Dallo scontro tra civiltà si innalzano colonne di fumo di guerra

 Dallo scontro tra civiltà si innalzano colonne di fumo di guerra 

di Laura Tussi


Nel pieno di una nuova e pericolosa escalation in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti appare ancora una volta decisivo e controverso. Tra sostegno politico, copertura diplomatica e presenza militare indiretta, Washington si conferma attore centrale in un conflitto che rischia di allargarsi ben oltre i suoi confini originari. In questo quadro, la guerra tra Israele e Iran non è solo uno scontro regionale, ma l’espressione di equilibri globali segnati da logiche di potenza che continuano a produrre instabilità e violenza.

Mentre a Teheran e a Tel Aviv si alzano colonne di fumo nero, e mentre dietro le quinte si intravede il peso decisivo di Washington, la guerra tra Israele e Iran si presenta per ciò che è: non soltanto uno scontro militare, ma l’ennesima dimostrazione della logica distruttiva che domina le relazioni internazionali. I governi coinvolti, sostenuti da apparati militari sempre più sofisticati, mostrano al mondo l’efficacia dei loro sistemi d’arma, trasformando territori abitati in teatri di prova e vite umane in variabili sacrificabili.

In questo scenario, il linguaggio della guerra si impone con una forza che sembra lasciare poco spazio ad alternative. Si parla di deterrenza, di sicurezza, di operazioni preventive, come se la violenza fosse non solo inevitabile, ma persino razionale. Eppure, questa razionalità è profondamente fragile: promette stabilità attraverso la distruzione, sicurezza attraverso l’escalation, ordine attraverso il caos. È una logica che si autoalimenta, in cui ogni attacco giustifica il successivo e ogni risposta prepara il terreno per un conflitto ancora più ampio.

Di fronte a questa follia — quella di un presunto disarmo perseguito “a suon di bombe” — si impone la necessità di un rovesciamento radicale di prospettiva. Non si tratta semplicemente di opporsi alla guerra in termini morali, ma di proporre una visione alternativa, concreta e costruibile: un solido edificio di pace. L’immagine non è casuale. Costruire implica tempo, progetto, collaborazione, fondamenta robuste. La pace, infatti, non è un vuoto lasciato dall’assenza di guerra, ma una struttura complessa che richiede volontà politica, impegno sociale e immaginazione collettiva.

Un edificio di pace si fonda innanzitutto sul riconoscimento reciproco. Finché le parti in conflitto continueranno a percepirsi esclusivamente come nemici esistenziali, ogni tentativo di dialogo sarà destinato a fallire. Riconoscere l’altro non significa giustificarne le azioni, ma accettarne l’esistenza e la legittimità come interlocutore. È il primo passo per uscire dalla spirale della disumanizzazione che rende possibile la guerra.

Accanto a questo, è necessario restituire centralità alla diplomazia, non come gesto simbolico o ultima risorsa, ma come pratica continua e strutturata. I negoziati non possono essere episodici né subordinati agli sviluppi militari; devono diventare il terreno principale su cui si gioca il futuro delle relazioni tra Stati. Ciò richiede anche un coinvolgimento più ampio della comunità internazionale, capace di agire non solo in funzione degli equilibri di potere, ma in nome di principi condivisi.

Tuttavia, nessun edificio può reggersi senza fondamenta sociali. La pace non può essere imposta dall’alto se non trova riscontro nelle società. È qui che entrano in gioco i cittadini, le reti civili, le organizzazioni che operano oltre i confini nazionali. Costruire una cultura della pace significa anche smontare, giorno dopo giorno, la narrativa della guerra necessaria, mostrando che esistono alternative e che queste alternative sono praticabili.

In ultima analisi, proporre un edificio di pace in un tempo di guerra non è un atto ingenuo, ma profondamente realistico. La storia insegna che le guerre, anche le più lunghe e violente, finiscono sempre con un qualche tipo di accordo. La vera domanda, allora, non è se si arriverà a negoziare, ma quando e a quale costo umano. Anticipare quel momento, lavorare fin da subito per costruire le condizioni della pace, significa sottrarre spazio alla distruzione e restituirlo alla possibilità di un futuro condiviso.

In un mondo che sembra aver accettato la guerra come linguaggio inevitabile, scegliere di costruire la pace è un atto di resistenza. E come ogni costruzione, richiede coraggio, pazienza e una visione capace di andare oltre il fumo nero che oggi oscura l’orizzonte. 

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