Celebrare una sconvolgente carneficina. Il 4 novembre: perché non è la nostra festa

 

Celebrare una sconvolgente carneficina. Il 4 novembre: perché non è la nostra festa 


di Laura Tussi



Oggi 4 Novembre, come pacifica contestazione delle celebrazioni pubbliche di una data che in realtà gronda sangue innocente, è previsto un concentramento in piazza Gramsci a Cagliari, dalle ore 16 con l’adesione di Cagliari Social Forum, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Comitato sardo di solidarietà per la Palestina

Il 4 novembre viene celebrato ufficialmente come “giornata dell’unità nazionale e delle forze armate”, ma questa definizione – oltre a essere fuorviante – contraddice profondamente lo spirito della nostra Costituzione. L’unità nazionale, infatti, non si fonda sulla dimensione militare, bensì sul lavoro e sulla partecipazione democratica, come afferma con chiarezza l’articolo 1. E la sicurezza, per la Repubblica italiana, non discende dalla forza delle armi, ma dal ripudio della guerra “come offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, secondo l’articolo 11.

Il 4 novembre non ricorda una vittoria, ma l’armistizio che pose fine alla Prima guerra mondiale: un conflitto in cui l’Italia intervenne come parte aggressiva, agitando questioni irredentiste che si sarebbero potute affrontare con strumenti diplomatici e non con una delle tragedie più sanguinose della storia europea. Per questo il 4 novembre non è – e non può essere – una festa. È un giorno di lutto e memoria: memoria dei caduti, ma anche dei feriti, dei giovani mandati al massacro, dei soldati fucilati per aver esitato davanti a una morte certa fatta di esplosioni, lanciafiamme, mitragliatrici e gas. Ed è memoria di chi ebbe il coraggio della diserzione, opponendosi alla follia collettiva della guerra.

In questo giorno occorre ribadire il nostro No alla guerra, denunciando ogni retorica militarista e ogni tentativo di trasformare una tragedia storica in una celebrazione patriottica. Non esiste alcun valore da glorificare in un massacro che ha distrutto popoli, territori, culture.

La scuola trasformata in strumento di propaganda militare

La legge approvata il 1° marzo 2024 ha istituito il 4 novembre come “giornata dell’unità nazionale e delle forze armate”, riservando un ruolo privilegiato proprio alla scuola. L’articolo 2 prevede che gli istituti organizzino cerimonie, eventi, mostre, testimonianze sul tema della difesa della Patria e sul ruolo delle forze armate. Quest’anno, inoltre, in ogni capoluogo verrà consegnata una bandiera italiana a una scuola, con la presenza di autorità militari e con un preavviso tanto breve da rendere impossibile qualsiasi consultazione democratica degli organi collegiali.

La scuola pubblica, luogo di formazione critica e libera, viene così ridotta al ruolo di esecutrice di decisioni prese dal ministero della Difesa, come se si trattasse di un’appendice dell’accademia militare. Da anni assistiamo all’ingresso dei militari nelle classi per lezioni di ogni tipo, presentazioni sulle carriere in divisa e incontri che esaltano i “valori militari” come se fossero universali e incontestabili.

Ma la scuola dovrebbe fare esattamente il contrario: spiegare alle giovani generazioni la devastazione che la guerra ha portato nella nostra storia contemporanea e gli effetti ancora più catastrofici che può avere in futuro, soprattutto in una fase in cui l’Europa e la NATO parlano apertamente della necessità di “prepararsi al conflitto” e di aumentare massicciamente le spese per il riarmo.

Intanto il comparto bellico cresce a ritmi vertiginosi, mentre l’industria civile arretra. Emblematico è il caso della RWM di Domusnovas, fabbrica di bombe che tenta di espandersi in violazione delle norme ambientali, mentre produce profitti enormi vendendo ordigni destinati a conflitti sanguinosi.

La guerra oggi: dall’Ucraina al genocidio palestinese

Il 4 novembre è anche un’occasione per guardare al presente. Parlare di unità nazionale e forze armate in un momento di escalation globale, in cui si rischiano nuovi conflitti planetari, significa ignorare la realtà.

La guerra in Ucraina continua a mietere vittime e a minare la stabilità europea. Ma ancora più scandalosa è la posizione del governo italiano di fronte al genocidio perpetrato dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. Il ministro Tajani ha dichiarato pubblicamente che il diritto internazionale “vale fino a pagina due”: un’ammissione gravissima, che legittima l’illegalità come pratica geopolitica.

A Gaza, nonostante le tregue temporanee, continuano le distruzioni e i massacri. In Cisgiordania proseguono espropri, aggressioni, omicidi e detenzioni arbitrarie. Di fronte a tutto questo, il popolo palestinese ha il pieno diritto di resistere. E noi abbiamo il dovere morale di sostenere il boicottaggio economico, militare e accademico di Israele, unica forma di pressione nonviolenta capace di incidere.

A ciò si aggiunge il tentativo, da parte del governo italiano, di imbavagliare ogni dissenso attraverso il ddl Gasparri, che equipara antisemitismo e antisionismo, criminalizzando di fatto ogni critica politica verso lo Stato israeliano. Una deriva liberticida confermata anche dallo stop ministeriale al convegno per docenti “La scuola non si arruola”, organizzato da CESTES e dall’Osservatorio contro la militarizzazione proprio per il 4 novembre.

Per un 4 novembre di pace, non di armi

Per tutto questo, il 4 novembre non può essere celebrato come festa. Può e deve essere una giornata di memoria, di lutto e di impegno civile. Una giornata per ricordare i caduti di una guerra assurda e per dire con forza che non vogliamo nuove guerre, nuovi massacri, nuove propagande patriottiche.

Mentre si moltiplicano gli inviti al riarmo e si tenta di militarizzare perfino la scuola, la nostra risposta deve essere l’opposto: un rinnovato impegno per la pace, la giustizia, il diritto internazionale, la solidarietà tra i popoli.

Il 4 novembre non è la nostra festa. È il nostro monito. E il nostro dovere è farlo risuonare.


soldati morti nella Grande Guerra. La stima del numero totale di vittime della prima guerra mondiale non è determinabile con certezza e varia molto: le cifre più accettate parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 15 milioni e più di 17 milioni di morti, con le stime più alte che arrivano fino a 65 milioni di morti includendo nell’insieme anche le vittime mondiali della influenza spagnola del 1918-1919. Il totale delle perdite causate dal conflitto si può stimare a più di 37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili, cifra che fa della “Grande Guerra” uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana.

Il numero dei militari uccisi nel conflitto viene di solito stimato tra gli 8 milioni e mezzo e più di 9 milioni, con le stime più alte che arrivano oltre i 12 milioni e mezzo; le potenze Alleate ebbero all’incirca tra i 5 e i 6 milioni di soldati uccisi, mentre gli Imperi centrali ebbero più di 4 milioni di caduti militari. Le stime sui morti civili, causati sia direttamente dalle azioni belliche che da cause collegate come malattie, malnutrizione e incidenti vari, sono molto più difficili da calcolare, variando da un minimo di 5 milioni a quasi 13 milioni con valori medi attestati tra i 6 milioni e mezzo (una delle cifre generalmente più accettate[3]) e i 9 milioni: il calcolo delle morti civili varia molto a seconda che si consideri nel computo una parte più o meno ampia delle vittime causate da eventi correlati al conflitto ma non ricompresi totalmente in esso, come la guerra civile russa o il genocidio armeno

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