mercoledì 16 maggio 2018

Clausole sociali a rischio negli appalti...

Clausole sociali sempre meno presenti se non formalmente e senza precise garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici degli appalti. 

Il buon esempio dovrebbe darlo la Pubblica amministrazione che invece tende sempre piu' a salvaguardare l'impresa a discapito del personale dell'azienda uscente, così nei cambi di appalto si perdono posti di lavoro, ore contrattuali, si riducono i salari e i contributi previdenziali.
La conservazione dei posti di lavoro nei cambi di appalto dovrebbe essere l'elemento dirimente e imprescindibile ma invece si guarda agli interessi di impresa, alla organizzazione aziendale nel nome della quale si mettono a rischio posti di lavoro e diritti .

Il dibattito attorno agli appalti è fuorviante e caotico e si sta accendendo in questi ultimi giorni, si parla  (a ragione) di normative anticorruzione ma alla fine non è che si troveranno d'accordo nel tagliare tutele ai lavoratori e alle lavoratrici? E senza un lavoro, la corruzione e la illegalità non sono destinate a dilagare?

La idea di legalità è a senso unico in Italia, una giustizia che punisce pesantemente reati minori (commessi da chi sta piu' in basso nella scala sociale) ma lascia impuniti reati ben piu' gravi, innumerevoli i processi che finiscono con pene irrisorie per chi puo' permettersi studi legali famosi. Ora il timore fondato è che tutto questo dibattere non determini maggiori controlli sulla pubblica amministrazione e sui fenomeni corruttivi ma finisca con il sancire il primato della impresa sui diritti dei lavoratori. Ma pretendere da una azienda la riassunzione dei lavoratori nei cambi di appalto e costruire un sistema trasparente e non soggetto a corruzione non dovrebbero essere parte integrante di un percoso di giustizia sociale e legalità?

La revisione del codice appalti (articolo 50 Dlgs 50/2016) di un anno fa aveva introdotto una sorta d'obbligo di conservare i posti di lavoro, poi è subentrata l'Autorità anticorruzione il cui scopo dovrebbe essere quello di costruire un sistema funzionante, trasparente colpendo ogni forma di illegalità di cui la forza lavoro è soprattutto vittima.

Le clausole sociali devono essere inserite in tutti i bandi, non solo dove maggiore è la presenza di forza lavoro perchè all'ombra della Pa e del privato sono cresciuti i piccoli appalti. E poi un diritto, quello alla conservazione del posto, per essere tale deve valere ovunque, a prescindere dalle dimensioni dell'impresa.

Tra un cambio di appalto e l'altro accade sovente che si perdano ore e posti di lavoro, la ditta subentrante deve riassumere tutto il personale, non nascondersi dietro alla forma del contratto, alla nuova organizzazione che determinerebbe diverso fabbisogno di personale (quindi alcuni dipendenti da riassumere e altri da licenziare).

Siamo preoccupati e indignati, l'anticorruzione dovrebbe essere uno strumento in piu' per abbattere illegalità e corruzione, per recuperare a fini sociali i tanti, troppi, soldi che girano attorno agli appalti e finiscono in mazzette. 
L'anticorruzione non deve essere invece strumento per abbattere le già poche tutele per la forza lavoro  e a unico vantaggio dei profitti di impresa.

A farne le spese non siano i lavoratori e le lavoratrici la cui riassunzione nei cambi di appalto non dovrebbe essere messa in discussione in base alle compatibilità della impresa subentrante 

Per tutte queste ragioni non possiamo accontentarci di una clausola generica o di una legislazione che tuteli piu' l'impresa del lavoratore, servono regole ben definite, clausole scritte che mettano nero su bianco tutti i contratti di lavoro nell'appalto, il monte ore individuale e complessivo, il contratto nazionale applicato. Ma chiarezza e trasparenza non possono prescindere dall'obbligo della continuità del rapporto di lavoro tra un appalto e l'altro, della conservazione dei contratti senza riduzioni orarie e stipendiali.

Combattere la corruzione è doveroso ma nell'interesse di chi lavora ogni giorno per pochi euro al mese, non per salvaguardare i profitti di imprese che si aggiudicano al ribasso gli appalti e ricordando che non sempre legalità è sinonimo di giustizia sociale e retributiva

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