IL Riarmo europeo non è una novità ....ne parlavano anche 15 anni fa

 


Le spese militari avrebbero dovuto crescere in misura maggiore di quanto avvenuto se quasi 15 anni fa gli Usa avevano chiesto ai paesi Nato di raggiungere il 2 per cento del PIL per la stesa militare, tuttavia l'aumento delle risorse per il riarmo non è, come si racconta, conseguenza della guerra in Ucraina. Gli Usai da tempo pensavano all'Ucraina come il paese su cui puntare per portare la guerra contro la Russia e indirettamente contro la Cina. Chi nega la evidenza dei fatti e accusa anche una semplice lettura della realtà di campismo o è in mala fede o sta sul pianeta Marte.

Progetti di ricerca duali e impulso a nuove tecnologie impiegabili per la produzione di sistemi di arma avanzati partono oltre un decennio fa come si evince da innumerevoli documenti europei.

Il l Riarmo Ue è legato non solo alla capacità di difesa autonoma dagli Stati Uniti ma anche all'idea che il futuro della Europa dipenda dalla costruzione di un autonomo complesso industrial militare capace di primeggiare sui mercati di armi mondiali. Già un decennio fa si parlava già di riconversione dal civile al militare, esistono documenti padronali, di associazioni datoriali che documentano una certa attenzione al tema

 Dopo tanti anni di discussioni, documenti strategici ed atti di indirizzo ma anche di profonde divisione su quali progetti intensificare e sostenere con i fondi comunitari, solo da un paio di anni siamo approdati ad un nuovo stadio, operativo anche se permangono differenze di prospettive tra i paesi europei

Nel giugno 2016 l'Unione Europea parlava di "autonomia strategica" anche nell’ottica di produrre da sola sistemi d’arma complessi e tecnologicamente avanzati, risultato solo parzialmente raggiunto per la dipendenza, cronica dagli Usa per componenti tecnologiche non ancora realizzate nel vecchio continente. Riusciranno i progetti di Riarmo a colmare i ritardi dopo avere istituito il Fondo europeo per la difesa (EDF), la cooperazione permanente (PESCO), la pianificazione militare dell'UE (MPCC)?

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti operarono due scelte: mantennero la guida della Nato diminuendo al contempo il numero dei soldati in Europa al fine di spostare le truppe in altre aree del Globo. Per offrire due numeri, i soldati Usa in Europa passarono da 350 mila ai tempi della Guerra Fredda a poco meno dei 65 mila dei nostri giorni. Ma non per questo le basi Usa e Nato sono state ridimensionate, piuttosto hanno ridefinito ruoli e funzioni dentro i nuovi scenari globali.

Numeri ridotti di soldati non determinano minore presenza militare, ad esempio nel campo cyber o dell’intelligence la struttura Usa è stata esponenzialmente accresciuta e nei paesi europei suscita attenzione da parte dei governi e di imprese tecnologicamente avanzate.

Nel frattempo, una forte presenza di basi militari in Europa risulta ancora conveniente alla tutela degli interessi militari ed economici statunitensi nel Mediterraneo allargato fino a tutto il Nord Africa e il Medioriente.

Le argomentazioni di Trump con la Ue sono da prendere con le molle ma al contempo bisogna saperle contestualizzare perché hanno ottenuto il risultato strategico sperato: costringere la Ue al riarmo per acquistare tecnologia militare dagli Usa che nel frattempo spostano investimenti nell’Oceano indiano e ovunque sia nevralgico intervenire.

Ad oggi non è all’ordine del giorno il ritiro delle truppe Usa dal Vecchio continente, magari diminuiranno gli organici ma le basi strategiche resteranno al loro posto e i militari verranno in parte spostati verso altri scenari ritenuti strategici 

Di oltre un decennio fa la dichiarazione dell’allora Presidente della Commissione Europea Juncker, anno 2016, con cui invitava l’Europa a prendersi cura della propria sicurezza perseguendo l’obiettivo dell’autonomia strategica.

Dalla fine della Guerra Fredda ai nostri giorni, la capacità difensiva dell'Europa risulta in calo ma proprio la controversa missione militare contro la Libia del 2011 ha risvegliato le mire belliche dei paesi Ue indicando gli interventi indispensabili per ammodernare e rendere efficiente la macchina militare. In quel caso i paesi della Ue partecipi alla missione anti Gheddafi palesarono difficoltà nell’intelligence, nel settore aeronautico, nel rifornimento in volo dei caccia da guerra, ritardi nella difesa convenzionale e no.

Numerosi documenti strategici concentrano l’attenzione sulla presunta minaccia della Russia e vorrebbero ammodernare gli eserciti europei in funzione di un eventuale conflitto proprio con il paese che la riforniva di gas e petrolio a basso costo.  Alcuni paesi sembrano invece interessati a indirizzare risorse economiche, ricerche tecnologiche verso obiettivi ben più ampi e ambiziosi curando i tanti aspetti di un possibile conflitto armato in scenari per altro anche extra europei.

E non è casuale che proprio i paesi UE stiano formando personale specializzato da destinare all’utilizzo dei moderni sistemi d'arma cercando la strada maestra per produrli in autonomia e  indipendentemente dagli Usa.

 Al fine di rreclutare questo personale bisogna offrire anche una via di uscita civile, da qui gli sforzi indirizzati a un sistema di welfare e previdenziale costruito ad hoc per i militari, la opportunità di accedere per vie preferenziali a impieghi pubblici (e civili) dopo anni di servizio volontario nell’esercito. Le difficoltà strutturali della Ue sono legate in parte a progetti industrial militari concorrenziali tra loro ma anche dal fatto che un esercito letale non si improvvisa in pochi anni, gli Usa sono stati perennemente in guerra dal 1945 ad oggi, hanno accumulato, decenni di esperienza tecnologica e tattica e rappresentano ancora un modello a cui ispirarsi.

Pesa tuttavia la frammentazione della base industriale della difesa europea e di questo parlano tanto Enrico Letta quanto Mario Draghi ad invocare la cooperazione europea in materia di armamenti. Dati alla mano per lustri, almeno fino al 2016\7, gli appalti collaborativi per la difesa in Europa oscillavano attorno al 20 per cento del totale con percentuali maggiori, attorno al 32 per cento, per gli appalti degli aerei da guerra che per altro ricevono grandi finanziamenti comunitari.  Ancora oggi gli Stati europei spendono l'80% dei loro bilanci per la ricerca e lo sviluppo militare all'interno dei confini nazionali, il documento strategico di Mario Draghi invocava invece dei progetti comuni alla Ue e in questa ottica si sono mossi i finanziamenti per i progetti PNRR, nell’ottica di rendersi indipendenti dall'importazione di componenti chiave e sistemi d'arma dagli Stati Uniti. 

 E per raggiungere questo obiettivo la Ue dovrà dotarsi in tempi rapidi di un proprio sistema industrial tecnologico e di difesa integrata per non restare indietro nell'innovazione militare e nello sviluppo di tecnologie duali e di armamenti a costi non proibitivi.


Chiudiamo sui satelliti militari per i quali urge una infrastruttura coordinata anche in questo campo i ritardi sono eloquenti e alcuni paesi vorrebbero acquistare tecnologia e prodotti statunitensi (e non solo) giudicando troppo lunghi i tempi necessari per realizzare sistemi e prodotti comunitari tecnologicamente avanzati capaci poi di competere nel mondo.

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