Il Tfr negli artigli della speculazione
Il Tfr negli artigli della speculazione
Matteo Bortolon
Dal 1 luglio i nuovi assunti avranno solo sessanta giorni per scegliere la destinazione del proprio Tfr (trattamento di fine rapporto), senza una scelta la somma andrà automaticamente ad un fondo pensione.
Non si parlava del tema da vent’anni, precisamente da quando il governo Prodi ha approvato la più completa disciplina del settore, il decreto legislativo n. 252/2005 sulla previdenza complementare, che per l’appunto la legge finanziaria del governo Meloni (approvata a dicembre scorso) ha modificato: il meccanismo di silenzio-assenso c’era già ma adesso la tempistica viene ulteriormente accorciata: due mesi invece di sei.
Il Tfr è un ammontare che cresce al ritmo di circa il corrispettivo di una mensilità ogni singolo anno, la logica sarebbe che una parte di salario viene bloccata ed aspetta pazientemente la cessazione della fine del rapporto in modo che il lavoratore abbia una somma per far fronte ai bisogni dopo aver lasciato il lavoro – si parla quindi di salario differito.
Fino al 2005 lo teneva l’azienda e poteva usarlo come una forma di autofinanziamento, serbando l’obbligo di restituirlo al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
L’idea centrale è che tale somma possa essere investita in attività finanziarie realizzando un profitto di cui il lavoratore godrà. Dal 1992 ad oggi c’è stato un favore crescente verso tale prospettiva. A livello internazionale i paesi anglosassoni sono all’avanguardia di tale processo, ma la Banca Mondiale in suo studio del 1994, Averting the Old Age Crisis, proponeva di affiancare alla previdenza normale una quota ricavata dal profitto finanziario, visto come necessaria compensazione di pensioni troppo basse.
In base a questa impostazione ai fondi pensione che già esistevano per i dipendenti delle grandi aziende se ne sono creati degli altri, grosso modo per ciascuna categoria di lavoratori, indicati nel rispettivo CCNL, cogestiti dai rappresentanti dei sindacati e dalla parte datoriale. L’automatismo quindi agisce a favore dei fondi che in essi sono indicati.
Con i soldi accumulati – per lo più derivanti dal Tfr ma non solo – il fondo pensione investe. Ma non lo fa direttamente: i suoi organi direttivi stabiliscono una strategia a grandi linee ma si affidano a soggetti gestori come il celebre BlackRock ma anche grandi banche e assicurazioni: Allianz, Amundi, Pimco, e simili. Ci sono comparti diversi, con un grado diverso di rischio (più titoli di Stato per esempio, abbassano il rischio): per ciascuno di essi viene deciso un tipo di investimento, affidato a un singolo gestore.
Il fondo, quindi, è un contenitore di attività finanziarie il cui valore può essere superiore alla cifra iniziale o inferiore.
Tale percentuale sarà la stessa che incide sul tesoretto del singolo lavoratore. Nell’investimento finanziario il rischio non è eliminabile. Ogni singolo fondo pensione ha differenti comparti in cui i prodotti finanziari acquisiti danno un livello diverso di rischio. Ma in quest’ambito il rischio, ma è proporzionale al profitto potenziale, un po’ come nella roulette e in altri giochi d’azzardo. Il Tfr tenuto in ditta o all’INPS ha la garanzia di un adeguamento all’inflazione abbastanza alta, sicurezza che nel caso dei fondi non c’è ma c’è un profitto potenziale.
Storicamente lo sviluppo dei fondi pensione costituisce uno dei meccanismi più vitali della finanziarizzazione, perché getta in tale calderone il risparmio dei lavoratori, la cui ricchezza diviene dipendente dagli andamenti di mercato. Infatti essi vengono robustamente incentivati dallo Stato, il quale tassa il Tfr di circa il 23% se resta in azienda o va all’INPS, mentre la quota scende fino al 9% se il lavoratore lo tiene nel fondo pensione per lunghi anni. Ma ci sono i costi di gestione, variabili dal tipo di fondo.
Negli anni scorsi i fondi hanno avuto buone prestazioni per tassi di banca centrale piuttosto bassi, fattore che incrementa tali tipi di investimento, salvo incappare nel rialzo del 2022, e nel panorama di guerra che si prospetta con i rischi di inflazione è assai probabile che le banche centrali possano avviare una politica monetaria più restrittiva.
Fonte:
https://ilmanifesto.it/il-tfr-negli-artigli-della-speculazione
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