2023-24: i riflessi della crisi economica e industriale tedesca sullo spazio geoeconomico comunitario. Quale futuro per l’industria italiana fra crisi prolungata, dipendenza estera e sirene di riconversione militare?

 

Economia di guerra oggi. Parte XXX



2023-24: i riflessi della crisi economica e industriale tedesca sullo spazio geoeconomico comunitario. Quale futuro per l’industria italiana fra crisi prolungata, dipendenza estera e sirene di riconversione militare?

La struttura del sistema geoeconomico dell’Ue

L'industria tedesca, e l'automotive in particolare, sono risultati in grado, anche grazie alla creazione dell'area economica comunitaria, di strutturare un sistema produttivo geograficamente esteso ben oltre i confini della Repubblica Federale. Infatti, il Centro (carta 1 in rosso), composto da Germania e Olanda, dell'integrato spazio geoeconomico comunitario risulta significativamente interconnesso all’area della Semiperiferia (carta 1 in arancio) che è costituita dalla quasi totalità dei paesi confinanti e dal Nord Italia. Nel contesto di quest’ultimo, sono proprio le 3 principali regioni industriali nazionali, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna[1], ad essere funzionalmente integrate in qualità di produttori di componentistica, spesso Hi-Tech, all'industria tedesca. Mentre la Periferia del sistema (carta 1 in giallo) è principalmente interessata dalla delocalizzazione delle filiali produttive delle industrie tedesche, soprattutto nei comparti caratterizzati dalla realizzazione di beni e componentistica a medio e basso valore aggiunto.

Carta 1: il sistema geoeconomico industriale comunitario, suddiviso in Centro (in rosso), Semiperiferia (in arancio) e Periferia (in giallo)

La crisi del Centro

Alla luce del diverso ruolo rivestito dalle zone funzionali interne e dall'elevato grado di integrazione economica, commerciale, finanziaria e monetaria del sistema nel suo complesso, rileviamo come la crisi industriale (grafico 1) ed economica (grafico 2) del Centro, che domina grazie a capitali, tecnologia e capacità di management, abbia impatti negativi diretti sull'intera area geoeconomica (grafico 2) e, in particolare, sulla Semiperiferia.

Grafico 1: la produzione industriale di Germania, Francia e Italia da gennaio 2020 a dicembre 2024.

Zoom

 

Grafico 2: tasso di variazione trimestrale del Pil della Germania 2021-2026. Fonte: Eurostat

Grafico 3: tasso di variazione trimestrale del Pil dell’Eurozona 2021-2026. Fonte: Eurostat

Infatti, nel 2023, trainati dalla Germania (-0,9%) e dall’Olanda (-0,6%), nella Semiperiferia scende in recessione l’Austria (-0,8%) e risulta in stagnazione la Repubblica Ceca (0,0%), mentre Ungheria (-0,8%), Svezia (-0,2%) e Finlandia (-1,2%), riportano segno meno nella Periferia. E nel 2024 l’arretramento della Germania (-0,5%) spinge ancora l’Austria in terreno negativo (-0,7%)[2].

I dati ci confermano, infatti, che la recessione e la crisi industriale tedesca hanno innescato ricadute sull'intera Unione Europea, e in particolare sull'Eurozona la cui economia nel 2023 è cresciuta del solo +0,4% e nel 2024 dello +0,9% (grafico 3), contro rispettivamente il +2,9% e il +2,8% degli Usa e, addirittura, +4,1% e +4,9% della Russia, secondo i dati definitivi del Fmi[3].

In merito ai riflessi negativi sul nostro Nord Italia, significative indicazioni in proposito ci giungono dal rapporto "L'economia dell'Emilia-Romagna, aggiornamento congiunturale"[4] nel cui contesto il direttore della Banca d'Italia della regione, Pietro Raffa, ha apertamente dichiarato "L'industria ha cominciato a far registrare un andamento negativo già nella prima parte del 2023. L'indagine ci restituisce un dato relativo al fatturato per il 70% delle imprese in diminuzione o in stallo". Flessione direttamente collegata alla contrazione dell'export complessivo della regione in questione del -2,0% e, soprattutto, di quello verso la Germania di -4,4%. Parallelamente l’export emiliano-romagnolo verso l’Unione Europea a 27, che ne assorbe ben il 51,7% del totale, diminuisce del -3,5%[5]

Le cause della crisi industriale tedesca

La centralità dell'industria tedesca nel contesto del sistema geoeconomico comunitario, induce, in conclusione, ad un rapido sguardo sulle cause della flessione produttiva tendenziale, anche nell'ottica di raccogliere elementi significativi al fine di provare a comprendere se la crisi industriale tedesca abbia connotati congiunturali o strutturali.

E' ormai convinzione diffusa in vari ambienti, sia economici che politici, che la perdita di competitività dell'intero sistema economico tedesco sia legata al costo dell'approvvigionamento energetico. La rinuncia al gas russo tramite sanzioni, piano REPowerEU (maggio 2022) e sabotaggio dei gasdotti del Baltico (settembre 2022), hanno avuto effetti diretti sul comparto industriale in termini di impennata del costo dell'energia, in particolare del gas. Infatti, in sostituzione di quello russo, a basso costo e continuità di forniture, viene acquistato dal Qatar e, soprattutto, dagli Usa in forma di Gnl (Gas Naturale Liquefatto), con un sensibile aggravamento di spesa.

Dal raffronto dell’andamento dell’indice della produzione industriale tedesca (tabella 1 – grafico 4) con quello del costo del gas sul mercato TTF di Amsterdam (grafico 5), emerge una stretta corrispondenza temporale. Infatti, se a gennaio 2021 l’indice produttivo era posto a 100, ad ottobre dello stesso anno, a seguito dell’inizio estivo del trend rialzista, era già sceso a 99,4, per proseguire la flessione nel biennio successivo, fino ad un sostanziale assestamento intorno 92 nell’ottobre del 2024 e del 2025, quando anche il costo del gas si è anch’esso stabilizzato su livelli più bassi.

Tabella 1: valore indice della produzione industriale totale in Germania ottobre 2021-ottobre 2025

Indice della produzione industriale in Germania

 

Ottobre 2021

Ottobre 2022

Ottobre 2023

Ottobre 2024

Ottobre 2025

Indice produzione industriale

99,4

98,8

95

91,2

92

Grafico 4: indice della produzione industriale della Germania da gennaio 2017 a ottobre 2025

A questo fattore, sostanzialmente esterno alle strategie industriali, se ne aggiungono altri di carattere specificatamente aziendale e di comparto produttivo nazionale. Infatti, i colossi tedeschi dell'automotive, in particolare Volkswagen, non hanno sufficientemente investito in ricerca e sviluppo del comparto dell’elettrico, lasciando terreno ai ben più competitivi, nel rapporto qualità/prezzo, costruttori cinesi[6]. In primis la BYD che nel 2024 ha incrementato le vendite totali di oltre il 41%, a 4.270.000 auto immatricolate divenendo il quinto produttore mondiale, oltre a scalzare proprio la Volkswagen dalla leadership del mercato interno cinese[7]. Un trend proseguito anche nel 2025 quando le immatricolazioni dell’azienda cinese, grazie ad un incremento annuale del 7,7%, hanno raggiunto i 4.600.000 di veicoli.

Grafico 5: quotazione del gas in euro/MWh sul mercato TTF di Amsterdam 2018-2025.

Sintomatico del riequilibrio in atto fra costruttori cinesi ed europei risulta l’arretramento dei produttori tedeschi sul mercato cinese nel cui contesto nel 2020 riuscivano a vendere ben il 39% della loro produzione complessiva, una quota sensibilmente ridimensionata al 29% nel 2025[8].

In Germania il ritardo tecnologico aggiunto ad un aumento generalizzato dei costi della bolletta energetica ha eroso competitività in primis al comparto automobilistico e soprattutto nell’elettrico, che infatti arretra di un gravoso -27,4% a fine 2024[9], e in generale all’intero settore industriale tedesco che nell’anno in questione finisce per accusare una flessione complessiva della produzione del -3,5%.

La crisi industriale tedesca, alla luce sia della dinamica temporale prolungata che si è protratta anche nel 2025[10] (-1,1%)[11] e nei primi 3 mesi del 2026 (grafici 4 e 6), sia del gap tecnologico accumulato nel comparto dell'auto elettrica, sembrerebbe dunque rispondere più a connotati strutturali che congiunturali. Comportando, in tal caso, necessariamente tempi medio-lunghi per la sua risoluzione, nell'eventualità che la politica industriale di Berlino e le strategie dei costruttori vengano orientate a risalire la china con massici investimenti, invece che a gestire il declino o imboccare la strada della riconversione bellica verso la quale sembrerebbe invece essersi orientato il governo Merz.

Grafico 6: variazione percentuale mensile della produzione industriale della Germania calcolato su base tendenziale, marzo 2021- marzo 2026. Fonte Destasis.

 

La crisi del gruppo Volkswagen ha indotto il management aziendale, già ad ottobre 2024, a presentare un primo piano industriale lacrime e sangue per i lavoratori con tagli retributivi e 35.000 licenziamenti. Nel 2025 ha proceduto alla chiusura di 2 poli industriali: quello Audi di Bruxelles e quello Volkswagen di Dresda e a febbraio 2026 ha annunciato una nuova ristrutturazione industriale con l’obiettivo di ridurre i costi complessivi fino al 20%, corrispondenti a circa 60 miliardi di euro, entro il 2028, al fine di risollevare i margini operativi del gruppo al 9%. [12]

Nel primo trimestre di quest’anno, l’utile netto del gruppo si è ridotto del 28% a 1,56 miliardi di euro e i ricavi del 2% a 75,7 miliardi, pertanto ad aprile la dirigenza ha annunciato un piano di diminuzione della produzione di 700.000 veicoli e 50.000 esuberi in tutti i marchi entro il 2030.

Alla luce della riduzione del 4% delle vendite globali di Volkswagen nel primo semestre 2026, con il titolo che in borsa ha perso circa un terzo della sua quotazione dall’inizio dell’anno, i provvedimenti sino a quel momento adottati non sono stati ritenuti sufficienti per riportare al livello precedente la redditività del gruppo, tant’è che l’amministratore delegato Oliver Blume il 9 di luglio ha presentato al Consiglio di sorveglianza un nuovo piano industriale, Zukunftsplan 2030 (Futuro 2030) concernente una riduzione degli investimenti da 180 miliardi di euro a 135 nel prossimo quadriennio, altri 50.000 licenziamenti e la possibile chiusura di quattro stabilimenti in Germania. Quelli di Hannover (circa 14.000 dipendenti), Emden (circa 7.700), Neckarsulm impianto Audi (circa 15.500) e Zwickau in Sassonia nell’ex DDR (circa 8.000)[13] un’area dallo sviluppo asimmetrico rispetto alla parte occidentale dove nuovi licenziamenti porterebbero altro consenso ad Afd che negli ultimi sondaggi del 12 luglio ha raggiunto il 42% raddoppiando quelli della Cdu[14].

La nuova draconiana ristrutturazione ha immediatamente innescato una forte opposizione da parte del sindacato di categoria, Ig Metall, e delle assemblee dei lavoratori che rifiutano di vedersi scaricare sulle spalle l’onere delle fallimentari politiche aziendali degli ultimi anni.

Un piano industriale quello presentato da Blume che viola palesemente gli accordi sottoscritti dall’azienda con Ig Metal nel dicembre del 2024 in base ai quali non si sarebbero verificati ulteriori licenziamenti e chiusure di stabilimenti in Germania sino al 2030. Un vero e proprio attacco al pilastro delle relazioni industriali nazionali ma che, alla luce della crisi in atto e delle politiche industriali indirizzate alla massimizzazione dei profitti e alla loro finanziarizzazione[15], si sta sempre più diffondendo.

Una ristrutturazione aziendale radicale che prevede di raggiungere entro il 203555 la riduzione della produzione complessiva dai 12 milioni di veicoli del 2019 a 9 milioni (2 milioni sarebbero già stati tagliati fra Cina e Germania), il dimezzamento dei modelli da 150 a 75 e una sforbiciata fino al 75% delle varianti di equipaggiamento, con l’obiettivo finale di ridurre la complessità produttiva per concentrare la produzione sui segmenti di mercato più redditizi.

Il Zukunftsplan 2030 sembra ricalcare il piano presentato nei mesi scorsi da Mercedes-Benz che prevede significative penalizzazioni per i lavoratori che dovrebbero lavorare cinque ore in più settimanalmente a parità di salario e che ha sollevato dure proteste e presidi permanenti da parte dei 33.000 dipendenti dello stabilimento di Stoccarda.

In sostanza i management di Volkswagen e degli altri gruppi automobilistici tedeschi cercano di recuperare elevati livelli nei margini operativi riducendo la produzione e facendo pagare le proprie strategie aziendali sbagliate e l'incapacità politica nella gestione della crisi ucraina e delle politiche energetiche ai lavoratori[16]. 

Conclusioni

Dall’analisi sovrastante emerge come nel biennio 2023-2024 la declinante dinamica economica della Germania e il rallentamento dell’Eurozona, sia direttamente riconducibile alle scelte politiche, sia a livello comunitario che di singoli paesi, le quali, tramite 15 tranche di sanzioni approvate a fine 2024 e il piano REPowerEu, hanno creato le condizioni, in termini di cospicuo aumento del costo delle materie prime energetiche e di perdita del mercato russo, per la critica situazione  economica e sociale che si sta protraendo sino ad oggi a causa della prosecuzione di tali strategie, come dimostra il 21° pacchetto sanzionatorio contro Mosca in corso di approvazione.

Il governo del cancelliere Merz, come detto, non sembra intenzionato a risolvere la crisi dell’automotive nazionale con efficaci politiche industriali federali, avendo decisamente imboccato la strada del riarmo e dello sviluppo dell’industria bellica con massicci stanziamenti di risorse nazionali in tale direzione, in aggiunta agli 800 miliardi di euro del Piano ReArmeEu dell’Ue.

Scelta strategica, quella di voler realizzare secondo le parole di Merz “l’esercito convenzionale più potente d’Europa” che imprime ulteriore accelerazione all’aumento delle tensioni geopolitiche, incide sulle risorse destinate al welfare e, secondo numerosi studi, non sarebbe in grado di garantire gli attuali livelli occupazionali in quanto l’industria bellica non può assorbire nemmeno la metà degli esuberi del comparto automobilistico. Secondo il Sipri, infatti, in Europa nell’ultimo decennio a fronte di un incremento delle spese militari del 116% e degli investimenti nell’industria bellica del 292%, i posti di lavoro sono aumentati del solo 23%.

Ciò a causa del modello capital-intensive dell’industria militare nel cui contesto la quota prevalente del budget aziendale viene assorbito da ricerca tecnologica avanzata, hardware e componentistica ad alta specializzazione. Inoltre, diversi studi di carattere macroeconomico evidenziano come il moltiplicatore keynesiano delle spese militari risulta circa 1 nel breve termine, ma nel lungo determinerebbe un ritorno inferiore sul Pil civile rispetto agli investimenti infrastrutturali produttivi.[17]

Infine, è necessario puntualizzare che l’industria militare europea non risulta attualmente nelle condizioni di incrementare in modo significativo le produzioni, costringendo i paesi europei nell’immediato ad aumentare gli ordinativi presso quella ben più strutturata statunitense, la quale ne beneficerà in termini di profitti e di ricadute occupazionali. Come ha affermato lo stesso segretario generale della Nato, Mark Rutte, “l’aumento delle spese militari europee finirà per creare 250.000 nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti”.

Scelte politiche e industriali quelle della Germania, peraltro in linea con l’Unione Europea, che inevitabilmente innescano ricadute sull’intero sistema geoeconomico comunitario e in particolare sulle aree della Semiperiferia come le tre nostre sopracitate.

A tal proposito abbiamo trovato particolarmente interessante l’articolo dell’ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta orobico doc, dal titolo “La crisi Volkswagen e la Bergamasca” nel quale dichiara inizialmente che “la crisi della Volkswagen, che non è un fulmine sul ciel tedesco: è una crepa nel modello industriale europeo, e da quella crepa entra aria fredda nelle officine meccaniche e nelle linee di Brembo e nei capannoni della Val Seriana. La chiamano ristrutturazione, ma il nome vero è un altro: ritirata. E quando il gigante tedesco arretra, la nostra provincia sente il colpo come una fitta alla schiena. La Bergamasca è uno dei distretti metalmeccanici più legati alla filiera tedesca. Qui si lavora per la Germania da decenni. E’ stato un vantaggio, una spinta, un orgoglio. Ma oggi diventa una vulnerabilità. Perché quando Volkswagen rallenta, gli ordini calano. La crisi Volkswagen è un segnale, ma anche un bivio: reinventarsi o subire”.

Pezzotta sostiene che per uscire da questa dipendenza, che oggi genera a cascata crisi anche in Italia, serve una politica industriale che non rincorra, ma anticipi e territori che non si limitino a produrre ma che siano loro stessi a decidere le strategie industriale senza farsi attirare dai canti dalle sirene della riconversione bellica che risuonano sempre ammalianti.

Pezzotta conclude con un monito per la Bergamasca ma che costituisce anche un messaggio per tutto il Paese e per il governo Meloni nello specifico, il quale ha completamente abdicato al mercato la politica industriale, come plasticamente dimostra l’assenza di piani pubblici di risoluzione della crisi del polo siderurgico di Taranto, il più grande d’Europa: “Quando l’industria civile traballa, l’industria bellica appare come un rifugio. Ma è un rifugio che cambia il volto di un territorio, che lo sposta su un crinale pericoloso che lo allontana dalla sua storia produttiva e dalla sua identità”.

Continuare a legare le sorti e le politiche di sviluppo del settore industriale italiano a quelle della Germania ha prodotto una crisi produttiva che si sta avvitando su sé stessa dall’autunno 2022 come abbiamo dimostrato in vari saggi precedenti[18], esistono altre strade fra complementarità e dipendenza dai colossi teutonici e riconversione dal civile al militare: innovazione di processo e di prodotto, accelerazione nella transizione energetica, aumento della produttività e aumenti salariali che espandano il livello della domanda interna riducendo la dipendenza dall’export. Per perseguire questi obiettivi occorrono cospicui investimenti, pubblici e privati, sotto accurata pianificazione governativa e territoriale.

Una sfida epocale per le sorti del nostro comparto industriale che, nonostante la crisi prolungata, continua ad oggi a risultare la seconda manifattura europea dopo quella tedesca, ma che deve necessariamente abbandonare il modello attuale basato, oltre che sulla dipendenza dalla Germania per la componentistica Hi-Tech, su produzioni a basso valore aggiunto che si mantengono competitive solo grazie alla compressione dei salari.   

 

Andrea Vento

Sapri 13 luglio 2026

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati - Giga

 

 



[1] https://www.ilsole24ore.com/art/l-industria-ue-e-trainata-tre-regioni-italiane-che-vanno-veloci-AEcyaeTC

[2] https://www.imf.org/external/datamapper/NGDP_RPCH@WEO/WEOWORLD

[4] https://www.bancaditalia.it/media/notizia/l-economia-dell-emilia-romagna-aggiornamento-congiunturale-novembre-2024/

[5] Rapporto di Union Camere Emilia Romagna marzo 2025 Le esportazioni in Emilia Romagna anno 2024

https://www.ucer.camcom.it/comunicazione-e-stampa/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2025/esportazioni-in-emilia-romagna-anno-2024/@@download/file_principale

[6] La Volkswagen nel 2024 registra una contrazione delle vendite del -3,5% e dell’utile del 30% ma resta il secondo produttore mondiale con 9,03 milioni di vetture dopo la Toyota con 10,8 milioni.

https://carmarket.ch/it/rivista/ecco-le-dieci-case-automobilistiche-leader-nel-2024-cma28lvg5viuz06tbik9wtnll

[7] https://www.finanzaonline.com/notizie/la-formula-byd-batte-tesla-ricavi-oltre-quota-100-mld-nel-2024

[8] www.al volante.it “Quanto è profonda la crisi dei costruttori tedeschi” di Andrea Spitti

[9] https://www.rinnovabili.it/mobilita/auto-elettriche-in-germania-2024-vendite

[10] Comunicato stampa n. 435 dell'8 dicembre 2025. Ad ottobre 2024 l’indice della

https://www.destatis.de/EN/Press/2025/12/PE25_435_421.html

[12] Volkswagen Zukunftsplan 2030: il nuovo piano lacrime e sangue per salvare i conti di Nino Grasso

[14] hhtps://politpro.eu/it/sassonia - Sondaggi elezioni in Sassonia: intenzioni di voto attuali per le elezioni

[15] La finanziarizzazione dei profitti è una strategia aziendale in espansione negli ultimi anni che teorizza di destinare una rilevante quota degli utili di esercizio ai dividendi (dividendo: quota di utile di esercizio assegnata a ciascuna azione), riducendo quella destinata a ricerca e sviluppo e alla crescita aziendale o altri capitoli.

[17] “Spese per la difesa: caratteristiche e conseguenze macroeconomiche”, di Fabio Martino - Università cattolica del Sacro Cuore 22/5/2026

[18]  Vedi saggi Giga:

“Economia di guerra oggi. Parte XXII. Sanzioni, crisi energetica e riarmo”.

“Economia di guerra oggi. Parte XXIII. Istat: a agosto 33 i mesi di riduzione della produzione industriale”.

“Economia di guerra oggi. Parte XVI. La crisi industriale della Germania prosegue”.

“Economia di guerra oggi. Parte XIV. La crisi industriale europea”.

“Conflitti, sanzioni e riarmo”

 

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