La terapia centrata sulla persona

 Un innovativo approccio psicologico. La terapia centrata sulla persona 

di Laura Tussi



In un’epoca attraversata da incertezze, fragilità emotive e relazioni sempre più complesse, interrogarsi su come intendiamo la cura psicologica diventa essenziale. La terapia centrata sulla persona propone un cambio di prospettiva profondo: la persona che chiede aiuto non è un malato da aggiustare, ma un individuo che possiede risorse interne, capacità di crescita e potenzialità spesso inespresse, che il terapeuta non impone né dirige, ma aiuta a far emergere.

In questo contributo si utilizza l’espressione “persona in terapia”, per tenere insieme il binomio terminologico “cliente/paziente”. Il termine “cliente”, introdotto da Carl Rogers, non ha alcuna valenza commerciale: è una scelta teorica e politica, volta a sottolineare il ruolo attivo dell’individuo nel percorso di cambiamento. In alcuni contesti clinici, tuttavia, l’uso del termine “paziente” resta legittimo e talvolta opportuno, pur richiamando una tradizione medica che può implicare una maggiore passività nel rapporto con il curante. Parlare di “persona in terapia” consente di superare questa dicotomia, restituendo centralità all’essere umano nella sua interezza.

La terapia centrata sulla persona

La terapia centrata sulla persona nasce negli Stati Uniti tra gli anni Quaranta e Cinquanta grazie al lavoro di Carl Rogers, come evoluzione del counseling non direttivo. Pur dialogando con il pensiero psicoanalitico e con la psicologia della Gestalt, questo approccio si distingue per una visione profondamente umanistica della relazione terapeutica.

Non si tratta di una tecnica rigida né di un metodo standardizzato, ma di un modo di stare nella relazione. Il terapeuta non interpreta, non giudica e non dirige, ma crea un clima basato su accettazione incondizionata, empatia e autenticità, in cui la persona possa sentirsi vista, ascoltata e compresa.

La fiducia nelle capacità dell’individuo è il pilastro di questo approccio: si assume che ogni persona, se posta nelle condizioni relazionali adeguate, sia in grado di orientarsi, comprendere il proprio disagio e trovare modalità più costruttive per affrontare la vita.

Il ruolo del terapeuta e il cambiamento

Il terapeuta adotta il punto di vista della persona in terapia, cercando di comprendere il suo mondo interno senza sovrapporre schemi interpretativi esterni. La comprensione empatica non è fusione, ma vicinanza consapevole, che permette alla persona di riconoscere e accettare anche quegli aspetti di sé precedentemente negati.

La terapia diventa così un processo di apprendimento e trasformazione, in cui il focus si sposta progressivamente dai sintomi al sé, dagli altri al proprio vissuto, dall’ambiente alla responsabilità personale. Il cambiamento non è imposto dall’esterno, ma nasce dall’interno, attraverso una maggiore congruenza tra il sé reale e il sé ideale.

I risultati si manifestano in una riduzione dell’ansia, in una maggiore integrazione della personalità, in relazioni più autentiche e in un senso più stabile di fiducia in sé stessi. La persona diventa meno difensiva, più responsabile e più capace di affrontare la complessità della propria esperienza.

Oltre il transfert

Anche le dinamiche emotive che emergono nella relazione terapeutica, come il transfert, vengono accolte senza interpretazioni forzate. Non sono considerate ostacoli, ma occasioni di consapevolezza. La persona impara a riconoscere che certi vissuti appartengono alla propria storia e può integrarli in modo più maturo e realistico.

In questo senso, la terapia centrata sulla persona non mira a “curare” nel senso tradizionale del termine, ma a favorire un processo di crescita, in cui l’individuo ritrova in sé i criteri per comprendere, valutare e trasformare la propria esperienza.

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