SCUOLA: IMPARARE DA CHI? IMPARARE COSA? E PERCHÉ?

 SCUOLA: IMPARARE DA CHI? IMPARARE COSA? E PERCHÉ?

di Tiziano Tussi   da Gramsci Oggi



 IL 17 settembre scorso il Corriere della Sera pubblica un articolo di Valentina Rorato per esaltare una idea comportamentale nuova, a suo dire, sulla scuola e sulla classe. 

Titolo: Il pedagogista Daniele Novara «L’insegnante non deve fare lo “spiegone” ma una lezione con stimoli che generino domande» Seguiamo lo scritto. Si parte da un libro di una f ilosofa francese Julin Anquetin-Rault che inneggia alla “classe autonoma”. E dice cha a scuola si impara dai compagni. Sia dal pedagogista italiano che l’insegnante che ha scritto la postfazione al libro veniamo a sapere che questo asserto dovrebbe essere scritto “a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico.” L’insegnante non dovrebbe intervenire con uno “spiegone”, ma dovrebbe cercare di indirizzare i suoi studenti verso l’autonomia: “Quando si è autonomi per imparare (ma da chi? n.d.r.) si diventa consapevoli delle proprie capacità”. 

Dette queste affermazioni si aprono loro davanti montagne di domande. Imparare da chi? imparare cosa? e perché? Il compagno di banco diventa una specie di maestro, ma allora il maestro della classe chi diventa? E ce n’è anche per i genitori che sono messi in discussione da questo modo di apprendere. 

La filosofa francese divide l’ora di lezione, che logicamente non dovrebbe più essere chiamata così in questo modo: 25% spiegazione - evidentemente dell’insegnate - 15% verifica conoscenze, 50% laboratori ed attività pratiche e 10% tempo libero e di riordino. Ognuno ne può trarre le conseguenze e le riflessioni immaginabili. Ma in definitiva il tutto resta uno spezzettamento carnevalesco, coriandoli, che non riescono neppure ad essere identificati. 

Ogni argomento ha un peso specifico diverso. Questa divisione rigida è un non senso. Ma oltre ai genitori, che non riuscirebbero a controllare i risultati del figlio ed insomma anche gli errori contano, anche gli insegnanti sono presi in contropiede “La classe autonoma spaventa anche i docenti”. Li obbliga a mettersi in discussione. Quindi i professori di domani dovrebbero essere messi sotto prova continua con corsi di formazione pedagogica per raggiungere risultati manifesti: “È inammissibile soprattutto nelle superiori essere esperti solo ed esclusivamente della propria materia.“ 

L’insegnante diventa un tuttologo che si libra nel cielo dell’organizzazione scolastica. Il pedagogista intervistato vorrebbe test più specifici per potere essere sicuri di docenti in grado di ricoprire questa nuova figura. Nuova necessariamente dato che ora “Siamo ancora inceppati in un’idea di scuola trasmissiva, oserei dire nozionistica “: L’apprendimento per Novara è sviluppare capacità applicative, ma di cosa quindi? Il docente, secondo lui, ancora visto come figura superiore deve mettersi al servizio dei discenti ignoranti che vanno a scuola proprio per esserlo un po’ di meno, per imparare.

 La professoressa della post-fazione aggiunge che queste f igure debbono approfondire “l’aspetto psicologico, educativo ed emotivo.” Per prevenire ansie degli studenti ma anche ed i loro ipotetici disagi. Una ripresa quindi di vacuità ed approssimazioni che nella scuola hanno fatto davvero troppi danni. Il fare lezione, belle lezioni, andrebbe completamente perso. L’ignoranza sarebbe ancora più diffusa ed ognuno passerebbe il tempo di lavoro stiracchiandosi annoiato aspettando il suono della campanella. 

Questa situazione è già oggi presente nelle nostre scuole ed in molte altre, specialmente all’estero. Sembrano comportamenti che piacciono soprattutto agli studenti che non vogliono fare la fatica di appendere ed agli insegnanti che non vogliono fare la fatica di insegnare rimanendo ad un livello decente di conoscenza della propria disciplina. Del resto nell’articolo Novara è qualificato come pedagogista, non in modo indifferenziato, non si sa bene come. Ben preciso quindi. 

 Vale la pena di ricordare questo scampolo di dichiarazione di Gramsci sullo studio del Latino che lui ci diceva essere un esercizio utile a mettere in moto le rotelle del cervello, anche se non aveva uso immediato ed utilitaristico nella vita di ogni giorno: “Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. [] Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico.” Quindi un compito non da poco.

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