Madri e mogli: le donne pagano il prezzo più alto della guerra

 

Madri e mogli: le donne pagano il prezzo più alto della guerra




 

di Laura Tussi


In foto: DEIR AL-BALAH, GAZA - AUGUST 18: Relatives of Palestinians, who killed in Israeli attack, mourn after their bodies were brought to the al-Aqsa Martyrs Hospital for burial in Deir al-Balah, Gaza on August 18, 2024. ( Ali Jadallah - Anadolu Agency )

Nelle guerre contemporanee il dolore ha spesso un volto femminile. A Gaza, nello Yemen, in Siria, in Ucraina e in Sudan le donne continuano a portare il peso più atroce dei conflitti, non solo come vittime dirette di bombardamenti, fame e violenze, ma anche come custodi della sopravvivenza familiare in contesti disumani.

A Gaza, assediata e bombardata senza tregua, le madri seppelliscono i figli sotto le macerie mentre lottano per strappare un pezzo di pane e un sorso d’acqua. Le immagini delle donne che stringono al petto bambini malnutriti sono ormai simbolo della disperazione di un popolo. Sono loro, le madri palestinesi, a incarnare il coraggio silenzioso di chi cerca di proteggere la vita in mezzo alla distruzione.

In Yemen, la “guerra dimenticata”, donne e bambine sopportano la fame cronica, i matrimoni forzati e l’assenza di cure mediche. Qui la guerra ha reso la maternità un rischio quotidiano: partorire senza assistenza sanitaria significa spesso scegliere tra la vita della madre o quella del figlio.

La Siria, dopo più di dieci anni di conflitto, è un mosaico di vedove e madri sole che tirano avanti famiglie intere tra campi profughi e macerie. La guerra ha privato milioni di donne non solo della sicurezza, ma anche del diritto all’istruzione, al lavoro, a una vita dignitosa.

In Ucraina, le donne sono al tempo stesso sfollate, rifugiate e resistenti. Molte hanno lasciato le case per portare i figli al sicuro in Europa, altre assistono i mariti al fronte o piangono giovani vite spezzate. Qui la tragedia si intreccia con l’angoscia di non sapere se rivedranno mai un padre, un marito, un fratello.

Il Sudan, dilaniato da guerre civili e lotte per il potere, vede le donne diventare bersagli di violenze sessuali usate come arma bellica. Sono loro a raccogliere i corpi, a curare i feriti senza medicine, a cercare acqua potabile camminando chilometri in zone di conflitto.

In ogni angolo del mondo la guerra assume contorni diversi, ma un tratto comune rimane: le donne sono le più esposte alla devastazione. Pagano il prezzo più alto come madri, mogli, figlie. Eppure, nonostante il dolore, sono proprio loro a ricostruire, a tenere viva la speranza, a trasformare la sofferenza in resistenza.

Per questo, parlare della tragedia femminile nei conflitti non è un esercizio retorico, ma un’urgenza politica e morale. Le donne non devono essere più considerate “danni collaterali” della guerra, bensì soggetti centrali di pace e di giustizia. Perché senza di loro, senza il riconoscimento del loro ruolo e delle loro ferite, nessun futuro di convivenza e umanità sarà possibile.

La pace, sostantivo femminile

A molto a che fare con la natura femminile (mentre la sete di potere e di ricchezze che muove le guerre è piuttosto congeniale ai maschi) il dialogo negoziale invocato oggi da Papa Leone come unica via possibile di soluzione dei conflitti in atto, se ci fermiamo a un dato di realtà può sembrare davvero utopico nel senso che non ne sono presenti nella cultura e nella società le condizioni potenziali di piena realizzazione.

Quindi il proporsi, riproporsi ed il proporre l’intesa implica una fortissima carica sovversiva, perché comporta l’avanzare senza alcuno sconto la pretesa che tali condizioni si creino e che vengano abbattuti gli ostacoli e si avviino processi nuovi. La forza sovvertitrice di tale pretesa non risulta affatto edulcorata dal fatto che l’obiettivo sia l’intendersi e non l’ignorarsi, dando così luogo a culture parallele, e a contesti di pace, semplicemente compresenti e ancor meno il farsi guerra.

La pretesa dell’intendersi e del riappacificarsi e del fare pace, sia a livello duale sia collettivo, sia planetario, non è edulcorata se per questo si intende attenuata, indebolita secondo una logica compromissoria.
Così la pretesa del nuovo e la critica integrale del vecchio sono potenziate al massimo dal loro essere finalizzate all’intendersi sui presupposti della pace e della giustizia sociale.
L’intesa per la pace concreta comporta il conoscersi e riconoscersi reciproco nella verità della differenza propria a sé e all’altro ed il vicendevole volersi ed affermarsi nella rispettiva e reciproca differenza.

L’esistente è molto lontano da questa verità, da tale riconoscimento dell’altro e da tale reciproca richiesta che l’altro sia “altro” nella sua differenza. Agire in tal senso comporta un ampliamento ed approfondimento del conflitto sia a livello duale e di gruppo sia a livello mondiale, come le guerre di potere tra i blocchi continentali e i genocidi soprattutto e non ultimo quello a Gaza.

L’antica lezione di Aristotele sostiene nel III libro della Metafisica che per procedere alla buona soluzione di un problema è necessario procedere innanzitutto ad attraversare le difficoltà che esso comporta.
Non può sciogliere un nodo colui che lo ignora e chi cerca una soluzione senza essersi addentrato nelle difficoltà assomiglia a coloro che non hanno una meta.

L’ attenzione femminili alle ragioni dei deboli

E’ stato grande l’apporto femminile nella crescita globale dell’attenzione e responsabilizzazione verso i soggetti più deboli e fragili (bambini, anziani, diversamente abili) che, essendo un tempo gestiti individualmente dalle donne nell’ambito familiare, poi non venivano presi in responsabilità dal sistema sociale.

Altrettanto grande è stato il contributo femminile alla sensibilizzazione verso le tematiche ecologiche, alla tutela e preservazione dell’ambiente, legata anche all’antica consuetudine, come donne, della gestione del quotidiano. Al femminile è la presa di coscienza dei grandi temi della pace, del ripudio della guerra, delle denunce alla violazione dei diritti umani in ogni realtà.

Non vi è dubbio che per portare avanti un impegno in prima istanza individuale, una presa di coscienza, e poi collettivo, le donne devono innanzitutto conoscere e riconoscere se stesse per poter chiedere all’alterità un corrispondente riconoscimento.

In questo senso le donne devono compiere ancora lunghi percorsi di emancipazione. In alcuni casi debbono creare e ricreare immagini di sé che non hanno avuto, non limitandosi ad un inventario dell’esistente, della realtà di fatto, del contingente.

Per esempio l’introiezione dell’immagine di una madre che è valorizzata e la cui femminilità non contrasta con l’autonomia è molto importante sia per lo sviluppo del bambino così come per le donne è importante ritrovare la propria ascendenza femminile. È altrettanto importante che l’universo femminile si riappropri della propria identificazione anche col padre, che viene prima dell’amore edipico, per cui non giunga un messaggio di separatezza tra i genitori, perché l’equilibrato sviluppo psichico dipende dal fatto che si ospiti in se stessi l’immagine combinata di padre-madre differenti ed equivalenti e tra loro in relazione.

La cultura maschile in genere tende a polarizzare i campi, per esempio politici, e d’altro canto imporrà la presenza del diverso, non ancora accompagnata dallo sviluppo di una cultura dell’apprezzamento delle diversità e del confronto ed interrelazione tra esse.
L’arte di dire no, di opporsi come donne, sfocia anche nella capacità di negare se stesse in primo luogo nelle immagini svalorizzate di sé che noi donne purtroppo abbiamo accettato e continuiamo a portarci dentro e soprattutto nel dismettere il timore della propria forza interiore che sembra accompagnare come un’ombra l’agire femminile.

Le donne non devono accettare di lasciare imprigionare nel privato

Timore e paura di suscitare l’invidia degli dèi maschi? Paura di perdere la femminilità? Paura di non poter essere amate? Anche. Ma soprattutto timore di dover mutare, cambiare, trasformare e metabolizzare l’immagine antica che si ha di sé di incontrarsi con la sconosciuta nuova donna forte, capace, anche di felicità, autonoma, benché ancora sempre dolce, tenera, attenta, relazionale.

E’ necessario che noi donne non ripieghiamo nel privato, ma sviluppiamo la coscienza della nostra responsabilità e del legame antico con il mondo e la storia, riconoscendoci un’identità sociale oltre che privata.
Gli uomini hanno sempre saputo che la loro vita era in diretto contatto con il mondo, anche per la triste incombenza della guerra che li rendeva cosmo e storico centrici.
Le donne si sono lasciate irretire nell’idea di dover limitarsi alla casa e alla famiglia, avulse dalla realtà, dal resto del mondo, come se il mondo non influisse su tali dimensioni e da quei luoghi le donne non influissero sul mondo.

Nella valorizzazione della nostra diversità e incalzando l’uomo affinché abbandoni le tristi soddisfazioni del suo narcisismo maschile e del suo dominio patriarcale per la matura felicità del rapporto con l’altro, noi donne finalmente insieme con l’uomo, e non in compagnia dei fantasmi e stereotipi che le donne hanno finora prevalentemente coltivato e inseguito, come donne, come universo femminile a livello mondiale dovremo e potremo aspirare a trovare la felicità e la pace nella reciprocità di un rapporto tra due persone.

Nella e per una convivenza tra “altri” occorre quindi mettere in conto che l’intendersi è in primis spogliamento dei sistemi ontologici e dei preconcetti conseguenti che hanno fondato la supremazia dell’occidente e l’egemonia maschile. L’intesa si situa nella zona a rischio tra la sicurezza del proprio esserci e l’inquietudine di un “altrove” di cui il volto dell’altro è epifania, manifestazione, rivelazione.

Noi donne ci siamo accorte che per voler essere pari rischiavamo di diventare simili all’uomo. Abbiamo scelto allora la via del separatismo alla ricerca di un’appartenenza di genere innanzitutto per comprenderci, per capire a fondo noi stesse nella realizzazione di un progetto di esistenza mondiale e universale nella contingenza di un’utopia realizzabile. Come la pace.

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