Genova 2001, 25 anni dopo. La memoria, la democrazia e il ruolo dei movimenti nel mondo globale
A venticinque anni dal G8 di Genova, Vittorio Agnoletto - allora
portavoce del Genoa Social Forum, la vasta rete di associazioni, sindacati, ONG
e movimenti che coordinò le mobilitazioni in occasione del vertice dei grandi
della Terra - ripercorre il significato profondo di quell’esperienza e ne
analizza l’eredità politica, sociale e culturale. Il Genoa Social Forum
rappresentò un punto di convergenza senza precedenti per il movimento
altermondialista, dando voce a istanze diverse ma unite dalla critica al
modello neoliberista e dalla richiesta di maggiore giustizia globale.
Nell’intervista a Laura Tussi, Agnoletto riflette
non solo su ciò che accadde in quei giorni del 2001, ma anche su ciò che quel
movimento aveva saputo intuire in anticipo: i rischi della finanziarizzazione
dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze, il ruolo delle istituzioni
internazionali e la crisi della democrazia rappresentativa. Allo stesso tempo,
offre una lettura del presente, segnato dall’emergere di nuovi equilibri di
potere, dall’intreccio tra politica, economia e tecnologie digitali e da una progressiva
riduzione degli spazi democratici.
Tra memoria e attualità, il racconto restituisce
il valore di Genova come momento spartiacque, ancora oggi fondamentale per
comprendere le trasformazioni del mondo globale e le sfide che i movimenti
sociali si trovano ad affrontare nel tentativo di difendere diritti,
partecipazione e futuro.
A 25 anni di distanza, quale pensi sia l’eredità principale del G8 di
Genova per la democrazia italiana ed europea?
Il senso, a 25 anni di distanza, di quel movimento è l’importanza della
difesa di uno spazio pubblico che deve essere inscindibilmente legato al
protagonismo delle persone. Genova era inserita dentro un movimento più ampio:
una delle tappe del percorso altermondialista iniziato con le contestazioni di
Seattle nel 1999 e proseguito con il primo Forum Sociale Mondiale di Porto
Alegre. In quel movimento vi era la consapevolezza che il mondo fosse uno solo
e che realtà, soggetti sociali e movimenti anche molto diversi dovessero
lavorare insieme per impedire che continuasse a prevalere un modello di
sviluppo neoliberista che, secondo noi, avrebbe portato alla catastrofe.
Quali erano le analisi e le proposte di quel movimento?
Da un lato contestavamo la finanziarizzazione dell’economia, rivendicando
la priorità dell’economia reale e il protagonismo dei movimenti e dei
lavoratori; dall’altro proponevamo forme di democrazia partecipata, come il
bilancio partecipativo negli enti locali. Avevamo ragione: siamo stati capaci
di comprendere i rischi verso cui la globalizzazione neoliberista ci stava
trascinando. Le nostre analisi erano estremamente precise e accompagnate da
proposte alternative. Contestavamo un mondo fondato sulla legge del più forte,
criticavamo la produzione e il mercato delle armi e il ruolo di istituzioni
come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione
Mondiale del Commercio, strumenti del capitale internazionale. Il G8
rappresentava la cabina di regia dei governi più influenti del mondo
occidentale.
Quali limiti ha avuto quel movimento?
Non ritengo che abbiamo avuto significativi limiti nell’analisi, ma nella
capacità di comunicazione. Non siamo riusciti a spiegare in modo efficace,
soprattutto alle classi subalterne, ciò che stava accadendo. Non siamo riusciti
a trasformare le nostre analisi in conoscenze capaci di incidere sulla vita
quotidiana delle fasce più deboli. Cercavamo di spiegare a piccoli
imprenditori, lavoratori e agricoltori che il vero avversario era il capitale
globale e le grandi multinazionali, ma questo messaggio è stato sconfitto da
narrazioni più semplici, come quella leghista, che individuava nei migranti il
nemico. Così i più deboli si sono trovati a combattere contro altri soggetti
deboli, mentre i meccanismi della globalizzazione - come delocalizzazione e
libero commercio - producevano effetti devastanti.
In cosa è cambiato oggi il comportamento delle élite globali rispetto ad
allora?
All’epoca le élite negavano l’esistenza dei rischi per l’umanità che noi
segnalavamo con forza, ma, almeno formalmente, difendevano l’architettura
internazionale nata dopo la Seconda guerra mondiale: ONU, diritti
internazionali, trattati contro le armi nucleari. Oggi, invece, queste
strutture vengono apertamente messe in discussione. Non esiste più nemmeno una
difesa formale delle regole: si afferma esplicitamente che deve governare il
più forte. Lo vediamo negli Stati Uniti con Trump, ma anche in Europa e in
Italia, dove viene messa in discussione la separazione dei poteri: il potere
legislativo si indebolisce, quello giudiziario viene attaccato e il sistema
mediatico, messo sotto pressione, tende ad adattarsi al potere politico.
Quali nuove dinamiche di potere stanno emergendo nel mondo contemporaneo?
Oggi emerge con forza l’intreccio tra potere politico, economico e Big
Tech. Le grandi aziende tecnologiche, legate anche allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale, forniscono servizi ai governi - anche militari -
e allo stesso tempo, esercitano un controllo
sempre più forte, basato su tecnologie invasive e sulla gestione dei dati. Si
afferma una nuova élite tecnocratica che rivendica il diritto di governare in
base al merito e alla superiorità tecnologica ed economica. Questo porta a una
progressiva riduzione dello spazio democratico, attraverso un pesante controllo
sociale, esercitato, in Italia, attraverso i vari decreti sicurezza e una gestione
della comunicazione totalmente subalterna al pensiero dominante.
Qual è oggi il ruolo dei movimenti sociali e quali sono le sfide future?
In questo contesto, i movimenti sociali rappresentano l’unica alternativa
possibile. Difendono lo spazio pubblico come luogo di incontro, organizzazione
e conflitto culturale e politico. Oggi non si tratta più solo di spostare
l’asse politico, ma di obiettivi più radicali: la sopravvivenza del pianeta e il
futuro dell’umanità. Siamo dentro una deriva
autoritaria in cui il potere politico, economico e tecnologico si intrecciano
cancellando gli spazi democratici mettendo in discussione perfino la
possibilità di fare politica che, ricordiamolo, altro non è che il
diritto/dovere di occuparsi della res publica.
I movimenti devono agire sia a livello locale sia globale: le vertenze
territoriali devono collegarsi a reti transnazionali, perché le sfide - dal
clima alla distribuzione della ricchezza, dalla finanziarizzazione ai paradisi
fiscali - sono globali. Allo stesso tempo devono confrontarsi con la rete: da
un lato influenzare gli strumenti dominanti, dall’altro costruire spazi
digitali alternativi.
Come aveva previsto Naomi Klein, ogni crisi - dalla pandemia alle guerre -
diventa un’opportunità di profitto per le élite. Le tragedie collettive
producono arricchimento per pochi, attraverso industria farmaceutica, bellica e
processi di ricostruzione speculativa. Questa è una contraddizione centrale del
nostro tempo: ciò che è tragedia per la maggioranza diventa opportunità per chi
detiene il potere. Il cambiamento può venire solo dai movimenti e dalla società
civile.
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