Met gala

 

MET GALA A NEW YORK

 di Tiziano Tussi


Una sfilata degli orrori umani è stata mandata in onda lunedì 4 maggio a New York per raccogliere fondi per il Metropolitan museo di quella città. Una trasformazione delle sue sale per fare sfilare attori ed attrici, cantanti ed in generale il mondo dello spettacolo più seguito, per infilarsi nelle sale del museo bere e mangiare con dovizia, naturalmente spendendo montagne di soldi per finanziare il museo stesso. Che male c’è. 

Pare nessuno. Che bene c’è, altrettanto nessuno. Abiti scintillanti, corpi al vento, presenze ed assenze rumorose. Uomini vestiti da donna, donne più o meno vestite, esposizione di biancheria intima, penne di uccelli rari negli abiti, ma non era finita la moda dello spinnamento degli animali?  

Chi c’è sta in prima fila sui mezzi di informazione, social compresi, girati dall’organizzazione, i singoli non possono, chi non c’è si dimostra l’eccezione che colpisce. Insomma, un vortice che prende il bel mondo, bello non si fa per dire, in qualsiasi modo lo si voglia intendere. L’organizzatrice è il capo di Vogue che appare nei film, per l’interpretazione di attrici, che ci sono a sfilare, oppure no, a seconda. 

Ogni ingresso vale 75.000 dollari ed i tavoli cinque volte di più. Ma non importa qualcuno pure pagherà per il ritorno di immagine. Già perché l’accostamento lusso sfrenato e vite sbroccate va molto a braccetto con fondazioni, beneficenza, moda e “cultura”, naturalmente con le virgolette. Il riff di quest’anno è Fashion is Art. La moda, il lusso è arte. E via a sbizzarrirsi su questo binomio che è decisamente discutibile e difficile da provare. 

Se il fashion può essere bello da guardare, e capendo in che modo il soggetto abito è stato reso, anche artisticamente, interpretando un pezzo di società di qualsiasi tempo, il lusso in sé non è arte è spreco e sfruttamento di chi ci lavora. Così inizia anche l’incipit di Gomorra (Roberto Saviano, libro di 20 anni fa in prima edizione)

Ma a chi organizza in fondo non interessa nulla di quello che avviene nelle cantine della società, l’importante è esserci, oppure rifiutarsi, dicendolo però. Esserci significa grufolare con altri che sono come te, lussuosi e lussuriosi, forse, e che così facendo raccolgono interesse da parte del popolo che sbava per il lusso ma che non può permetterselo, ma che lo può vedere in televisione o usando un social. 

Questo crea fideismo da parte di masse di perdenti in assoluto e di sconfitti dalla vita a cui è rimasto solo un senso da usare, la vista. Guardare ma non toccare questo il binomio da utilizzare. Presidenti onorari di tanta opulenza Jeff Bezos e signora, dieci milioni spesi per l’investitura nel ruolo, che ha un giro di affari di 228 miliardi dollari, nello scorso anno. Cosa volete che siano 10 milioni di dollari. La mancia per il cameriere. Un reddito abnorme, il terzo uomo più ricco del mondo, che tratta i suoi lavoratori di Amazon come schiavi del tempo dalla consegna frenetica dei pacchi che vengono ordinati, in tutto il mondo.

 Un mondo governato da ticchi e ricchissimi figuri, uomo o donna non interessa, tanto per capirci, dove la differenza di genere non conta, dove la spocchia esibita non intralcia in nessun modo la loro vita, dove i guadagni che essi producono sono sempre più abnormi. Via con la sfilata che dimostra la pena di quel mondo che vive al disopra di quell’altro, quantitativamente rilevante ma che conta decisamente poco, pochissimo. 

Nessuna sfilata per questo, nessuna esposizione in pubblico, nessuna produzione di desiderio da parte di altri più poveri e anelanti, siamo già al fondo della piramide di classe. Dato che gli anelanti sono proprio loro. Gl ultimi. Va bene così, avanti con il fashion is art. Bisognerebbe dirlo a Van Gogh, Picasso. Kandisky ecc. ecc. Decisamente fuori moda.    

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