Sono tutti americani
Sono tutti americani
Da Vespucci a Prevost, da Monroe a Trump Da Vespucci a Prevost, da Monroe a
Trump. Alle radici della cattiva abitudine di colonizzare la parola
"America" per riferirsi agli Stati Uniti
Cosa avrà provato un
cittadino cileno, brasiliano o colombiano il 9 maggio dello scorso anno nel
vedere i titoli in prima pagina di diversi giornali definire Leone XIV “il
primo papa americano”? Da quale continente sarebbe venuto allora il suo appena
avvicendato predecessore, l’argentino Bergoglio? Semmai, avrebbero dovuto
considerare il neo-pontefice Prevost come “doppiamente americano” in virtù
della sua cittadinanza originaria statunitense e, al contempo, di quella
peruviana.
Meno di due anni fa, nel suo
imperiale discorso di reinsediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva
modificato d’autorità la toponomastica ribattezzando il “Golfo del Messico” in
“Golfo d’America”. Così come ha fatto recentemente per il bacino dell’Ontario,
oggi Lago d’America, giungendo a prefigurare l’inclusione del Canada quale
cinquantunesimo stato della federazione a stelle e strisce.
Una sorta di rilancio della
Dottrina Monroe che nel 1823 sanciva il principio di “America agli americani”,
rivolto allora in primis al Vecchio Continente che non avrebbe dovuto più
interferire negli affari del cosiddetto Nuovo Mondo. Una filosofia che esordì
con il conflitto che portò all’assoggettamento di metà del territorio
messicano. E dove, da lì in poi, per “americani” si sarebbero dovuti
considerare, di fatto, i soli statunitensi; ignorando i discendenti degli
spagnoli e dei portoghesi nel resto del continente; e, a maggior ragione, le
superstiti popolazioni “precolombiane”.
Fu poi il presidente Theodore
Roosevelt nel 1903 a “forzare” la separazione di Panama dalla Colombia per
realizzare il “proprio” corso d’acqua interoceanico (oltre che insediarvi il
Comando Sud della U.S. Force). Il canale è stato poi ceduto alla sovranità
panamense solo dal 31 dicembre 1999 grazie ai Trattati Torrijos/Carter, che ne
fissarono anche la “neutralità internazionale”. Accordi che Trump ha definito
“un regalo insensato” del suo precursore Jimmy Carter. Assicurando comunque,
con rinnovato spirito di annessionismo continentale (ma rispedendo al contempo
verso sud gli emigrati “non bianchi”) che “presto ci riprenderemo anche il
Canale di Panama”.
Avendo vissuto oltre
trent’anni da cronista nell’istmo centroamericano, in quel “patio trasero” (cortile di casa con tanto
di piscina caraibica) degli Stati Uniti –e avendo documentato le invasioni, minacciate
o subite, dei marines (Grenada 1983, Panama 1989, nonché quella “positiva” di
Haiti del 1994) – ho assimilato il viscerale antimperialismo del posto. E
proprio per questo, di fronte all’inarrestabile e insopportabile deriva
culturale del linguaggio, provo ogni volta un sussulto nel sentire esperti di
geopolitica e politici delle nostre latitudini abbinare il nome “America” ai
soli Stati Uniti.
Certamente gli Usa si
chiamano e sono “d’America”, ma in realtà dall’Alaska alla Terra del Fuoco sono
tutti abitanti americani: del Nord, del Centro e del Sudamerica, con le loro
lingue native o con quelle dei colonizzatori spagnoli, portoghesi, inglesi,
francesi e olandesi. Con l’emozione che poi si prova, per averla percorsa in
gran parte, quando si giunge all’estremo lembo della Terra del Fuoco, in
Argentina, e ci si imbatte nel cartello “aquí termina la Carretera
Panamericana”. Una strada che comincia ben 30mila chilometri prima,
nell’estremo emisfero nord, a Prudhoe Bay, e che si interrompe via terra solo
in corrispondenza dell’impraticabile giungla del Darién, fra Colombia e Panama,
oggi attraversata unicamente dai disperati flussi migratori diretti verso nord.
Ancor peggio dovremmo
sentirci noi italiani (emigrati in massa in quelle terre in epoche successive)
dato che il destino ha voluto che fosse proprio il genovese Cristoforo Colombo
a “scoprire” l’America. Mentre un altro connazionale, Amerigo Vespucci, ne
ispirò il nome dopo aver sancito che non si trattava delle “Indie”. In seguito,
spagnoli (e portoghesi) la “conquistarono” imponendo il modello coloniale del
latifondo (“terratenientes versus peones”). Solo due secoli dopo, nel
settentrione, arrivarono gli anglosassoni che a loro volta sottomisero gli
autoctoni “pellerossa”, finendo poi con l’ereditare il dominio anche sul resto
del continente.
Tutto questo si consuma
nell’odierno emisfero occidentale, diviso fra l’area povera del subcontinente
latinoamericano e quella benestante del Nord di entrambe le sponde atlantiche,
americana ed europea.
Considerare gli “americani”
nell’accezione unica di statunitensi è dunque un pessimo luogo comune. È un
errore concettuale che quasi equivale a quando ci si riferisce in senso lato
(ancor peggio) all’“uomo” anziché all’“essere umano” con le sue declinazioni di
genere; come insegnano invece da sempre i popoli Maya o gli Achuar
dell’Amazzonia.
Certamente, se ti tocca
scrivere quotidianamente da quella regione, finisci col non saper più quali
sinonimi inventare per mantenere la distinzione ed evitare ripetizioni. Neanche
l’appellativo “nordamericani” è del tutto corretto, dato che lo sono pure i
messicani, oltre ai canadesi. Non a caso, le definizioni usuali per quella
regione geografica sono “Messico e Centroamerica” oppure Mesoamerica, o Conca
dei Caraibi. Per riferirsi agli Usa si rischia così di dover raschiare il fondo
del barile con termini gergali come “States”, con vocaboli ingombranti come “gigante” o “impero
del nord”, o persino con espressioni dispregiative quali gringolandia e yankee. Quando basterebbe usare la
parola “angloamericani” (che comprende pure i giamaicani e gli abitanti di
altre isole caraibiche), come si impiega usualmente il vocabolo
“latinoamericani”.
In compenso in quei piccoli
paesi dell’istmo -ribattezzati a fine Ottocento “banana republics” per il sorgere delle
compagnie bananiere statunitensi (fra le prime multinazionali del pianeta)- gli
abitanti (oggi per lo più meticci) usano talvolta chiamarti con l’appellativo
di “chele”
(bianco).
Eppure, negli ultimi decenni
del secolo scorso, la sovrapposizione unilaterale tra americano e statunitense
non era così generalizzata, soprattutto in Europa. Oggi qualcuno,
presumibilmente colto, arriva a giustificarsi dicendo che “del resto la parola
statunitense in inglese non esiste”. In realtà il termine “united statesian” è storicamente esistito, ma
è caduto ben presto in disuso; proprio come sta accadendo oggi alle specifiche
distinzioni nelle lingue italiana, spagnola o tedesca.
Al contrario in America
Latina non c’è bisogno di essere leader storici come il visionario
indipendentista Simón Bolívar, il cubano José Martí, il messicano Emiliano
Zapata (che guidò la prima rivoluzione della storia dopo quella francese e
prima della bolscevica, imperniata sulla riforma agraria) o, in tempi più
recenti, Fidel Castro e Salvador Allende, per considerarsi orgogliosamente
americani. Persino i conservatori della destra più radicale si ritengono tali
da sempre. In un contesto dove un tempo si parlava di lotte antimperialiste che
in origine non avevano nulla a che spartire con l’attributo di “comunista”;
etichetta affibbiata a ogni anelito ribelle latinoamericano.
Oggi, a malapena, resiste
l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) la quale, pur egemonizzata dagli
Stati Uniti, mantiene fin dal principio la forma plurale nel proprio nome. Con
l’aggiunta dell’Organizzazione Panamericana della Salute e ricordando l’esistenza
della Dichiarazione Panamericana dei Diritti e Doveri dell’Uomo.
Se poi si volesse
approfondire il termine “americanismo” nella sua evoluzione storica, la
questione si complicherebbe ulteriormente in un gioco di contrari. Il termine
può infatti riferirsi allo studio delle società precolombiane, così come alle
distinzioni della letteratura anglofona degli Stati Uniti da quella britannica.
Per arrivare al cattolicesimo romano, che definiva “americanismo” l’eresia
legata al concetto di separazione fra Chiesa e Stato (inserito nella
Costituzione del 1791), promosso dal “disobbediente” episcopato statunitense
sull’onda del Manifest
Destiny (Destino Manifesto), la visione messianica
secondo la quale gli Usa dovevano promuovere l’espansionismo per diffondere i
valori di libertà e democrazia. Quella stessa Libertà la cui statua, dopo il
ritorno al potere del tycoon, abbiamo visto riprodotta ironicamente in un meme
mentre, valigie in mano, abbandona la propria patria.
Per questo d’ora in avanti,
come si usa normalmente fare nel mondo dello sport o quando qualcuno si
attribuisce genericamente il sostantivo di “europeo”, e onde evitare equivoci,
ogni qualvolta sentiremo pronunciare la parola “americano” sarà bene precisare:
“sì, ma americano di dove?”.
Gianni Beretta
Fonte: https://ilmanifesto.it/sono-tutti-americani-2



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