Dalla crisi dell'apprendistato alla Riforma degli istituti tecnici

 Sono trascorsi 3 anni, o quasi, da uno degli ultimi rapporti sull'apprendistato, analisi della crisi in cui versa questa tipologia contrattuale. 



 
Nel 2021 (l’anno di riferimento di uno degli ultimi monitoraggi), gii apprendisti  erano circa 544.366, in lieve ripresa ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente il covid. La crescita degli apprendisti avveniva in prevalenza nel Mezzogiorno diminuendo invece nella  regione che fu un tempo industriale ossia la Lombardia, al contempo si registra l'aumento dell'età media dei diretti interessati.
 
Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico nel cui il contratto di apprendistato, conveniente per le imprese, viene assai poco utilizzato perchè i datori spesso non cercano giovani da formare ma solo da sfruttare evitando la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato. Pur senza generalizzare la critica, è ormai acclarato che i processi formativi necessitano di tempo e di risorse, hanno un costo elevato, sono soggetti a regole da rispettare, preferibile allora affidarsi a interinali, partite iva e contratti a tempo determinato, non avere alcun obbligo in materia di formazione.
 
Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei suoi mali al reddito di cittadinanza, alla scarsa propensione dei giovani a impegnarsi al lavoro o adducendo altre motivazioni conditi da luoghi comuni insopportabili, uno tra tutti la inefficienza del sistema scolastico pubblico.  
 
La crisi dell'apprendistato  riguarda sia la tipologia professionalizzante, per la qualifica e il diploma professionale e di alta formazione e ricerca che poi riguarda il 87 o il 98 per cento di tutti i contratti in essere, manca insomma il ricorso all'apprendistato ad esempio nel settore del commercio e della ristorazione. Tralasciando l' apprendistato di alta formazione e ricerca che poi riguarda poche decine di casi, ci chiediamo per quale ragione nel settore della ristorazione si registri una crisi di vocazione, forse farsi un giro per i ristoranti aiuterebbe a comprenderlo trovano tanta manodopera al nero, con contratti irregolari e retribuzioni basse.
 
Sempre in teoria l'apprendistato potrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende  con  esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine, forse il problema è proprio rappresentato dalla trasformazione dell'apprendista in lavoro contrattualizzato e a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati il sistema formativo, le modalità di utilizzo dei fondi stanziati, l'assenza di un piano nazionale ma anche la scarsa propensione datoriale ai contratti a tempo indeterminato tanto che il tempo determinato è divenuto da tempo la tipologia contrattuale di riferimento oltre alle fattispecie del precariato dilatatesi nel tempo.
 
 E in questo scenario decisamente non suggestivo sta per arrivare la riforma degli istituti tecnici  pensata per orientare la formazione tecnica sempre più verso le esigenze del sistema produttivo, lasciando meno spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di attraversare i cambiamenti del lavoro senza subirli.
 
La contrazione delle ore di insegnamento tanto per le materie scientifiche quanto per quelle letterarie, la riduzione della durata del ciclo di studio da 5 a 4 anni sono un autentico colpo inferto alla scuola tecnica per piegarla ad esigenze per altro pensate anni or sono solo per i percorsi professionali.
 
Lo stravolgimento dei tecnici risponde alle richieste padronali e interviene su indirizzi, articolazioni, quadri orari e pregiudica a nostro avviso gli stessi risultati di apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è quella di un sistema produttivo cambiato nel tempo con una scuola troppo lontana, quello che vediamo invece è la spasmodica ricerca di ridurre ai minimi termini ruoli e funzioni delle scuole e dei processi di istruzione. E' il trionfo delle competenze sulle conoscenze, un intervento che poi serve anche a guadagnare alle imprese quella forza lavoro per la formazione della quale non hanno mosso un dito ottenendo un risultato aggiuntivo: lo stravolgimento del sistema educativo giudicato troppo lungo e alla fine inutile
 
Inutili e intollerabili risultano invece le retoriche padronali e le motivazioni addotte che poi sono autentiche scuse per sfuggire da una realtà scomoda nella quale le scuole debbono intanto essere normalizzate e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui andremmo fuori tema, limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più, la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le stesse imprese se volessero investire in formazione e non stravolgere il sistema educativo pubblico piegando la formazione tecnica a percorsi di mero addestramento professionale.
 
Ma la colpa è sempre del pubblico, mai che il privato si assuma le sue responsabilità 

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