La crisi in Medio Oriente indebolisce le alleanze
La crisi in Medio Oriente indebolisce le alleanze
Trump e l'arte di crearsi nemici
Sergio Ferrari
Traduzione a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia
Autorganizzati
Con alcuni, come il governo spagnolo, la distanza si è
ulteriormente ampliata in seguito al conflitto con l'Iran. Con Papa Leone XIV e
il Vaticano, Trump ha creato una frattura che potrebbe portare a defezioni tra
i fedeli cattolici in vista delle elezioni parlamentari di novembre. Con altri,
come la premier italiana Giorgia Meloni, si è verificata una rottura che
sarebbe stata inimmaginabile solo poche settimane fa.
Divorzio all'italiana
A metà aprile, la rete di notizie Euronews ha
pubblicato un'analisi dal titolo molto suggestivo: " La rottura tra
Trump e Meloni: dal flirt politico alla crisi matrimoniale". Per mesi, osservava la pubblicazione, i due leader avevano intrattenuto una
relazione politica di "interesse amoroso", caratterizzata da
adulazioni pubbliche, strette di mano insistenti e quella "chimica
personale che il presidente degli Stati Uniti coltiva con certi leader
stranieri che la pensano allo stesso modo".
In quel periodo, Trump descrisse
Meloni come "una delle vere leader del mondo", riconoscendo di poter
parlare con lei "francamente, anche quando non siamo d'accordo". Fin
dall'inizio del suo insediamento, il primo ministro apparve come un
interlocutore privilegiato e assolutamente affidabile. Tuttavia, nel giro di
poche ore, emerse il catalizzatore della rottura: la tensione tra Washington e
Papa Leone XIV, figura spirituale praticamente intoccabile nelle sfere di
Palazzo Chigi e del Quirinale, rispettivamente sede del governo e della
presidenza.
Gli analisti vaticani sostengono
che, in Italia, sia per la destra che per la sinistra, la sola idea di mettere
in discussione la figura del Papa rappresenta una linea rossa invalicabile.
Questa audacia da parte del presidente statunitense ha irritato Meloni, che si
è sempre definita il paradigma di una destra "liberale, cristiana,
identitaria e patriottica". Rivendicando il suo diritto al dissenso, nella
seconda settimana di aprile, Meloni ha definito "inaccettabili" le
aggressive dichiarazioni di Trump sul Papa. Poche ore dopo, Trump si è
lamentato della reazione del primo ministro italiano. "Sono sorpreso, non
ci sta aiutando. Mi sbagliavo su di lei... Le manca il coraggio sull'Iran; è
inaccettabile" ( https://www.instagram.com/reels/DXHoUpkiDYP/ ).
Trump ha accusato il Papa di essere "debole sul
fronte criminale" e di non appoggiare la sua politica nei confronti
dell'Iran. In un video che ha poi rimosso dai suoi social media, il presidente
degli Stati Uniti si è ritratto come Gesù Cristo che benedice un malato,
provocando indignazione in ampi ambienti religiosi in quanto ritenuto
inappropriato e offensivo ( https://www.youtube.com/watch?v=ntHzCfOFjSA ).
Durante la veglia di preghiera per la pace in
Vaticano, sabato 11 aprile, il Papa ha denunciato la guerra intrapresa dagli Stati
Uniti e da Israele contro l'Iran. «Cari fratelli e sorelle», ha affermato, «sui
leader delle nazioni incombono certamente delle responsabilità imperative. A
loro gridiamo: Basta! È tempo di fare la pace!». Sebbene il Pontefice,
cittadino statunitense, non abbia menzionato Trump per nome, era evidente che
il suo messaggio fosse rivolto anche a Washington. Di fronte alle aggressive reazioni
di Trump, il Papa non ha addolcito i toni. Al contrario, ha affermato di non
temere il presidente e ha sottolineato che il dovere della Chiesa è quello di
parlare a favore del Vangelo e della pace. Senza cedere sulle sue
argomentazioni principali, pochi giorni dopo, durante la sua visita in Africa,
il Papa ha dichiarato di non essere interessato a continuare la controversia
con Trump ( https://www.reflexionyliberacion.cl/ryl/2026/04/12/basta-ya-de-guerra/ ).
Due fattori decisivi sono alla base della spaccatura
tra Trump e Meloni. In primo luogo, vi è una differenza di
percezione riguardo al conflitto in Medio Oriente. Meloni, come praticamente
tutti i leader europei, ha iniziato ad accettare la posizione assunta dal Primo
Ministro spagnolo Pedro Sánchez tra marzo e aprile, per il quale questa guerra
"non è la nostra guerra". La Spagna ha immediatamente vietato
l'utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio spagnolo per
attaccare l'Iran. Inoltre, ha posto il veto all'utilizzo del proprio spazio
aereo per i sorvoli di aerei militari diretti in Iran.
D'altro canto, l'allontanamento degli alleati europei
dalla Casa Bianca è legato alla devastante strategia militare di Israele,
intensificatasi nelle ultime settimane con l'offensiva contro il Libano, che
continua nonostante il cessate il fuoco formale in vigore. Inoltre, non va
sottovalutato l'impatto che le sanzioni tariffarie imposte dagli Stati Uniti, e
l'arroganza della retorica parallela utilizzata per giustificarle, hanno avuto
per mesi sui leader europei. Il raffreddamento delle relazioni tra diversi
leader europei e Trump era inevitabile.
Inoltre, sempre ad aprile, Meloni ha
sospeso il rinnovo automatico dell'accordo di mutua difesa tra Italia e
Israele. Il 19 aprile, il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez ha proposto che
l'intera Unione Europea ponesse fine ai suoi accordi di associazione
(cooperazione economica) con Israele. Alla fine, l'Unione Europea non ha
aderito a questa iniziativa.
Per Trump, la decisione di diversi Stati europei di
negargli l'uso delle proprie basi nella regione esprime un'inaccettabile
mancanza di solidarietà, poiché coinvolge alleati storici e, per di più, membri
della NATO. Con l'aggressione contro l'Iran, quest'organizzazione sta inoltre
aggravando la sua crisi interna, resa evidente fin dal momento in cui il
repubblicano si è insediato alla Casa Bianca.
Dalla Seconda Guerra Mondiale, l'Europa ha ospitato
numerose basi militari statunitensi con decine di migliaia di soldati. Sebbene le
cifre siano imprecise e soggette a fluttuazioni, una recente analisi del
rinomato Centre Delàs for Peace Studies, con sede in Catalogna, Spagna, indica,
citando fonti statunitensi, che all'inizio del 2025 erano presenti in Europa
circa 84.000 militari statunitensi. Aggiunge inoltre che, a causa
dell'ulteriore dispiegamento di truppe nei paesi confinanti con l'Ucraina,
questa cifra potrebbe raggiungere i 105.000 effettivi distribuiti in 26 basi
militari statunitensi e 19 altre strutture con presenza militare americana.
Nello specifico, 38.700 in Germania; 14.000 in Polonia; 12.600 in Italia;
10.000 nel Regno Unito; e 3.500 in Spagna. Inoltre, si stima che in Belgio,
Italia, Paesi Bassi, Germania e Turchia si trovino circa cento bombe nucleari
B61 ( https://centredelas.org/actualitat/trump-la-otan-y-el-mito-de-que-eeuu-paga-por-la-defensa-de-europa/ ).
La posizione europea di non intervenire attivamente
nella guerra contro l'Iran né di appoggiare la proposta statunitense di rompere
il blocco iraniano sullo Stretto di Hormuz spiega la delusione di Trump e le
complicazioni operative che le forze statunitensi potrebbero aver incontrato
durante la loro aggressione su larga scala contro il rivale persiano.
Quando un amico cade…
Domenica 12 aprile, Viktor Orbán, il presidente
ungherese, fedele alleato di Trump (e di Vladimir Putin), critico di spicco
dell'Unione Europea e figura chiave nella promozione dell'Internazionale di
Destra, ha subito una sonora sconfitta elettorale dopo 16 anni al potere. È
stato spazzato via alle urne da Péter Magyar, un leader conservatore che ha
scalato i ranghi dello stesso partito di Orbán fino alla sua uscita nel 2024 a
causa di divergenze sulla governance. Gran parte della classe politica e della
stampa europea ha celebrato la vittoria di Magyar con titoli e dichiarazioni
entusiastiche. Il dibattito ideologico nel Vecchio Continente (e a livello
internazionale in generale) si è spostato così tanto verso l'estrema destra che
la vittoria di un candidato conservatore leggermente meno estremista di
Viktor Orbán è stata motivo di grande festa. L'Unione Europea vede in Magyar
una figura compatibile con l'euro, in grado di ridurre la persistente tensione
tra Bruxelles e Budapest.
La guerra contro l'Iran ha prodotto una vera e propria
spaccatura tra la strategia comune di Trump e Netanyahu e la visione degli
alleati europei. Ha inoltre acuito la crisi interna che la NATO sta
attraversando dall'arrivo di Trump alla Casa Bianca. Oggi più che mai, e
nonostante l'eloquente servilismo filo-Trump del Segretario Generale
dell'organizzazione, la NATO starebbe valutando un ritorno al concetto di
"difesa europea comune" come priorità. In altre parole: smettere di
delegare la propria difesa agli Stati Uniti e assumersene la piena
responsabilità.
Inoltre, la sconfitta elettorale di Orbán e la crisi
contingente con Meloni complicano l'ambiziosa proposta di Trump (e del suo ex
collaboratore Elon Musk) di promuovere l'Internazionale di estrema destra,
definita dai suoi detrattori come un'"Internazionale reazionaria".
Il costo dell'offensiva militare in Medio Oriente ha
creato una moltitudine di fronti di opposizione per il presidente degli Stati
Uniti. Questi fronti sono certamente diversi, ma ugualmente gravosi sia sul
piano interno che sulla sua strategia nei confronti del resto del mondo, in
particolare dell'Europa.
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