Il filo oscuro della storia: archetipi di guerra dall’uomo arcaico a Gaza e all’Ucraina
Il filo oscuro della storia: archetipi di guerra dall’uomo arcaico a Gaza e all’Ucraina
di Laura Tussi
Mai come oggi la riflessione sull’eterno ritorno della violenza appare necessaria. Le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza, le macerie di intere città in Ucraina, i conflitti dimenticati che devastano l’Africa e il Medio Oriente, mostrano con crudele chiarezza quanto la guerra sia ancora la cifra dominante delle relazioni umane e politiche. Nel XXI secolo, nonostante il progresso tecnologico e le dichiarazioni solenni sui diritti universali, l’uomo sembra incapace di spezzare la catena millenaria della violenza.
Il saggio che pubblichiamo di seguito, affronta questo nodo con uno sguardo che unisce filosofia, antropologia e memoria storica. La studiosa parte dall’uomo arcaico, dalla sua concezione del cosmo e dei miti fondativi, per mostrare come la guerra non sia stata solo un fatto contingente, ma un archetipo, un modello ripetuto all’infinito attraverso simboli, rituali e istituzioni. Questa chiave di lettura consente di comprendere come anche le tragedie contemporanee – dai genocidi del Novecento fino alle stragi di civili che segnano i nostri giorni – non siano che la riproposizione di un copione antico, travestito da modernità.
L’immagine che l’uomo delle società arcaiche si è fatto di sé stesso e del suo posto nel mondo e nel cosmo è segnata da un senso profondo di solidarietà con i ritmi cosmici. La storia di violenza e guerre viene trasmessa dai miti ed è indefinitamente ripetibile.
I modelli delle istituzioni e le norme di condotta si ritengono rivelati fin dall’inizio dei tempi, di origine sovrumana, e tramandati attraverso i miti: archetipi che ripropongono l’atto violento e la guerra. Il simbolo, il mito e il rito costituiscono un complesso sistema di affermazione ultima delle cose, una vera metafisica.
L’oggetto o l’azione bellica acquistano valore reale perché partecipano di una realtà che li trascende. Una pietra, ad esempio, diventa cosmica perché costituisce una ierofania, oppure perché ricorda un atto mitico o ancora perché la sua forma ha un valore simbolico. L’oggetto bellico diventa ricettacolo di una forza esterna che lo differenzia dall’ambiente per senso e significato.
L’uomo arcaico compie atti già realizzati da archetipi mitici: come la guerra e la violenza. La sua vita è ripetizione di gesti inaugurati da altri, di battaglie e di lotte. Il rituale è al tempo stesso ricordo e ripetizione di un evento mitico: rivive ciò che è avvenuto in illo tempore, in un passato fuori dal tempo. L’evento originario diventa modello, archetipo.
Il tema della ripetizione archetipica è già presente in Platone che, secondo Mircea Eliade, è il filosofo della mentalità primitiva. Per Eliade l’“eterno ritorno” non va inteso nel senso di ciclicità, come in Eraclito, ma come ritorno a modelli esemplari e archetipi, in una valorizzazione globale della metafisica dell’esistenza umana, connessa a radici trascendenti, al di là della singola individualità e temporalità.
La ripetizione caratterizza l’ontologia dell’uomo arcaico. Tutta la vita arcaica è immersa nella ripetizione, che isola la temporalità dell’evento esemplare dalla quotidianità. L’idea di cosmo, che si esprime in diverse forme tutte legittime, rende illogico ogni particolarismo religioso e mette in guardia da un futuro in cui la ripetizione possa riguardare non solo il sacro, ma anche altri ambiti. Non a caso, la ripetizione si presenta in epoca moderna nei movimenti totalitari – come il comunismo rumeno o il nazifascismo – e nei genocidi del Novecento, fino al genocidio a Gaza e alla guerra tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. In questi casi, il capo diventa l’archetipo e la ripetizione si traduce in regola.
Il simbolo del “centro”
La realtà è conferita dalla partecipazione al simbolismo del centro: tutto è reale in quanto assimilato al centro del mondo, dove si colloca la montagna cosmica, punto di incontro tra cielo e terra, tra tempio, palazzo e città sacra.
Nelle varie civiltà la montagna cosmica assume connotati concreti e geografici: per gli indù il monte Meru, in Palestina il monte Tabor (che in ebraico significa “ombelico”), per i cristiani il Golgota – luogo della creazione di Adamo e della redenzione operata dal sangue di Cristo – per l’Islam la Ka’aba. La sommità della montagna cosmica è l’ombelico della terra, origine della creazione divina. Questi simbolismi rimandano a un’“embriologia trilogica” di Dio-Madre-Origine, che sopravvive nei tempi moderni nell’immagine del tempio come imago mundi, riproposta dalla basilica cristiana, la Gerusalemme Celeste.
Il centro è lo spazio limitato e assoluto, raggiungibile solo attraverso un cammino difficile: pellegrinaggi, labirinti, percorsi interiori verso il cuore dell’essere. Sono riti di passaggio dal profano al sacro, dalla realtà all’eternità, preludio all’iniziazione e alla consacrazione.
Ogni creazione umana ripete l’atto cosmogonico originario. Tutto ciò che è fondato si trova al centro del mondo, perché la creazione avviene sempre da un centro. In India, ad esempio, per fondare una città o costruire una casa, l’astrologo individua il punto centrale sopra il serpente Vrtra, simbolo del Caos. Così viene ripetuto l’atto divino della creazione esemplare, e il tempo concreto è proiettato in un tempo mitico.
Laura Tussi
Nella foto: Musei di Ascoli Piceno, Armando Marchegiani, la Grande Guerra in un dipinto. Armando Marchegiani, sambenedettese di nascita il pittore partecipò a un concorso su “La Guerra e la Vittoria”. Il tema: le “medaglie d’oro”.
Il soggetto rappresentato è solenne; si tratta d’una scena della Grande Guerra. Rappresenta un gesto eroico di un cappellano militare, Pacifico Arcangeli, nativo di Treia (cittadina del maceratese della quale parleremo prossimamente). Egli morì sul Monte Grappa: una scheggia gli si conficcò nel ventre mentre stava raggiungendo la trincea nemica, armato solo di un bastone, ma anche di grande coraggio. Invece di accasciarsi al suolo, si appoggiò a un tronco d’albero e da lì continuò ad incitare gli altri soldati, esortandoli a proseguire l’assalto. Gesto fiero e inusuale per un cappellano, che gli valse la “medaglia d’oro”, anche se tale eroismo non è certo legato alla fede cristiana quanto piuttosto a un fuorviante nazionalismo.
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