Il Pil del Paese Space X

 

Il Pil del Paese Space X

Di Luigi Pandolfi



Oggi debutta in borsa la società di Musk: ordini febbrili per azioni vendute a 136 dollari l’una. La valutazione sfiora i 1.800 miliardi, nuovo record assoluto. Ma è un canto delle sirene?

Il giorno del debutto è arrivato. Oggi SpaceX entra al Nasdaq dopo due giorni di raccolta ordini febbrili: 555,6 milioni di azioni a 135 dollari l’una, per un incasso di circa 75 miliardi e una valutazione che sfiora i 1.800 miliardi. Se verrà esercitata anche l’opzione riservata alle banche, l’operazione potrebbe superare gli 86 miliardi, spingendo la capitalizzazione verso la soglia mitologica dei 2.000 miliardi.

È un record che riscrive la storia delle Ipo: supera Saudi Aramco (29,4 miliardi nel 2019), Alibaba (22 miliardi nel 2014), supera tutto ciò che finora pareva insuperabile. Così, una sola azienda arriva a valere più del Pil della Spagna e quasi quanto quello del Canada.

Nei giorni che hanno preceduto la quotazione, il clima è stato quello delle corse all’oro. Entusiasmo, adrenalina, fiducia. Gli ordini istituzionali hanno superato di quattro volte l’offerta, costringendo alla chiusura anticipata del book. Secondo il Financial Times, la domanda avrebbe toccato i 150 miliardi, il doppio dell’obiettivo iniziale. E poi i fondi sovrani del Golfo, che si sono mossi come attori di una partita finanziaria e geopolitica, mentre sulle basi Usa dispiegate sul loro territorio cadevano i missili degli ayatollah in risposta a quelli di Trump su Hormuz. Bombe e finanza: un binomio sempre più centrale.

In coda anche una folla di piccoli risparmiatori, come all’apertura di un nuovo supermercato o nel giorno dell’uscita di uno smartphone: 70 miliardi di ordini, molti dei quali resteranno inevasi. SpaceX ha riservato loro il 30% del collocamento, scelta che ricorda la strategia di Musk con Tesla: entusiasmo popolare, partecipazione, ma nessun cedimento sul controllo. Con l’84,4% dei diritti di voto, Musk resta il dominus assoluto. Intorno all’Ipo è nato persino un mercato parallelo: certificati e derivati agganciati ai titoli SpaceX, che gonfiano ulteriormente l’operazione. E mentre questi strumenti si moltiplicano, su Polymarket è partita la corsa alle scommesse. La prima giornata si chiuderà sotto o sopra i 2000 miliardi? Il 64% degli scommettitori ha puntato sulla seconda ipotesi. Un’Ipo che diventa, in tempo reale, anche un evento speculativo.

Ma ogni mito ha la sua ombra. Negli ultimi anni enormi quantità di capitale si sono riversate su tecnologia, spazio e intelligenza artificiale, lasciando indietro interi settori. Un movimento che ricorda la febbre ferroviaria dell’Ottocento: investimenti smisurati, squilibri e un conto finale che il mercato, prima o poi, presenta.

Per Musk si è mossa una macchina finanziaria senza precedenti. I giganti di Wall Street – Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup, JPMorgan – hanno guidato sapientemente l’operazione, mostrando come le nuove frontiere della finanza non possano fare a meno di quella tradizionale, che negli Usa ancora detta legge.

Il nodo resta però lo stesso: aspettative contro fondamentali. SpaceX arriva in Borsa come una delle aziende più visionarie del pianeta, ma i numeri raccontano altro. Nel 2025 ha registrato 18,7 miliardi di ricavi e 4,9 miliardi di perdita netta. La valutazione di 1.800 miliardi implica un multiplo vertiginoso: 94 volte i ricavi annuali. Il mercato non compra ciò che SpaceX è oggi, ma ciò che promette di diventare. È la stessa logica che ha gonfiato la corsa dell’intelligenza artificiale. Le società legate all’Ia valgono insieme circa 23 mila miliardi. OpenAI, Anthropic e xAI, se quotate ai valori attesi, potrebbero aggiungerne altri 4-10 mila miliardi. Numeri vicini all’intero Pil degli Stati uniti.

In questo scenario la quotazione di SpaceX diventa un test per il nuovo ciclo finanziario dell’Ai, un circuito autoreferenziale in cui i protagonisti investono l’uno nell’altro, alimentando una spirale di aspettative. Come osserva Alessandro Volpi dell’Università di Pisa sentito dal manifesto, queste Ipo sono «inevitabili» perché gli investitori – Musk compreso – «hanno bisogno di un ritorno dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli nei listini, così da inserirli negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf». Ma devono farlo «in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa» e in un mercato azionario già sopravvalutato. Il rischio, avverte Volpi, è che le Ipo arrivino «a prezzi più bassi del previsto, accelerando lo sgonfiamento della bolla».

Eppure il fascino di SpaceX rimane intatto. Colonie marziane, centri dati orbitali, sistemi di lancio lunari elettromagnetici. Per i nati tra i Sessanta e i Settanta, l’inveramento delle fantasie di Goldrake.

Ma soprattutto, il canto delle sirene della nuova economia tecnologica: una storia potente, che incorpora il mito del futuro e attira capitali come un magnete. Una storia che sostiene un’economia americana sempre più fondata su bolle e scommesse. I media mainstream amplificano questo mito. Ieri Axios scriveva che Musk è «sull’orlo dell’immortalità finanziaria». Ma, come sempre, saranno i numeri – utili, flussi di cassa, risultati – a decidere se questa storia è l’inizio di una nuova era o l’ennesimo capitolo di una grande illusione.

 

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