Dal Regno al mercato: analisi dell'Università di Giulio Palermo
Pubblichiamo un breve estratto da uno dei tanti testi scritti da Giulio Palermo (che ringraziamo) al fine di aprire una discussione sull'Università intesa come ambito propulsore delle trasformazioni sociali. Vogliamo approfondire il ruolo del Baronato uscendo dalla retorica del Boicottaggio accademico e della solidarietà astratta verso il precariato dietro cui si celano innumerevoli contraddizioni
DAL REGNO AL MERCATO
Nel corso di un secolo e mezzo di storia, l’università
si è trasformata sotto la spinta dei cambiamenti economici, politici e sociali,
facendo in alcuni casi da propulsore per le trasformazioni dell’intera società.
Le sue trasformazioni hanno riguardato sia le sue funzioni esterne, il suo
ruolo nella società e nell’economia, sia la sua struttura interna, fatta di
rapporti di potere derivanti in gran parte dal controllo del reclutamento e
degli avanzamenti di carriera.[1]
L’evoluzione degli obiettivi economici e sociali
dell’università impone la continua ricerca di nuovi equilibri nella
ripartizione del potere accademico. In questo processo, i potentati accademici
hanno dialogato col Re e con i ministri per ottenere un ruolo nel controllo del
reclutamento, hanno giurato fedeltà al fascismo pur di conservare cattedre e
prestigio, per assumere, alla sua caduta, le redini stesse dell’università,
hanno resistito alla contestazione studentesca che voleva esautorarli e hanno portato
gli studenti in piazza come strumento di pressione sul governo e sul
parlamento.
Il governo dell’università passa innanzi tutto per il
controllo dei suoi meccanismi di riproduzione. Per questo il potere baronale è
intrinsecamente legato alla classe dominante che, attraverso la mediazione del
potere politico, stabilisce il ruolo dell’università nella società, indirizza i
suoi obiettivi economici e porta ad affermare particolari criteri di
reclutamento del corpo docente coerenti con l’assolvimento di queste funzioni.
Cooptazione,
rapporti di classe e riproduzione culturale
Le trasformazioni dell’università riflettono
l’evoluzione dei rapporti di potere nella società e i mutevoli interessi della
classe dominante. L’università però è anche un fattore di condizionamento della
società. I contenuti della ricerca scientifica e degli insegnamenti accademici,
l’autorevolezza scientifica e politica dei cattedratici, le finalità stesse
dello studio sono tutti fattori che influiscono sulla cultura, sui valori, sui
rapporti economici e sulle concezioni politiche che si affermano fuori dell’università,
nella società.
Nei suoi interessi materiali, l’università dipende dai
suoi rapporti con la classe al potere. Da questo discende lo storico ruolo
apologetico e di legittimazione dei rapporti di potere esistenti svolto dagli
universitari. Questo ruolo è ben visibile nelle scienze economiche: sin dalla
nascita dell’economia politica con Adam Smith, gli economisti borghesi hanno
cercato di giustificare e razionalizzare il sistema esistente, presentandolo
come utile, se non addirittura necessario, al perseguimento del bene comune. La
definizione del bene comune è cambiata nel tempo, identificandosi ora con gli
interessi di un particolare gruppo o classe sociale, ora con quelli di un altro
gruppo o classe. Ma, dalle loro cattedre, gli economisti hanno sempre preteso
di parlare nell’interesse generale della società – di quella società che
assegna loro una posizione di prestigio e privilegio.
Per definizione, l’università dovrebbe essere il luogo
dove si esercita e si sviluppa il ruolo critico degli intellettuali sulle varie
discipline scientifiche e sulla cultura in generale, dove vengono sottoposte a
continua verifica e messe in discussione le certezze raggiunte, anche quando
questo significa rompere gli equilibri esistenti e assumere un carattere
destabilizzante o addirittura sovversivo. Questa possibilità critica, sempre
presente in un’istituzione che produce cultura, è però strutturalmente osteggiata
dal reclutamento per via cooptativa.
La cooptazione è per sua natura una pratica
conservatrice, che chiude le porte d’accesso alle forze e alle idee che non
sono già rappresentate all’interno del sistema e le spalanca invece a chi sa
rendersi utile alle scuole di pensiero più potenti. Nel sistema di cooptazione,
le idee senza baroni muoiono, con i loro portatori. L’unico elemento dinamico
in questo sistema di riproduzione delle idee della classe dominante è dato
dalla competizione tra squadre accademiche nel controllo della cooptazione. Ma
trattandosi appunto di una competizione condotta sulla base del potere
accademico delle varie squadre, invece che su criteri scientifici, essa finisce
per riprodurre ordinatamente i paradigmi esistenti, premiando quelli più
potenti a livello baronale invece che quelli più promettenti sul piano
scientifico.
Egemonia neoliberista e fine del
pensiero critico
Nel nuovo assetto politico incentrato sulle imprese,
questi fattori strutturali di conservatorismo connaturati alla pratica
cooptativa si combinano con l’egemonia culturale del neoliberismo, che riduce
ulteriormente la capacità critica dell’università e accentua il suo ruolo
apologistico della classe borghese. La razionalità del mercato diventa l’unico
parametro di giudizio della politica sociale. Si afferma così un modo unico di
pensare in cui la critica radicale, quella cioè che rifiuta la razionalità del
mercato, appare semplicemente irrazionale ed esterna al dibattito scientifico.
La critica del sistema esistente è dunque estromessa dalle scienze sociali, le
quali diventano un insieme di enunciati sulle virtù del mercato e della “libera
concorrenza”, da studiare, ma non da criticare.
Oggi, le principali istanze critiche nelle università,
nonostante i rapporti di forza sfavorevoli, provengono dagli studenti. Il
contributo dei docenti al dibattito politico consiste invece soprattutto nella
giustificazione ideologica del processo di mercificazione, come processo
inevitabile ed economicamente efficiente, salvo poi chiamare in causa la
sacralità della scienza e l’autonomia dei saperi, quando le eccessive richieste
del mercato arrivano a mettere in discussione i privilegi acquisiti nell’università.
Le teorie della necessità del lavoro flessibile,
dell’efficienza dei sistemi di premi e punizioni, del capitale umano come
motore della crescita, dei “bamboccioni” senza spirito d’iniziativa,[2]
dei “fannulloni” nel settore pubblico, delle imprese private che sanno fare
meglio dello Stato, sono tutti prodotti accademici confezionati su misura per
la difesa di particolari interessi economici, all’interno di un disegno di
mercificazione generalizzata della società. Da queste teorie, la cui
credibilità scientifica è sancita in modo auto-referenziale dagli stessi
cattedratici, discendono, sul piano morale, la colpevolizzazione dei soggetti
con i maggiori disagi economici e sociali e l’esaltazione delle classi agiate
e, sul piano economico e politico, i tagli alla spesa pubblica, la politica di
incentivi alle imprese, gli imperativi della flessibilità e della precarietà
del lavoro e, più in generale, l’imposizione di condizioni concorrenziali sul
mercato del lavoro, che schiaccia il salario e abolisce i diritti.
In questa nuova concezione politica e culturale
mercato-centrica, le ragioni storiche che hanno portato lo Stato a soddisfare
direttamente alcuni bisogni fondamentali dei cittadini lasciano il campo al
solo principio che conta nella società mercificata: quello del massimo
profitto. Interi settori dell’intervento pubblico, che storicamente trovavano
la loro ragion d’essere nella volontà politica di garantire l’accesso
universale a determinati servizi, indipendentemente dalle condizioni di censo,
appaiono d’un tratto come pesanti fardelli di cui liberarsi in fretta.
L’incompatibilità tra soddisfazione dei bisogni dei cittadini e logica del
profitto cessa di essere motivo di riflessione critica sulle conseguenze di una
società tutta asservita al capitale e diventa invece la dimostrazione
dell’inefficienza dello Stato e dell’urgenza di lasciar fare al mercato.
Secondo questa visione mistificata dei rapporti
economici, il bene comune coincide con la massimizzazione dei profitti delle
imprese. Gli obiettivi stessi delle istituzioni pubbliche, dunque, non devono
più essere valutati in funzione dei bisogni sociali cui cercano di rispondere,
ma in funzione dei profitti privati che riescono a produrre. E questo principio
deve valere ovviamente anche per l’università.
L’attuale dibattito sulla riforma universitaria non è
visto dal mondo politico e accademico come un processo logico-sperimentale in
cui possono confrontarsi, anche aspramente, idee contrapposte, per trovare una
sintesi convincente e un nuovo approdo sicuro, ma come un assioma che prevede
un unico sbocco obbligato: la mercificazione dell’università, resa necessaria
dall’avanzamento del processo di mercificazione dell’intera società, avviato
con l’affermarsi delle politiche neoliberiste a livello internazionale.
La ridefinizione degli obiettivi dell’università non è
oggetto di una vera discussione. Essa è un semplice sottoprodotto della
politica di finanziamento, che, imponendo criteri aziendalistici e limitando
l’impegno pubblico, impone la ricerca di altri soggetti erogatori e la
conseguente revisione delle politiche di gestione del personale, di offerta
didattica e di ricerca scientifica. L’asservimento al mercato diventa dunque un
problema tecnico, non più politico. Nessuno scontro ideologico tra sostenitori
dell’intervento pubblico, come strumento diretto di applicazione dei diritti e
soddisfazione dei bisogni, e difensori del mercato, che regola l’attività
economica nel rispetto dell’efficienza. L’università, pubblica o privata che
sia, deve essere economicamente efficiente. Questo è quello che conta.
La critica scientifica e la conflittualità politica
perdono così la capacità di dare impulso al cambiamento sociale, per lasciare
il posto alla formazione di competenze lavorative e assolvere al ruolo di
supporto ideologico alla società delle imprese. Gli scontri teorici perdono
ogni rapporto con le lotte sociali e si riducono alla ricerca del miglior
strumento per realizzare il bene comune.
L’affermarsi del pensiero neoliberista come matrice
economico-culturale anche di gran parte della sinistra, oltre che della destra,
rende dunque perfettamente coerente il processo di riforma della società e
dell’università nel contesto dell’alternanza. Le riforme dell’università della
sinistra e della destra si differenziano soprattutto per le redistribuzioni di
potere all’interno del sistema universitario e per i servizi resi alle proprie
lobby accademiche, economiche, politiche e religiose, ma condividono pienamente
la funzione economica da assegnare all’università: quella di strumento al
servizio del capitale.
Le
trasformazioni del barone
Nella storia dell’università, la professione del
docente si è trasformata radicalmente. Il professore-ricercatore, che dedica
alle attività scientifiche il tempo lasciato libero dalla didattica, si
trasforma dapprima in professore-libero professionista. Questi, una volta
svolto il proprio carico didattico frontale, considera assolti i propri doveri
accademici e dedica il resto del suo tempo alla libera professione e a
costruirsi un percorso verso posizioni di ulteriore prestigio e potere. Nella
nuova università improntata alle imprese, il professore universitario è
chiamato a compiere una nuova metamorfosi, trasformandosi in
professore-manager, capace di reperire risorse dalle imprese e di ripartirle
tra i membri della sua squadra, come condizione di riproduzione ed espansione
del proprio potere personale e di quello dell’intera cordata.[3]
Il vecchio barone, dal feudo inviolabile, coincidente
con la sfera di influenza della sua cattedra, ha ormai fatto il suo corso e il
principio stesso di autonomia scientifica e didattica che aveva ispirato la
titolarità della cattedra è diventato obsoleto. Questa trasformazione produce
una gerarchizzazione formale e informale dei rapporti universitari con un peso
crescente delle strutture amministrative d’ateneo (all’interno delle quali è
ora riconosciuto uno spazio esplicito alle imprese), nelle scelte scientifiche
e didattiche.
In questa trasformazione simultanea delle finalità
dell’università, della sua struttura interna di potere e dei meccanismi di
reclutamento, il processo di riforma avviato negli anni Novanta si è sviluppato
in modo organico. Innanzi tutto, le diverse riforme hanno ridotto i casi di
incompatibilità della professione di docente con l’esercizio di attività
economiche private, aumentando al tempo stesso i benefici economici offerti ai
docenti che sanno aprirsi alle opportunità economiche offerte loro dal mondo imprenditoriale.
A questo processo si è accompagnata la parallela riforma del modus operandi della cooptazione
incentrata sulla concorrenza tra squadre accademiche che ha reso necessaria una
blindatura dei concorsi per via legislativa senza precedenti nella storia
universitaria.
In questo nuovo assetto – baronale all’interno e
asservito alle imprese all’esterno – il sistema universitario acquisisce
elementi di duttilità che favoriscono gli atenei, le facoltà, le aree
scientifiche e le squadre accademiche più dinamiche nei rapporti con le imprese
e penalizzano quelle più attaccate a forme di cultura e di produzione
scientifica meno utili secondo la logica del profitto.
La
cooptazione come elemento di continuità dell’università
In questo complesso quadro di trasformazioni
economiche, sociali, politiche e culturali, nessuna forza politica è riuscita
veramente a mettere in discussione il sistema della cooptazione come modo di
riproduzione del sistema universitario e delle sue relazioni di potere. Lo
scontro ha riguardato semmai il peso relativo di ciascun soggetto nel processo
di cooptazione. Anche le forze sociali apparentemente più radicali hanno avuto
scarso successo nella critica della cooptazione come strumento di riproduzione del
sistema universitario e hanno finito, almeno in parte, per accontentarsi di
ricevere alcuni privilegi particolari, attraverso l’allargamento del corpo
docente a fasce sociali fino ad allora escluse dalla docenza universitaria.
Le forme e le modalità di difesa degli interessi dei
soggetti maggiormente interessati al controllo del reclutamento sono cambiate
nel corso della storia universitaria. In alcuni periodi, il conflitto ha
assunto il carattere di un vero e proprio scontro ideologico sull’importanza
relativa dei principi, parzialmente incompatibili, di meritocrazia e di
autogoverno dell’università. In altri periodi, i compromessi raggiunti hanno
lasciato prevalere un’immagine meno conflittuale del problema del reclutamento
universitario. Ma la ricomposizione dei conflitti e la ricerca di compromessi è
stata resa possibile dall’interesse comune di tenere in vita un meccanismo di
reclutamento in cui l’esito dei concorsi dipende più dai commissari che non dai
candidati.
Di questo paradosso sono ormai ben coscienti anche i
giudici dei tribunali amministrativi. In una recente sentenza riguardante lo
svolgimento di un concorso a ricercatore, il Tribunale amministrativo del
Veneto chiude così la decisione di accoglimento delle istanze dei ricorrenti:
“ove si seguitasse a legittimare tale circostanza, risulterebbe di fatto
operante nel nostro ordinamento un sistema di accesso alla carriera
universitaria non già fondato sull’obbligo del pubblico concorso, ai sensi dell’art. 97, terzo comma, della
Costituzione, ma sulla mera cooptazione del candidato da parte della
c.d. comunità scientifica”.[4]
Dal canto loro, in questo lungo processo storico, gli
universitari non hanno mancato di fornire una giustificazione teorica della
cooptazione come parte integrante del rapporto maestro-discepolo, da cui
dipende, sempre secondo il punto di vista accademico, il progresso stesso della
scienza. In effetti, sarebbe stato curioso che una categoria che ha sempre
saputo costruire apposite teorie che facessero apparire gli interessi della
classe dominante come interessi della collettività non sapesse poi elevare a necessità
sociale la sua stessa esistenza, i suoi meccanismi di riproduzione e i rapporti
di potere che ne discendono. E infatti, di fronte all’evidenza di
centocinquanta anni di storia del reclutamento universitario basati sulla
cooptazione, che di fatto trasforma il concorso in un rito scontato, gli
universitari – dai cooptatori ai cooptandi – non traggono la conclusione che
l’università si trova in una situazione di illegalità radicata e generalizzata,
ma deducono la necessità stessa della cooptazione, pretendendo anche di
indicare loro stessi la via per renderla più agile e snella. Di qui, le
prescrizioni normative a senso unico con cui si chiudono gli studi degli
universitari sul problema dei concorsi: se cooptazione e concorso sono
incompatibili, aboliamo il concorso e adottiamo una cooptazione trasparente,
giusta ed efficiente, secondo il sempre valido modello anglo-sassone.[5]
Questo dicono gli universitari, ponendosi al di sopra della stessa
Costituzione.
In questo contesto, la posizione più critica che gli
universitari riescono ad esprimere riguarda le implicazioni della “cattiva
cooptazione”, che non rispetta il merito o che non consente un’adeguata
riproduzione di determinate scuole di pensiero. Inutile dire che la cooptazione
cattiva è in genere quella altrui e che la scuola di pensiero ingiustamente
sottodimensionata è la propria. Ma, a parte le dichiarazioni formali, i docenti
pronti a criticare veramente la cooptazione, come modo di governo dell’università,
e a pagarne fino in fondo le conseguenze, non sono oggi più numerosi di quelli
che nel ventennio rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.
Per questo, uno stimolo al cambiamento difficilmente
può venire dal corpo docente, il cui spirito corporativo emerge con chiarezza
nel trattamento che riserva a quel pugno di eretici che vorrebbero lavorare
all’università senza giurare fedeltà alla cooptazione. Governi e parlamento
sono anch’essi più preoccupati di adeguare la cooptazione ai nuovi obiettivi
dell’università che non di rimettere in discussione la cooptazione in quanto
tale. La magistratura, a cui è affidato il compito di vigilare sulla legalità
dei comportamenti pubblici e privati, interviene solo su abusi puntuali, ma è
lontana dall’aprire un caso “mani pulite” in campo universitario. Restano gli
studenti, i quali pagano caro il prezzo dell’università baronale, in quanto a
contenuti e forme degli insegnamenti, oltre ovviamente che in termini di
mancati diritti.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, il movimento
studentesco investì con una contestazione globale il mondo accademico e le sue
strutture di potere. Ma, nonostante l’ampiezza di quelle lotte, il sistema
della cooptazione è più vivo che mai. Riusciranno ad intaccarlo le nuove
proteste che si sono accese di recente? Il futuro, dicevano gli antichi, è
nelle mani di Giove: nessuno, se non lui, può prevederlo. I segnali, al
momento, non sono incoraggianti, anche se c’è da registrare che, con molta
fatica, alcuni collettivi hanno ripreso ad interrogarsi sui legami tra
questione baronale, riproduzione culturale di classe e mercificazione
dell’università. La coscienza critica e la capacità di lotta su questi temi non
sono certo uniformi nel movimento e molti sono i contrasti politici e le
diverse concezioni a confronto. Ma, indipendentemente dall’efficacia delle
lotte, la rinascita del movimento studentesco un risultato l’ha già prodotto:
la resistenza contro l’università baronale, per anni nelle mani di qualche Don
Chisciotte isolato, con una lancia sempre più spuntata dalle continue riforme
universitarie, non è più un problema individuale, ma una questione sociale e
politica.
[1]
Esiste un’ampia letteratura sociologica ed economica sui rapporti di potere,
riguardante i più disparati campi della vita sociale. Eppure, l’attenzione
degli accademici non si è mai rivolta in modo sistematico all’università, alla
sede cioè da cui essi stessi osservano il mondo e sviluppano le loro
concezioni. Un’eccezione, di alto valore scientifico, è costituita dallo studio
del sistema universitario francese condotto da Pierre Bourdieu (1984, 1987,
Bourdieu et Passeron 1970). Lo schema concettuale del sociologo francese è
applicato all’università italiana da un gruppo di studiosi coordinato da
Roberto Moscati (1997). I rapporti di potere nel sistema universitario italiano
e la questione della cooptazione sono approfonditi in chiave storico-analitica
da Burton Clark (1974) e da Pier Paolo Giglioli (1979).
[2]
Il termine “bamboccioni” è utilizzato dal ministro dell’Economia e delle
finanze Tommaso Padoa Schioppa, il 3 ottobre 2007, nel corso della
presentazione della legge finanziaria per il 2008 davanti alle Commissioni
bilancio di Camera e Senato, per indicare i giovani incapaci di rendersi
autonomi economicamente dai propri genitori.
[3]
Le trasformazioni del potere baronale in senso manageriale sono approfondite da
Moscati (1997).
[4]
Sentenza n. 132, del 22 gennaio 2009, del Tribunale amministrativo regionale
del Veneto, Venezia, sez. I.
[5]
In questa direzione vanno anche i lavori più severi nei confronti del sistema
di cooptazione in vigore. Tra questi, basti citare il contributo di Roberto
Perotti (2002, 2008), professore alla Bocconi e influente opinionista
neoliberista nel campo della politica universitaria, il quale rema contro
l’istituto del concorso, soffermandosi sulla scarsa rilevanza del merito
scientifico dei candidati nell’attuale sistema concorsuale.
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