L’inadeguatezza della classe dirigente italiana ed europea ci sta portando al disastro

 L’inadeguatezza della classe dirigente italiana ed europea ci sta portando al disastro

 di Laura Tussi



Esiste un punto di rottura sottile, quasi impercettibile all’inizio, in cui una civiltà smette di evolversi e comincia a smantellare se stessa. Non serve un’invasione o un cataclisma per mettere in ginocchio un popolo: è sufficiente invertire la scala dei suoi valori profondi. Quando il merito viene confuso con l’opinione, la competenza con l’ideologia, la conoscenza con il rumore, la società continua a muoversi, a produrre, a consumare, ma perde progressivamente la propria direzione.

Questa diagnosi, che potrebbe sembrare astratta o quasi filosofica, trova invece un riscontro concreto nelle dinamiche della politica italiana ed europea contemporanea, soprattutto in tre ambiti decisivi: le politiche sociali, il rapporto con l’ambiente e la crescente ristrutturazione geopolitica che sta conducendo a una nuova corsa al riarmo.

Il logoramento delle politiche sociali

Il primo segnale di questo scivolamento riguarda il sistema sociale. La scuola, la sanità, la ricerca — cioè i tre pilastri che dovrebbero garantire coesione e futuro — vengono progressivamente svuotate di centralità politica e simbolica. L’insegnante, figura cardine della trasmissione del sapere, si ritrova spesso ridotto a soggetto burocratico; il medico a bersaglio di frustrazioni collettive; lo scienziato a voce tra le altre, equiparata all’opinione più urlata sui social.

Quando una società non riconosce più autorevolezza alla competenza, non sta semplicemente cambiando linguaggio: sta alterando la propria capacità di leggere la realtà. La sanità diventa così terreno di conflitto anziché di fiducia; la scuola si trasforma in campo di delegittimazione continua; la ricerca perde autorevolezza pubblica. È in questo vuoto che cresce l’incompetenza sistemica, spesso mascherata da autenticità o ribellione contro presunte élite.

Il risultato è una progressiva erosione del patto sociale. Non è un caso che molte politiche europee contemporanee si concentrino più sulla gestione dell’emergenza che sulla costruzione di sistemi resilienti. La precarizzazione del lavoro, la frammentazione dei servizi e la logica dei tagli selettivi non sono solo scelte tecniche: sono il sintomo di una società che ha smesso di investire su se stessa.

Ambiente: tra dichiarazioni e disallineamento reale

Il secondo ambito è quello ambientale, dove il divario tra narrazione politica e pratiche effettive è sempre più evidente. L’Europa si presenta come avanguardia della transizione ecologica, ma spesso le politiche concrete oscillano tra compromessi industriali, ritardi strutturali e nuove dipendenze energetiche.

Anche qui emerge la stessa dinamica culturale: la sostituzione della competenza con la comunicazione, della strategia con lo slogan. L’ambiente diventa un terreno di consenso più che di trasformazione reale. Si annunciano obiettivi ambiziosi mentre si rimandano le scelte strutturali; si moltiplicano i piani mentre si indeboliscono gli strumenti.

In questo quadro, la crisi climatica non è soltanto un problema tecnico, ma un test politico e culturale. Una società che non rispetta la scienza finisce per trattare anche l’evidenza ecologica come opinione negoziabile. E quando la realtà diventa opinabile, la risposta alle crisi si trasforma in gestione permanente dell’emergenza.

Le alleanze e la corsa al riarmo

Il terzo livello è forse il più inquietante: la ridefinizione degli equilibri geopolitici e la conseguente accelerazione della spesa militare. In Europa si sta consolidando un linguaggio sempre più centrato sulla sicurezza intesa in senso militare, mentre si indebolisce la riflessione sulle cause strutturali dei conflitti.

La corsa al riarmo non nasce nel vuoto: è il prodotto di un sistema internazionale instabile, ma anche di una politica che tende a privilegiare risposte immediate rispetto a strategie di lungo periodo. L’alleanza tra sicurezza e industria bellica diventa così un asse sempre più pervasivo, mentre le politiche sociali e ambientali rischiano di essere marginalizzate.

Qui si manifesta una contraddizione profonda: si investe nella capacità di difesa mentre si indebolisce la coesione interna. Ma una società fragile sul piano sociale e culturale non diventa più sicura aumentando soltanto il proprio arsenale; diventa semplicemente più esposta alle proprie contraddizioni.

Il sintomo culturale: la perdita delle autorità del sapere

In questo scenario si inserisce anche un fenomeno apparentemente distante, ma in realtà rivelatore: la progressiva erosione dell’autorità delle istituzioni del sapere e della trasmissione simbolica.

Un recente intervento del Dicastero per il Culto Divino, ad esempio, ha ribadito che l’omelia resta riservata ai ministri ordinati, sottolineando che non si tratta di una norma puramente disciplinare ma di una questione legata alla natura stessa della liturgia. Al di là del contesto ecclesiale specifico, ciò che emerge è un tema più generale: la tensione contemporanea tra competenza strutturata e democratizzazione indiscriminata dei ruoli.

In una società che tende a rendere tutto intercambiabile — ruoli, competenze, linguaggi — si perde spesso il senso delle differenze qualitative tra formazione, esperienza e improvvisazione. Non è una questione corporativa, ma culturale: ogni sistema complesso si regge sulla distinzione tra funzioni, e quando queste distinzioni vengono indebolite senza criterio, l’intero sistema perde coerenza.

Una civiltà senza direzione

Il filo che unisce politiche sociali, ambiente e geopolitica non è tecnico, ma culturale. È la progressiva difficoltà di una civiltà a riconoscere ciò che la tiene insieme: la competenza, il limite, la responsabilità, la trasmissione del sapere.

Una civiltà che sceglie di dare valore all’ignoranza in nome dell’autenticità, che riduce la scienza a opinione, che trasforma la scuola e la sanità in campi di delegittimazione permanente, non crolla improvvisamente. Continua a funzionare, ma senza direzione.

È qui che il rischio diventa strutturale: non la catastrofe improvvisa, ma la lenta perdita di orientamento. E in questo vuoto, anche le scelte politiche più decisive — dal welfare alla transizione ecologica, fino alla sicurezza internazionale — tendono a diventare frammenti scollegati di una strategia che non riesce più a pensare il futuro come progetto comune.

Difendere le istituzioni del sapere, ricostruire fiducia nelle competenze, ristabilire priorità tra emergenza e visione, non è nostalgia. È una forma elementare di sopravvivenza culturale. Perché una società può permettersi molte crisi, ma non quella di non riconoscere più ciò che la rende capace di affrontarle

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