L’economia di guerra danneggerà anche la cultura
L’economia di guerra
danneggerà anche la cultura
Non staremo in questa sede a dilungarci sul lungo percorso che da oltre
un trentennio sottrae risorse ai beni culturali, precarizzando il lavoro con
abusi di appalti, subappalti, aziende in house del ministero, lavoro
interinale, partite ive coatte, volontariato sostitutivo, tutto per operare un
autentico sradicamento del sistema pubblico in ampio culturale.
In attesa della Legge di Bilancio, che dovrà essere approvata a fine
anno e ancora non presentata perfino nella consueta versione di proposta
governativa ai due rami del Parlamento e alle parti sociali, non possiamo non
immaginare che non sarà in controtendenza rispetto agli ultimi lustri. Anzi in
tempi di economia di guerra il settore culturale corre il rischio di essere la
prima vittima sacrificale. Tagli destinati a recuperare risorse per riconvertire
aziende civili a produzioni militari. In tempi di guerra poi investire in
cultura diventa pericoloso, perché l’ambito culturale per eccellenza è anche il
settore in cui il rifiuto dei processi di militarizzazione avviene con
particolare forza.
Il Ministero della Cultura cerca invece di sottomettere musei pubblici a processi di militarizzazioni, utilizzandoli come spazi per eventi totalmente slegati dalla loro funzione. Ricordiamo il caso della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea che nelle giornate del 14 e 15 novembre ha ospitato gli incontri del Processo di Aquiba, un forum militare per il quale il museo è stato chiuso al pubblico e che ah previsto l’allontanamento di 40 dipendenti considerati forse ostili a questa deriva dell’istituto.
Stessa sorte per Palazzo Reale di
Napoli che dal 14 al 17 ottobre ha chiuso per ospitare il “Med5- Dialoghi del
Mediterraneo”, organizzato del Ministero degli Esteri, della Cooperazione
Internazionale e dall’ISPI. Sempre a Napoli vi è stata la sventata presenza
dell’ex premier israeliano Ehud Olmert, colui che autorizzò la drammatica
operazione “Piombo Fuso” sulla striscia di Gaza, presso il museo Reale di
Capodimonte per il festival “Falafel e Democrazia”.
Queste azioni di militarizzare degli spazi culturali, a discapito della
cultura stessa e di chi vi opera, non nascono oggi, è qualcosa d’imbastito già
nel 2023, quando l’allora ministro Sangiuliano volle far rientrare il 4
novembre, Giorno dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze Armate, tra le
giornate ad accesso gratuito, insieme al 25 aprile e al 2 giugno, “in occasione
di ricorrenze dall'alto significato storico” come recita il sito del ministero,
sebbene non si tratti di una festa nazionale .
Perpetuare nel solco dell’economia di guerra impoverirà ancora di più
tutti quei lavoratori e lavoratrici che con grande fatica, attraverso lotte
sindacali osteggiate da leggi ad hoc, hanno potuto presentare le proprie
istanze di miglioramento normativo, contrattuale e stipendiale davanti a bandi
di appalti e subappalti al ribasso, che non offrono condizioni dignitose per la
forza lavoro.
Come CUB siamo consapevoli che anche la cultura rischia di essere
strumentalizzata, svilita ma soprattutto impoverita per renderla funzionale al
militarismo e ad avallare processi di guerra.
Il nostro impegno è quello di rilanciare la mobilitazione a fianco del
popolo palestinese e contro l’economia di guerra che sacrificherà al suo
cospetto le figure precarie del mondo culturale
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