Disarmo significa non solo ridurre gli arsenali, ma contrastare le pulsioni culturali che legittimano la violenza

 Guerra e femminicidio. Disarmo significa non solo ridurre gli arsenali, ma contrastare le pulsioni culturali che legittimano la violenza 

di Laura Tussi

In un tempo segnato dall’aumento delle spese militari e dalla normalizzazione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, diventa sempre più urgente interrogarsi sulle radici culturali della violenza. Il patriarcato, con il suo modello di dominio, competizione e sopraffazione, alimenta una concezione della forza che si riflette tanto nelle relazioni sociali quanto nelle scelte geopolitiche. Promuovere il disarmo significa allora non solo ridurre gli arsenali, ma contrastare le pulsioni culturali che legittimano la violenza, affermando un nuovo patto sociale fondato sulla cura, sull’uguaglianza, sulla giustizia e sulla pace.

La distinzione tra una priorità oggettiva, individuata nella denuclearizzazione universale, e una priorità soggettiva, incentrata sulla riduzione delle spese militari, offre una chiave di lettura cruciale per comprendere le dinamiche del pacifismo contemporaneo. Mentre il pericolo nucleare rappresenta una minaccia esistenziale assoluta, che richiede risposte sistemiche e sovranazionali, la redistribuzione delle risorse economiche destinate agli armamenti costituisce un terreno di azione politica immediato, radicato nel tessuto sociale e culturale di ogni Paese. Questo secondo obiettivo non rappresenta una semplice aspirazione utopica, ma si fonda su una precisa tesi sociologica: l’esistenza di una maggioranza silenziosa, o “tiepida”, che esprime un rifiuto profondo delle logiche del riarmo.

Nel contesto italiano, questa inclinazione pacifista trova un saldo ancoraggio non soltanto nel dibattito pubblico contemporaneo, ma anche nell’identità costituzionale della Repubblica. L’aspirazione a una società orientata al progresso umano, al benessere collettivo e alla qualità delle relazioni, piuttosto che alla proiezione della forza militare, accomuna ampi settori della popolazione, superando le tradizionali divisioni politiche, generazionali e di genere. Questa convergenza dimostra che il rifiuto della complicità nei conflitti internazionali non appartiene esclusivamente a minoranze ideologiche, ma costituisce un elemento diffuso della coscienza civica, coerente con i principi costituzionali che pongono al centro la pace, la solidarietà e la cooperazione tra i popoli.

Parallelamente, l’analisi mette in evidenza il legame profondo tra le strutture culturali e il consenso alla guerra, individuando nell’immaginario patriarcale uno dei principali fattori che alimentano la militarizzazione della società. Mettere in discussione questo paradigma significa superare l’idea che la sicurezza derivi esclusivamente dalla forza, dalla deterrenza e dalla capacità di sopraffazione. Al contrario, la sicurezza autentica nasce dalla qualità delle relazioni sociali, dalla tutela dei diritti, dagli investimenti nella sanità, nell’istruzione, nel welfare e dalla fedeltà al patto democratico che lega le istituzioni ai cittadini.

Tradire questa diffusa aspirazione alla pace per inseguire la corsa agli armamenti e le logiche della contrapposizione permanente significa allontanare le istituzioni dalla volontà popolare, incrinando le fondamenta stesse della convivenza democratica. In una società che sceglie il disarmo come orizzonte politico e culturale, la sicurezza non coincide con l’accumulo di armi, ma con la capacità di costruire giustizia sociale, dialogo, cooperazione internazionale e una cultura della pace capace di disinnescare le cause profonde della violenza.

Il disarmo, dunque, non è soltanto una scelta di politica internazionale o una questione di bilancio pubblico. È una trasformazione culturale che investe il modo stesso di concepire il potere, la sicurezza e le relazioni umane. Finché continueranno a prevalere modelli fondati sul dominio, sulla competizione, sull’aggressività e sulla sopraffazione – tratti che storicamente hanno alimentato la cultura patriarcale e il maschilismo – sarà difficile costruire una pace autentica e duratura.

La guerra non nasce soltanto negli arsenali o nei palazzi del potere: prende forma anche nell’educazione alla violenza, nella legittimazione della forza come criterio di affermazione, nell’idea che il conflitto si risolva con la vittoria del più forte anziché con il dialogo e la giustizia. Per questo il contrasto alle pulsioni violente, al patriarcato e a ogni forma di discriminazione rappresenta parte integrante di una politica di pace.

Riscrivere il patto sociale significa allora riconoscere che la vera sicurezza non si costruisce attraverso il riarmo, ma investendo nelle persone, nell’istruzione, nella sanità, nella tutela dell’ambiente, nei diritti sociali e nella cooperazione internazionale. Significa educare le nuove generazioni alla nonviolenza, al rispetto reciproco e alla responsabilità collettiva, sostituendo la logica del dominio con quella della cura.

Solo una società capace di liberarsi dalla cultura della sopraffazione potrà davvero scegliere il disarmo come orizzonte politico e morale. Perché la pace non è soltanto l’assenza della guerra: è la presenza della giustizia, dell’uguaglianza, della democrazia e di relazioni fondate sul rispetto della dignità di ogni persona e di ogni popolo.


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