Dagli accordi di Abramo all'uscita dall'Opec: Gli Emirati Arabi testa di ponte di Israele e Usa
Hormuz: chiave di svolta dei conflitti mondiali. La uscita degli Emirati dall'Opec e il ritorno degli Accordi di Abramo
E' in corso da mesi il progressivo abbandono della Organizzazione dei paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), ultimi ad uscire gli Emirati Arabi dopo Qatar, Ecuador e Angola.
Uno smacco per l'Arabia Saudita ma anche un successo per Israele che mira a cambiare radicalmente gli equilibri nella Regione dopo avere conquistato, nel 2020, l'adesione degli Emirati agli accordi di Abramo.
Sbaglieremmo a pensare a tensioni locali tra paesi concorrenti, la strategia di Israele mira a rompere ogni collaborazione tra paesi arabi, a penetrare nel Corno d'Africa (come sta facendo da tempo), approfitta anche delle contraddizioni interne a paesi (Arabia Saudita ed Emirati) già protagonisti di un decennale conflitto armato (nello Yemen)
La decisione di Abu Dhabi sancisce il rifiuto delle limitazioni alle quote di greggio esportabile decise in seno all’OPEC, la quantità di petrolio prodotta fa alzare o scendere le quotazioni dello stesso e il costo dell'oro nero interessa direttamente Usa e Israele che vogliono dire la prima e l'ultima parola
La decisione assunta dagli Emirati Arabi Uniti non è frutto di un colpo di sole, da una parte le intromissioni di Usa e Israele, dall'altra la militarizzazione dello Stretto di Hormuz che rappresenta un elemento divisivo soprattutto in merito alla posizione da tenere in questo conflitto.
Gli Emirati ritengono, e non a caso hanno aderito agli accordi di Abramo, l'Iran una minaccia per la propria sicurezza e per la stessa esportazione di petrolio (aumentarne la fornitura non rientra tra i progetti dei paesi del Golfo), la sua decisione ha già prodotto due risultati importanti: la fornitura da parte di Israele di Iron Dome e di altri sistemi tecnologici militari di produzione Usa e Israeliana . La quota di petrolio prodotta dai paesi Opec è ormai scesa al 44 per cento e quindi la strategia statunitense , quella di indebolire il cartello dei produttori per decidere con la forza quantità di greggio da esportare e relativo prezzo, sembrerebbe aver raggiunto un primo risultato.
Ma forse la vera questione è ben altra: a chi conviene non risolvere in tempi brevi questa crisi? La paralisi commerciale attraverso lo Stretto produce danni incalcolabili soprattutto per alcune economie dipendenti dal greggio e dai commerci che passano da quell'aria. E tanto più dura la incertezza tanto maggiore risulterà il vantaggio per qualcuno. E' forse questa la chiave di lettura più accreditata
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