La manifestazioni di rito e i ritardi nell'analisi della crisi

 La manifestazione nazionale contro il decreto sicurezza è arrivata alla fine di Maggio ad approvazione avvenuta in Parlamento, fuori tempo massimo per incidere anche nell'agenda politica di partiti, associazioni, sindacati e movimento, i contenuti della mobilitazione sono poi inficiati da una retorica del tutto inutile evocando zone rosse e linguaggi funzionali alla tenuta del corpo militante ma inefficaci per i comuni mortali.



Il decreto sicurezza colpisce anche chi non fa politica e ignora cosa sia accaduto a Genova nelle giornate del G8 o voglia, per scelta pur discutibile, disinteressarsi alla condizione dei migranti, ma questi fatti non sembrano invece essere oggetto di riflessione dentro una comunicazione mediatica e politica poco efficace e alla fine funzionale ad Avs con cui settori dei centri sociali si sono alleati da tempo.

Non desti meraviglia che si attivi quando è troppo tardi come ad esempio scoprire che le opposizioni parlamentari si attivano contro il genocidio a Gaza, e spesso mai menzionando la parola genocidio, quando i morti tra i civili palestinesi sono ampiamente sopra i 60 mila. Oppure in qualche città italiana  ci imbattiamo in sparuti gruppi autodefinitisi studenti per la Palestina che anche in due, di numero, hanno il nostro plauso per avere denunciato il Genocidio, eppure questi studenti non riescono a guadagnare i consensi dei loro simili per il riprodursi di logiche gruppettare travestite da movimento.

Potremmo anche menzionare il consenso, pur in calo, della destra che stando ai sondaggi, dopo anni di danni, alle urne oggi conquisterebbe ancora la maggioranza.

E in questo scenario non desti meraviglia la divisione delle piazze del 2 Giugno e l'assenza di una critica complessiva alla Repubblica del Riarmo, a marce fatte a uso e consumo di gruppi ed associazioni che con il centro sinistra al Governo sarebbero probabilmente silenti o preferiscono invocare l'opposizione, come avviene a Pisa, ad una base ancora da costruire rimanendo in silenzio davanti alla militarizzazione esistente. 

In questi giorni di inizio giugno i salariati toccano con mano la erosione del potere di acquisto nel 2024 il PIL dell’Italia è cresciuto, come nell’anno precedente, dello 0,7%, per la Meloni un risultato di gran lunga migliore alla media europea. Ma sarebbe sufficiente guardare ai dati degli ultimi decenni per capire invece che l’Italia, anche quando a governare era il centro destra, registrava dati economici, in quanto a Pil, produttività e occupazione, di gran lunga inferiori alla media europea accumulando un ritardo cronicizzatosi con il tempo e non recuperabile con percentuali di crescita da prefisso telefonico.

Definiamo allora questa percentuale come aumento vero e proprio senza sviluppare ulteriori ragionamenti e critiche, diamo per scontata la vulgata della Meloni per capirci. Siamo davanti a una crescita che vede tuttavia la domanda interna invariata mentre, per Banca Italia, si è accentuata quella della spesa delle Amministrazioni pubbliche. E nessuno potrà dire che il Pubblico si indebita per avere attribuito aumenti contrattuali troppo generosi visto che il 92% della forza lavoro è senza rinnovo del CCNL Quindi qualche domanda andrebbe posta al Governo per capire come possa crescere la spesa pubblica pensando magari agli ammortizzatori sociali per i troppi settori produttivi in crisi o ai costi derivanti dai processi di esternalizzazione dei servizi. Ma queste domande resteranno senza risposta, anzi a muovere i quesiti ormai non è rimasto praticamente alcun soggetto sindacale e politico degno di nota

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