EUROPA • LIBERTÀ • CENSURA IL MINISTERO DELLA VERITÀ È ARRIVATO A BRUXELLES?

 

di antonio evangelista


Quando il diritto non giudica più ciò che dici, ma decide chi può parlare.

«Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire.»

George Orwell

La libertà non muore in un giorno

La libertà di espressione non muore mai all'improvviso. Non viene abolita con un decreto né soppressa con un colpo di Stato. Muore lentamente, ogni volta che il potere convince i cittadini che alcune idee non debbano essere confutate, ma semplicemente impedite. Ogni volta che la domanda smette di essere «È vero?» e diventa «Chi lo ha detto?».

È questo il punto di svolta che oggi sembra delinearsi nell'Unione Europea.

Non siamo di fronte a un sistema di censura nel senso storico del termine. Sarebbe un paragone improprio. Ma è difficile non osservare come, negli ultimi anni, si stia consolidando un paradigma nuovo: la libertà di informazione non viene limitata soltanto in funzione del contenuto ritenuto illecito, bensì sempre più anche dell'origine della fonte e del rischio geopolitico ad essa attribuito.

Può sembrare una differenza sottile.

In realtà cambia tutto.

Perché quando il diritto comincia a selezionare preventivamente chi possa partecipare al dibattito pubblico, il pluralismo smette di essere un principio e diventa una concessione.

Il caso RT e Sputnik: quando viene esclusa una fonte

Nel 2022, in risposta all'invasione russa dell'Ucraina, l'Unione Europea ha adottato misure restrittive nei confronti dei media statali russi RT e Sputnik.

Le misure hanno previsto:

  • sospensione della trasmissione nell'Unione;
  • divieto per operatori e piattaforme di distribuirne i contenuti;
  • blocco dell'accesso attraverso servizi di broadcasting, hosting e distribuzione.

Il vero punto di rottura non è rappresentato soltanto dalla misura in sé, quanto dal precedente politico e giuridico che essa introduce.

Non viene infatti colpito un singolo contenuto ritenuto illecito, diffamatorio o istigatorio alla violenza.

Viene esclusa, nel suo complesso, una determinata fonte informativa.

È un passaggio concettuale rilevante.

Per oltre due secoli la cultura giuridica liberale ha insegnato a giudicare un'affermazione in base alla sua verità, falsità o liceità.

Oggi il rischio è che il criterio diventi un altro: la provenienza.

Il Digital Services Act e il nuovo ruolo delle piattaforme

Con il Digital Services Act l'Unione Europea ha costruito un modello di governance digitale fondato su obblighi di gestione dei rischi sistemici, moderazione dei contenuti illegali e responsabilizzazione delle grandi piattaforme.

L'obiettivo dichiarato è la tutela dello spazio digitale europeo.

Il problema nasce quando categorie estremamente ampie — come "disinformazione", "contenuti dannosi" o "rischi per il dibattito democratico" — diventano il presupposto di interventi sempre più invasivi.

Il risultato pratico è una moderazione sistemica incentivata dal rischio sanzionatorio.

Quando il costo di lasciare online un contenuto supera il costo di rimuoverlo, il comportamento economicamente più razionale diventa la cancellazione preventiva.

È il fenomeno che gli studiosi definiscono over-removal.

Non viene eliminato soltanto ciò che è certamente illecito.

Spesso viene eliminato anche ciò che potrebbe, un domani, diventarlo.

Dalle piattaforme ai cittadini

Il quadro normativo europeo non ha introdotto un reato generale di condivisione di contenuti provenienti da media russi.

Tuttavia, il progressivo ampliamento degli obblighi di distribuzione, moderazione e controllo apre inevitabilmente interrogativi sull'evoluzione futura del sistema.

Dove si fermerà il confine tra contrasto alla propaganda e limitazione del pluralismo?

Fino a che punto la responsabilità potrà estendersi lungo la filiera della comunicazione?

Sono domande legittime.

Ed è proprio quando il diritto lascia ampi margini interpretativi che il dibattito pubblico dovrebbe diventare ancora più libero, non più ristretto.

 

La storia insegna prudenza

Nessuno dei grandi sistemi autoritari del Novecento è nato imponendo il silenzio assoluto dall'oggi al domani.

Tutti hanno seguito una traiettoria sorprendentemente simile.

Prima l'emergenza.

Poi l'individuazione di un nemico.

Successivamente la limitazione delle fonti considerate pericolose.

Infine, la normalizzazione del controllo come ordinario strumento di governo.

Naturalmente sarebbe storicamente scorretto assimilare l'Europa contemporanea ai regimi totalitari del secolo scorso.

Ma sarebbe altrettanto miope ignorare la lezione della storia.

Ogni restringimento del pluralismo è sempre stato presentato come temporaneo, necessario e giustificato da un interesse superiore.

La sicurezza.

L'ordine pubblico.

La guerra.

L'emergenza.

Le motivazioni cambiano.

La dinamica resta sorprendentemente simile.

 

Chi decide la verità?

L'informazione russa è diventata, nell'immaginario europeo, il Brutto Anatroccolo.

Non importa ciò che racconta.

Non importa se un fatto possa essere verificato o smentito.

Non importa neppure che possa contenere elementi utili al dibattito pubblico.

Conta soprattutto la sua origine.

La fonte precede il contenuto.

L'identità precede la prova.

Ma la favola di Andersen contiene una lezione che oggi sembra dimenticata.

Il Brutto Anatroccolo non era brutto.

Non era neppure un'anatra.

Era un cigno che tutti avevano giudicato prima ancora di osservarlo.

La democrazia liberale ha sempre preteso qualcosa di radicalmente diverso.

Non che il cittadino credesse a tutto.

Ma che potesse ascoltare tutto, verificare tutto e decidere con la propria coscienza.

Il giorno in cui sarà un'autorità pubblica a stabilire quali fonti possano essere ascoltate e quali debbano essere escluse a priori, il problema non riguarderà più soltanto una televisione straniera.

Riguarderà il rapporto di fiducia tra lo Stato e i suoi cittadini.

Perché una democrazia matura non teme il confronto con un'informazione sgradita.

Teme soltanto di perdere cittadini capaci di pensare con la propria testa.

E quando lo Stato smette di fidarsi dell'intelligenza dei suoi cittadini, chiedendo loro non di valutare le informazioni ma di evitarle, il problema non è più il Brutto Anatroccolo.

Il problema è chi pretende di decidere, per tutti, quali cigni possano entrare nel lago della libertà.

 

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