Cosa è in estrema sintesi il libro bianco della difesa europea
Il Libro Bianco della Difesa, in una sorta di lotta contro il tempo, vuole gettare le basi per costruire una industria europea capace di espandersi in altri continenti e ampliare così le proprie aree di mercato, in accordo con la Nato ma anche in competizione con i prodotti Usa. La Ue pensa di sfidare l'economia statunitense anche sul suo terreno preferito, quello della produzione di armi e dei processi tecnologici innovativi in campo duale – validi sia per il civile che per il militare –, e un singolo paese del resto non avrebbe le risorse necessarie per compiere un tale salto di qualità.
Proprio da qui parte quel ragionamento
complesso che mette insieme i principali Paesi membri, ridisegna le regole
comunitarie in materia di spesa e di bilancio, deroga alle norme che limitavano
le spese, prefigura un nuovo indebitamento funzionale al lancio della nuova industria
militare e ipotizza un futuro radioso per le imprese comunitarie con alleanze
rinnovate, joint venture e percorsi comuni di ricerca su processi
innovativi in ambito duale. Una linea per cui il Libro Bianco è fortemente
debitore del famigerato Rapporto Draghi pubblicato nell’autunno scorso.
È possibile che il riarmo porterà con sé ulteriori difformità fra uno Stato membro e l’altro, ampliando i divari interni all’Ue: molti Paesi non sono pronti alla riconversione bellica della propria industria, e le joint ventures più incisive, svolgendosi tra i paesi più forti, porteranno a una ulteriore divaricazione con i più deboli. L’Italia, di per sé, ha una economia claudicante e – da ex grande potenza industriale – è risultata in ritardo rispetto a diversi ambiti della competizione economica.
Nel caso della difesa,
però, parte da una posizione agevolata: il suo settore armiero non è mai
entrato in crisi… anzi! Ha una notevole articolazione interna, spaziando dalle
armi leggere a quelle pesanti e a maggiore connotazione tecnologia. Perciò,
l'insistenza dei nostri giornali sulla necessità del riarmo ha una sua, certo
canagliesca, razionalità.
Non è che il riarmo porterà con sé ulteriori difformità in seno all'Ue? Molti paesi non sono pronti alla riconversione bellica della propria industria. E le joint ventures più incisive, svolgendosi tra i paesi più forti, porteranno a una ulteriore divaricazione con i più deboli.
Ps da aggiungere una riflessione per il futuro: l'Italia ha una economia claudicante e - da ex grande potenza industriale - è
risultata in ritardo rispetto a diversi ambiti della competizione economica. In
questo caso, però, parte da una posizione agevolata. Il suo settore armiero non
è mai entrato in crisi. Anzi, ha una notevole articolazione interna, spaziando
dalle armi leggere a quelle pesanti e a maggiore connotazione tecnologia.
Perciò, l'insistenza dei nostri giornali sulla necessità del riarmo ha una sua,
certo canagliesca, razionalità
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