccanismo
di crisi”[6]. Il
riferimento non è alle sole crisi economiche ma anche a guerre, epidemie,
catastrofi ambientali e via dicendo.
Il meccanismo utilizzato per
reperire i fondi Pnrr prevedeva che l’Ue prendesse capitali in prestito sul
mercato al posto dei singoli Paesi – visto che poteva accedere a tassi
d’interesse vantaggiosi, in quanto istituzione finanziariamente più solida –,
per poi “girarglieli”. È appunto al mercato che dovremo rimborsare quelle
risorse, con gli interessi. Comunque sia, nel nuovo Bilancio si prevede che
tale meccanismo venga “istituzionalizzato” e che possa funzionare per qualunque
Paese quando questi ne abbia l’esigenza, purché reale e fortemente motivata.
Altro
aspetto importante è la governance dei finanziamenti.
L’erogazione delle tranche, così come avvenuto col Pnrr, avverrà sulla
base della verifica dei risultati conseguiti. Non si tratterà più soltanto di
approvare progetti e mandare avanti i cantieri – cosa nella quale comunque i
nostri governi non si sono dimostrati di certo eccellenti –, quanto più in
generale di «garantire che gli investimenti producano i risultati auspicati»,
rendendo possibile subordinare esplicitamente i prestiti di maggiore entità – e
quindi quelli con obiettivi più generali – a indicatori economici relativamente
indipendenti, quali la produttività, la capacità di attrarre investimenti in un
determinato settore per poter aprire certe attività produttive, ecc. Quel che
prima, col Pnrr, veniva ottenuto abbinando Investimenti a Riforme, che dovevano
garantirne l’attuazione sul piano politico, adesso lo si vuole ottenere
congiuntamente. Ciò che non cambia è l’intenzione di ridurre «notevolmente gli
obblighi di rendicontazione per i destinatari dei fondi, concentrando le
verifiche e i controlli sui risultati tangibili dei progetti anziché sui costi»[7], per la
gioia della criminalità organizzata nostrana.
A questo punto
della trattazione giova mettere il lettore a conoscenza del fatto che gli
aspetti politici del Documento citato (che tecnicamente è una Comunicazione
della Commissione Europea) non hanno valore operativo, né alcun valore
giuridico vincolante. Tuttavia possono essere affrontati quasi come se
l’avessero: si tratta del parere di un organo di un legislatore (l’Unione
Europea), avente autorità limitata, che decide per proprio conto. Ed è per
questo che le Comunicazioni della Commissione sono importanti: esprimono
un’aspettativa altamente probabile, spesso quasi certa, sulla legislazione e
gli orientamenti futuri.
Senza capire questo non si
comprenderebbe come mai, ad esempio, la Commissione possa presentare come fatto
certo che le garanzie di Bilancio verranno concesse a destra e manca, come «parte
integrante del pacchetto di strumenti di finanziamento, a sostegno di prodotti
quali il debito di rischio, i prestiti e gli investimenti in capitale proprio»,
per svolgere «un ruolo più incisivo nella riduzione dei rischi per gli
investimenti privati e nello svincolo di finanziamenti provenienti da
investitori privati»[8].
Come
sempre nei momenti di difficoltà, i governi provano a mettere in atto una sorta
di razionalizzazione dell’amministrazione, al fine di risparmiare e/o
attrarre capitali. È quello che farà anche l’Ue, semplificando le condizioni
per l’accesso ai finanziamenti, riducendo i programmi, applicando un sistema
unico di monitoraggio della spesa, ecc.
III.
Nuovi strumenti economici attuativi
Uno strumento
fondamentale del nuovo Bilancio saranno i piani di partenariato
stipulati con i Paesi o le Regioni, che rafforzeranno i precedenti investimenti
per le politiche comuni europee (ad esempio in fatto di agricoltura).
L’obiettivo è andare a uniformare gradatamente il mercato interno almeno in
alcuni settori, definiti «prioritari». Attualmente le divisioni nazionali
creano una miriade di legislazioni e sistemi di tassazione differenti e,
inoltre, provocano una riduzione della scala delle economie e maggiori costi
per le imprese (cosiddetti “costi di conformità”), vale a dire meno
investimenti. A questi piani di partenariato andranno 865 miliardi.
Il criterio per l’adempimento ai
compiti di partenariato sarà, ancora una volta, quello del conseguimento del
risultato. Tuttavia, rispetto al Pnrr vi sarà maggiore libertà sulle modalità
con cui raggiungere gli obiettivi[9]. Il
problema è però un altro: migrazione, gestione delle frontiere e sicurezza
saranno sempre più vincolate all’autorità europea, in quanto d’ora in poi i
progetti comuni in quei settori rientreranno all’interno dei piani di
partenariato, per cui i relativi investimenti saranno sbloccati solo a seguito
delle riforme concordate: «Il legame tra riforme e investimenti fornirà agli
Stati membri maggiori incentivi per attuare il patto sulla migrazione e l'asilo
e la strategia di sicurezza interna dell'Ue»[10].
Altro
strumento importantissimo sarà il Fondo Europeo per la Competitività,
basato su risorse di Bilancio (ossia soldi pubblici). Preconizzato nel Rapporto
Draghi, questo Fondo «sosterrà settori critici per la competitività dell'UE:
transizione pulita e decarbonizzazione; leadership digitale; resilienza e
sicurezza, industria della difesa e spazio; e salute, biotecnologie,
agricoltura e bioeconomia». Ciò al fine di fungere da «catalizzatore degli
investimenti privati. Il Fondo europeo per la competitività offrirà un insieme
completo di strumenti di finanziamento per attirare investimenti privati»[11],
diversificando l’offerta. Secondariamente, il Fondo finanzierà anche i
partenariati pubblico-privato, come gli Ipcei[12].
Altri
strumenti sono, ad esempio, Orizzonte Europa (finanziamento della ricerca)
e Europa Globale, che cura la proiezione “geopolitica” dell’Ue. Su 200 miliardi
di dotazione di Europa Globale, «circa 25 miliardi di EUR dovrebbero essere
destinati agli aiuti umanitari»; il resto si tradurrà prevalentemente in
investimenti economici.
IV.
Proiezione globale dell’Ue e Difesa
Questo non è
un normale Bilancio: è un Bilancio da economia di guerra. I provvedimenti
contenuti nel Documento che abbiano a che fare col settore militare sono
innumerevoli e vi fanno riferimento sia le politiche per la competitività che
quelle per i collegamenti stradali, ferroviari ed energetici tra Paesi membri,
che verranno progettati tenendo presente le necessità militari: «La guerra di
aggressione della Russia nei confronti dell'Ucraina ha evidenziato l'importanza
di investire nella mobilità militare (…). Investimenti saranno destinati a
favorire il trasporto di truppe e attrezzature per ferrovia, strada, via aerea,
porti marittimi, vie navigabili interne e terminali multimodali»[13];
saranno finanziati «progetti di trasporto a duplice uso civile-militare per
consentire una mobilità militare senza soluzione di continuità in tutta l'Ue»[14].
Verrà fatto
ampio uso di appalti militari trans-nazionali e sarà razionalizzata la
produzione di armamenti. Se Draghi, infatti, nel proprio Rapporto aveva ancora
a lamentarsi del fatto che «Attualmente in Europa vengono prodotti cinque tipi
diversi di obici, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno. Ci sono dodici
tipi di carri armati europei, mentre negli Stati Uniti ce n'è solo uno»[15], negli
ultimi anni gli sforzi fatti per uniformare la produzione bellica iniziano a
farsi evidenti[16].
Nel Bilancio
europeo si fa esplicito riferimento alla possibilità di andare in deroga ai
vincoli di Bilancio nazionali per incrementare la spesa per la difesa, a causa
della necessità (interna alla logica capitalista) di «una nuova era di
investimenti strategici nelle capacità e nella prontezza di difesa europee,
compreso lo sviluppo congiunto di capacità critiche di difesa [alias,
nucleare?]»[17].
Fondamentale, sempre dal punto di vista del finanziamento, il fatto che le
spese per la difesa saranno ricomprese entro il Fondo europeo per la
competitività, nel tentativo di attrarre capitali privati anche per questo
settore.
V.
Conclusioni
Il Bilancio è
più di quanto abbiamo riportato. Di istruzione, giustizia, cultura e Pubblica
Amministrazione non abbiamo parlato, nel tentativo di concentrarci sugli
aspetti dirimenti. Purtroppo le innovazioni politiche introdotte dalle
istituzioni comunitarie sono spesso surrettizie e non vengono riportate
correttamente – e ancor meno, “compiutamente” – dai media nostrani, per
cui si rendeva necessario focalizzarci sui punti cardine. E del resto quel che
colpisce prima di ogni altra cosa, leggendo il Bilancio, è che si stiano
compiendo passi politici enormi con una leggerezza incredibile, in gran
silenzio, nascondendosi ad arte dietro le politiche nazionali degli Stati
membri e il relativo dibattito, di cui però gli argomenti che abbiamo ivi
trattato non fanno quasi mai parte. E non è un caso.
[1] Commissione
Europea, Un bilancio dell'UE dinamico per le priorità del futuro - Il
quadro finanziario pluriennale 2028-2034, COM (2025) 570 final/2, p. 3.
[2] Ivi, p. 30.
[3] Ivi, pp.
24 e 25.
[4] F. Bellisai,
C. Scano, Aste EU ETS in Italia. Trasparenza e tracciabilità dei
ricavi. ECCO: Report Febbraio 2025, p. 4.
[5] Un
bilancio dell'UE dinamico ecc., p. 31.
[6] Ivi, p.
24.
[7] Ivi, p.
26.
[8] Ivi, p.
27.
[9] Così
come si verifica, ad esempio, con le Direttive europee: è solo il mancato
risultato che comporta l’avvio di procedure d’infrazione.
[10] Un
bilancio dell'UE dinamico ecc., p. 6.
[11] Ivi, p.
10.
[12] Importanti
Progetti Comuni di Interesse Europeo. Piani di sviluppo economico-industriale
per i settori strategici dell’economia, che coinvolgono da un lato un gruppo di
Paesi membri, dall’altro un gruppo di imprese leader, di questi Paesi.
Diversi sono, ad esempio, gli Ipcei sulla Microelettronica.
[13] Un
bilancio dell'UE dinamico ecc., p. 13.
[14] Ivi, p.
15.
[15] M. Draghi,
Rapporto ‘Il futuro dell’Europa…’, p. 167.
[16] Nel
Bilancio, ad esempio, si fa implicito riferimento all’Act in Support of
Ammunition Production, che punta a rafforzare la produzione di munizioni.
[17] Un
bilancio dell'UE dinamico ecc., p. 12.
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