Quando il mondo brucia e l’ONU tace: cosa resta per difendere la pace?
Quando il mondo brucia e l’ONU tace: cosa resta per difendere la pace?
di Laura Tussi
La crescente irrilevanza dell’ONU e di molte istituzioni internazionali è uno dei segnali più drammatici del nostro tempo. Là dove il sistema multilaterale avrebbe dovuto prevenire conflitti, proteggere i diritti umani e contenere la violenza globale, assistiamo al contrario a una frammentazione crescente, al ritorno della forza come linguaggio dominante, a una moltiplicazione delle guerre che nessuno riesce più nemmeno a catalogare. L’Organizzazione nata per impedire nuove catastrofi appare spesso paralizzata, imprigionata in meccanismi decisionali inadeguati, incapace di rispondere alle crisi più urgenti.
L’ONU bloccata dai propri guardiani
Non è un mistero che il ricorso alla forza, nella scena internazionale contemporanea, sembri guidato più da interessi economici e geopolitici che da motivazioni morali. L’idea che il capitale abbia “gettato la maschera”, mostrando senza filtri la sua potenza, trova conferme nei conflitti per le risorse, nelle guerre preventive, negli interventi mascherati da operazioni umanitarie. Eppure, accanto a questa deriva, esiste un patrimonio giuridico di straordinaria importanza: il diritto internazionale, le Convenzioni sui diritti umani, la giustizia penale internazionale. Il problema non è la mancanza di norme, ma l’incapacità di farle rispettare.
La causa principale sta nelle regole fondative dell’ONU, pensate nel 1945 e mai riformate in modo sostanziale. Il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza resta il macigno che impedisce all’Organizzazione di intervenire in modo credibile. Basta un veto per bloccare una missione di pace, ignorare un genocidio imminente, lasciare senza risposta una crisi umanitaria. Da decenni si parla di riforma, ma ogni proposta si scontra con gli interessi di coloro che detengono il potere di fermarla.
Cosa fare se il sistema multilaterale si inceppa
Non serve abbandonare l’ONU: significherebbe consegnare definitivamente il mondo alla legge del più forte. È invece necessario trasformarla. Una riforma efficace dovrebbe ampliare la rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza, includendo regioni ancora escluse dai processi decisionali globali, e limitare — o abolire — il veto almeno nelle questioni umanitarie. Parallelamente, il diritto internazionale deve essere rafforzato attraverso una Corte Penale Internazionale con giurisdizione universale, limitazioni reali al commercio di armi e strumenti rapidi di protezione delle popolazioni civili.
Le grandi sfide globali — terrorismo, crisi climatica, pandemie, proliferazione nucleare — rendono evidente che nessuno Stato può agire da solo. Serve un multilateralismo rinnovato, più coraggioso e più ambizioso.
In questo quadro, il ruolo della società civile diventa decisivo. Quando gli Stati tacciono, sono i movimenti per la pace, le reti transnazionali, gli attivisti, gli scienziati a tenere viva la domanda di giustizia. Molte conquiste internazionali — dal bando delle mine antipersona al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari — sono nate dalla pressione dal basso, non dalla volontà dei governi.
L’ONU è in crisi, ma resta indispensabile. Non esiste alternativa credibile a una governance globale condivisa. Se la pace dovrà avere un futuro, dipenderà dalla capacità collettiva di chiedere, pretendere, costruire un ordine internazionale che non sia più ostaggio dei rapporti di forza, ma dell’umanità che dice di voler proteggere.
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