Intervento della Cub sulla istruzione universitaria
Ci siamo posti tante volte la stessa domanda: qual'è la funzione dell'università? E chi oggi frequenta l'università, quali saranno le conseguenze del numero chiuso per l'accesso a numerose facoltà? Quale sarà la composizione di classe dei laureati nei prossimi anni?
E infine quale è oggi il rapporto tra sistema universitario e istruzione universitaria? I programmi sono realmente in linea con le necessità del Paese o sono oggetto di continue riscritture, anche su basi ideologiche, da parte del Ministero e del Governo? E quali ragioni possono spingere a completare un percorso di studi quando l’offerta lavorativa appare strutturalmente carente?
In
questo scenario, le università rischiano di trasformarsi da luoghi di
formazione critica e culturale in veri e propri campi di addestramento, dove i
percorsi di studio sono sempre più guidati da logiche utilitaristiche, dettate
dalle esigenze immediate del mercato o dai programmi imposti dall’alto,
seguendo le mode del momento.
Un
altro aspetto di questa dinamica riguarda i titoli di studio e le università
telematiche, che svolgono attività formative finalizzate all’acquisizione dei
crediti necessari per l’insegnamento. Quando prevale una “logica mercifica”,
per cui il pagamento diventa la via privilegiata per ottenere i titoli, a
rimetterci è non solo l’istruzione universitaria, ma anche la scuola, che si
ritrova docenti scelti in base alla possibilità di pagare, con conseguenze
negative sulla qualità e sull’eguaglianza dei percorsi di studio.
Parallelamente,
le logiche aziendalistiche e le collaborazioni private stanno modificando la
funzione pubblica dell’Università. La tendenza ormai diffusa è quella di
favorire, con risorse pubbliche, la più ampia preparazione dei ricercatori, per
poi “regalarli” al settore privato: per mera ignavia, per l’incapacità di
stabilizzarli e assumerli, per la scelta di non retribuirli in modo dignitoso,
oppure ancora per la mancanza di strumenti di lavoro moderni, efficienti e
adeguati alle nuove sfide.
Come
già osservato, la dinamica che emerge dall’esperienza di chi lavora nelle
Università appare piuttosto lineare: si assume poco e in modo frammentato, si
riducono le risorse interne e, successivamente, il malfunzionamento dei
processi diventa argomento per giustificare un ricorso crescente al supporto di
soggetti privati.
In
questo contesto si collocano anche i concordati e le partnership riconducibili
alla cosiddetta terza missione, dove il confine tra collaborazione e
speculazione si fa sempre più labile. In passato tali attività rientravano nel
cosiddetto conto terzi: al posto della didattica e della ricerca istituzionale
si lavorava per le aziende, con compensi aggiuntivi per i docenti coinvolti.
Oggi, attraverso la formalizzazione della terza missione, la collaborazione con
il privato diventa un obiettivo ufficiale e strategico delle università,
riconosciuto come parte integrante della loro missione istituzionale. A ciò si
aggiunge l’abrogazione del limite Monti agli stipendi dei docenti, che
contribuisce a ridefinire un sistema di promozione del ruolo delle aziende
dentro gli atenei, che rimpingua la saccoccia dei docenti.
Ne
deriva una trasformazione che tende a favorire interessi individuali e
settoriali a scapito della funzione pubblica dell’Università. Modalità di
reclutamento e organizzazione del lavoro sempre più fragili contribuiscono a
creare le condizioni per un’ulteriore espansione del privato, anche attraverso
il coinvolgimento dei docenti in strutture quali la Bologna Business School, la
SDA Bocconi, la LUISS Business School e la POLIMI Graduate School of
Management, esempi di istituzioni di alta formazione manageriale collegate a
grandi Atenei e caratterizzate dal rilascio di titoli accademici riconosciuti e
programmi con standard internazionali. A queste si affiancano altre scuole,
come MIB o CUOA, attive nel settore dell’alta formazione e dell’executive
education, spesso con assetti giuridici differenti e relazioni articolate con
università e imprese. Anche in questo caso, il confine tra integrazione
virtuosa e interesse particolare resta oggetto di riflessione.
Dire
che il sistema universitario abbia subito un feroce depotenziamento significa
dunque limitarsi a descrivere la realtà. Non sorprende, pertanto, che alle
porte degli Atenei si presentino aziende e capitali privati pronti a proporsi
come mecenati, offrendo finanziamenti in cambio di progetti didattici e di
ricerca orientati, sempre più spesso legati al complesso industriale-militare,
in una “morsa marziale” ormai evidente.
Infine,
non si può prescindere dal tema del lavoro. Un giovane neolaureato è mediamente
retribuito fino al 25 per cento in meno rispetto ai colleghi più anziani, una
sperequazione che pesa in modo significativo se confrontata con l’importo delle
borse di studio e con i livelli retributivi dei ricercatori e dei laureati in
altri Paesi europei.
Detto
in termini forse crudi ma efficaci, il sistema economico italiano ha scelto da
tempo di non valorizzare l’Università, la formazione e la ricerca — soprattutto
quando autonome e libere — e di comprimere sistematicamente il capitale umano
ad alta qualificazione e specializzazione.
Serve
dunque un cambiamento profondo, che non si limiti a essere evocato ma che
venga immaginato, costruito e attraversato fino in fondo, assumendosi la
responsabilità di arrivare alla meta: non solo per l’Università e per chi la
vive e la fa funzionare ogni giorno, ma per l’intera collettività e per il
futuro del Paese, perché la formazione universitaria è un servizio pubblico che
produce altro servizio pubblico, e come tale va riconosciuta, difesa ed
esaltata come leva essenziale di sviluppo, giustizia sociale e democrazia.
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