Ogni anno, in molte città italiane, realtà pacifiste, studentesche, antimilitariste e di base organizzano presìdi, assemblee, incontri pubblici per dare voce a chi rifiuta l’idea che la guerra possa essere giusta. Da ormai quattordici anni, la campagna “Ogni vittima ha il volto di Abele” denuncia la falsità di una memoria costruita sul mito della nazione e sull’onore delle armi, e rivendica il diritto di ricordare chi nelle guerre ha perso tutto, a cominciare dalla vita. Non chi ha fatto la guerra, ma chi l’ha subita.
Nel 2024, questa campagna ha assunto un significato ancora più forte e drammatico. Mentre il massacro a Gaza continua nell’indifferenza – o nella complicità – di gran parte dell’Occidente, le parole di Caino ad Abele risuonano come una condanna collettiva: “Sono forse il custode di mio fratello?”. La risposta, oggi come allora, dovrebbe essere un sì pieno, umano, solidale. E invece è spesso un silenzio.
Le migliaia di vittime civili palestinesi, i bambini sotto le macerie, le famiglie decimate, i bombardamenti sui campi profughi, sugli ospedali, sulle scuole: tutto questo è diventato “danno collaterale”, mentre si continua a parlare di “diritto alla difesa” per l’aggressore. È in questo contesto che lo slogan della campagna antimilitarista torna con una forza inaudita: ogni vittima ha un nome, una storia, un volto. E quel volto è quello di Abele, il fratello innocente.
Opporsi al militarismo del 4 novembre oggi significa anche rifiutare la logica dell’eccezione, secondo cui ci sarebbero morti degne di essere ricordate e altre da dimenticare. Significa ricordare che le guerre non cominciano solo con le armi, ma anche con la propaganda, con l’addestramento all’odio, con la normalizzazione della violenza e delle spese militari. Significa, soprattutto, schierarsi: non con uno Stato contro un altro, ma con chi subisce, con i popoli senza voce, con chi ancora crede nella pace come pratica, non come bandiera vuota.
Il 4 novembre non è la “festa della pace”, come vorrebbero farci credere nelle scuole, ma l’anniversario di un armistizio – quello del 1918 – che non pose fine alla guerra, ma ne aprì molte altre. Celebrare l’esercito, in questo giorno, significa legittimare la guerra come strumento. Per questo la campagna “Ogni vittima ha il volto di Abele” continua, anno dopo anno, a portare nelle piazze un’altra narrazione: quella che parte dal basso, che non dimentica nessuna vittima, che chiama le cose col proprio nome.
E in un mondo dove l’inversione morale è ormai normalizzata – dove le vittime vengono trattate come colpevoli e i carnefici come difensori – ricordare Abele è un atto politico. È dire che non tutte le morti si equivalgono, perché non tutte le vite vengono protette allo stesso modo. È un grido, dolente e lucido, contro la barbarie che si ripete.
L’iniziativa nonviolenta “Ogni vittima ha il volto di Abele”, promossa da importanti Istituti di Ricerca per la Pace, nella sua assoluta compostezza ed addolorata austerità ha costituito, nel ricordo e nel nome delle vittime, un esplicito appello all’impegno per la cessazione delle guerre, per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, per la pace, la democrazia, la legalità che salva le vite; per la difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani. A mio avviso questi nobili e alti ideali devono essere trasmessi in primis dall’Istituzione Scolastica.
La scuola deve promuovere l’altro come punto di incontro tra le diversità, quale principio attivo di scambio vicendevole e di integrazione solidale, dove l’alterità venga accettata e accolta in quanto ricchezza e risorsa per conoscere il mondo circostante e se stessi.
L’istituzione scolastica è chiamata a promuovere e trasmettere i valori della pace, al fine di pensare, concepire e progettare una società senza guerre, dove si mobilitino meccanismi positivi di cultura della nonviolenza in un ambiente ecosostenibile, in cui le risorse delle ricchezze naturali siano spartite equamente tra i ceti e i gruppi sociali, nella civiltà delle relazioni tra popoli, genti e minoranze, per un’utopia attuale e realizzabile concretamente nel qui ed ora, nell’attualità del presente.
Un futuro senza conflitti armati è generato dalla condivisione della coesistenza tra culture aperte nel tessuto sociale e collettivo, che deve promuovere e progettare un processo civile orientato alla pace e al dialogo tra culture e religioni, dove l’altro divenga meta di condivisione, scambio e confronto pacifico, evitando ogni affronto sprezzante e violento.
L’altro è un microcosmo di conoscenza in un pluriverso di differenze che permettono di avvicinarsi all’attualizzazione concreta del concetto di pace tra popoli, a partire da ogni singolo individuo, chiamato ad entrare in relazione con il diverso da sé, al fine di porre in comunicazione molteplici entità ed identità che racchiudono ciascuna un microcosmo di idee, valori, sentimenti, pensieri, progetti da spartire collettivamente nella quotidianità, all’interno degli ambiti comunicativi e sociali, dove poter imparare a convivere e ad accogliere i caratteri identitari e impliciti nel soggetto che aiuta o chiede aiuto, che soccorre chi soffre o è soccorso.
La società intera è chiamata a promuovere i valori e a rivendicare i diritti umani contro ogni intenzione basata sul conflitto armato, nella pretesa di prevaricazione sull’altro, in quanto occorre immaginare, ipotizzare, inverare e realizzare l’utopia contemporanea di un mondo senza guerre, dove il più debole venga aiutato e accolto e non sottomesso da pretese prepotenti di sfruttamento, prevaricazione e riduzione in schiavitù dei più bisognosi.
Il dialogo è una risorsa pedagogica che consente di mettere in discussione i propri assunti, le certezze e i presupposti nel confronto con gli altri, come atteggiamento positivo tramite cui la pluralità delle esperienze può agire come arricchimento reciproco e non come volontà di sopraffazione e prevaricazione, promuovendo invece comportamenti equilibrati tra il prestare la giusta attenzione nei riguardi dell’alterità e il riconoscimento delle differenze.
La scuola è il luogo dove si genera un nuovo orientamento umanitario per tradurre gli atteggiamenti negativi di non accettazione e condivisione, che nascono da pregiudizi razziali molto diffusi nella società, in idealità e comportamenti positivi e costruttivi.
La presenza nella scuola di persone immigrate rappresenta uno stimolo a impegnarsi e a interrogarsi sui valori di cui siamo tutti portatori, in prima persona, perché l’educazione interculturale rappresenta per la scuola un elemento innovativo e critico, che comporta la trasmissione di idealità e valori di pace, accoglienza e dialogo con l’altro.
Il sistema educativo è attualmente più che in altri periodi storici, sollecitato a cambiare le prospettive pedagogiche e le impostazioni didattiche che non rispondono ai mutamenti inevitabili delle pratiche educative, nella manifesta necessità di aprire la pedagogia a una dimensione interculturale, per una filosofia del dialogo, dell’incontro, dello scambio vicendevole nei messaggi educativi e valoriali di apertura alle culture altre e di valorizzazione delle differenze, nella pace.
Attualmente è necessario aprire l’Italia, l’Europa, il mondo all’accoglienza dello straniero, non solo per integrarlo, ma soprattutto per riconoscerne e accettarne il valore, nella critica al dogmatismo totalitario, nel rispetto delle diversità, nella valorizzazione della specificità, della minoranza, della singolarità, con l’opposizione al razzismo, al nazionalismo, alla xenofobia, alla guerra.
La scuola può insegnare il percorso di un’interazione che consideri l’apporto delle culture, cercando di leggerle in una sintesi globale, in modo che l’espansione di sè non sia basata sull’annientamento dell’altro, riconoscendo invece la pluralità dei contesti culturali, favorendo la costruzione di identità flessibili. La scuola è responsabile, in quanto istituzione preposta all’educazione, di attivare iniziative per estirpare i pregiudizi sugli altri e le paure del diverso, facendo in modo di evitare che le incomprensioni si radicalizzino nel razzismo, nell’omofobia, nella xenofobia, nella guerra.
La scuola deve promuovere la pedagogia dell’incontro, dell’accoglienza reciproca, del dialogo costruttivo, per evitare il conflitto a livello individuale e collettivo, per incentivare una predisposizione alla pace in un mondo che si concepisca privo di guerre e di scontri armati.
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