Il filo rosso della libertà: il protagonismo delle donne dalla Resistenza alla Costituzione e l’odierno tradimento di alcune leader atlantiste

 Il filo rosso della libertà: il protagonismo delle donne dalla Resistenza alla Costituzione e l’odierno tradimento di alcune leader atlantiste  

di Laura Tussi



Mentre in Europa e nel mondo si moltiplicano i conflitti e cresce la corsa al riarmo, sono ancora una volta soprattutto le donne a levare la voce contro la guerra, come accadde nei momenti più drammatici del Novecento. Dalle madri che si oppongono all’invio dei figli al fronte alle attiviste dei movimenti pacifisti, dalle protagoniste delle mobilitazioni per il disarmo alle donne impegnate nella solidarietà internazionale, emerge una tradizione femminile profondamente legata alla difesa della vita, della pace e della convivenza tra i popoli. Una tradizione che conosce certamente eccezioni significative ai vertici delle istituzioni occidentali, dove figure come Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni, Kaja Kallas e Roberta Metsola sostengono politiche di riarmo e incremento delle spese militari.

Ma la storia insegna che il contributo più autentico delle donne alla costruzione della democrazia e della libertà si è espresso soprattutto nella resistenza alla violenza, all’oppressione e alla guerra. Un’eredità che affonda le sue radici nella lotta di Liberazione e nella nascita della Costituzione repubblicana.

Il ruolo indispensabile delle donne nella Resistenza 

Il passaggio dalla Resistenza alla nascita della Costituzione rappresenta il momento di rottura più profondo e fecondo nella storia dell’emancipazione femminile in Italia. Per le donne italiane, la lotta di Liberazione dal nazifascismo non fu semplicemente un atto di generoso sostegno a una causa comune, ma il primo vero momento di scelta politica autonoma e di massa. Attraverso l’impegno clandestino, il rischio quotidiano e la successiva battaglia nelle aule istituzionali, le donne scardinarono i dogmi del regime precedente, transitando da una condizione di subordinazione giuridica e sociale allo status di cittadine a pieno titolo.

Il fascismo  che iniziava le donne

Sotto il ventennio fascista, l’identità femminile era stata rigidamente compressa e ridotta alla dimensione domestica. La retorica del regime esaltava la donna esclusivamente come «sposa e madre esemplare», strumento della politica demografica dello Stato, priva di diritti politici e fortemente limitata nell’accesso al lavoro e all’istruzione. L’8 settembre 1943 spezzò questo schema. Il crollo delle istituzioni e l’occupazione tedesca imposero una scelta: subire o resistere. In quel vuoto di potere, migliaia di donne scelsero la disobbedienza civile e l’impegno diretto nella lotta di Liberazione.

Per molti anni la storiografia ha relegato questo protagonismo alla figura rassicurante della «staffetta», quasi fosse un ruolo ausiliario. In realtà, la partecipazione femminile fu strutturale, multiforme e indispensabile alla sopravvivenza stessa del movimento partigiano. Le staffette rappresentavano il sistema nervoso della Resistenza: muovendosi a piedi o in bicicletta, trasportavano armi, documenti, messaggi cifrati, medicinali e stampa clandestina, affrontando controlli, arresti, torture e spesso la morte con la stessa consapevolezza politica dei combattenti.

Accanto a loro operarono i Gruppi di Difesa della Donna, una delle più straordinarie esperienze di organizzazione popolare del Novecento italiano. Essi promossero scioperi nelle fabbriche, raccolte di viveri, reti di assistenza ai perseguitati politici, ai deportati e agli ebrei, contribuendo a costruire quel tessuto di solidarietà che rese possibile la Resistenza di massa. Non mancarono inoltre le donne che presero parte direttamente alla lotta armata, assumendo incarichi di comando e combattendo nelle brigate partigiane.

Questa mobilitazione rese impossibile, a guerra conclusa, negare il riconoscimento della piena cittadinanza politica femminile. Il decreto legislativo del 1945 che introdusse il suffragio universale non rappresentò una concessione dall’alto, ma il riconoscimento di un diritto conquistato attraverso il sacrificio e l’impegno nella lotta di Liberazione. Le elezioni del 2 giugno 1946 registrarono una partecipazione femminile straordinaria, segno della volontà delle donne di essere protagoniste della ricostruzione democratica del Paese.

Le donne alla Costituente 

Il culmine di questo percorso si realizzò nell’Assemblea Costituente. Tra i 556 deputati eletti, soltanto ventuno erano donne. Eppure quelle ventuno Madri Costituenti, provenienti da culture politiche differenti — comunista, socialista, cattolica e laica — seppero trovare una convergenza quando si trattò di ridefinire il ruolo della donna nella nuova Repubblica. Figure come Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici e Angela Gotelli diedero un contributo decisivo alla costruzione di una Carta costituzionale fondata sull’uguaglianza.

Grazie alla loro determinazione, l’articolo 3 sancì il principio di uguaglianza senza distinzione di sesso; l’articolo 29 affermò l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, superando la tradizionale subordinazione della donna all’interno della famiglia; l’articolo 37 pose le basi della parità nel lavoro e della tutela della maternità; l’articolo 51 aprì alle donne l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, rendendo possibile la loro presenza nelle istituzioni e nei vertici dello Stato.

Il legame tra Resistenza e Costituzione è dunque un filo rosso tessuto in larga misura dalle donne. Esse non contribuirono soltanto a liberare il Paese dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista, ma aiutarono a ridefinire il significato stesso della democrazia, introducendo nella vita pubblica i principi dell’uguaglianza sostanziale, della dignità sociale e della partecipazione. La Costituzione repubblicana porta impressa questa eredità e continua a rappresentare un programma di trasformazione civile ancora incompiuto.

Un patrimonio tradito

Oggi, in un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento ordinario della politica internazionale e dalla crescente militarizzazione delle società occidentali, la memoria delle donne della Resistenza e delle Madri Costituenti assume un significato ancora più attuale. Il loro insegnamento richiama la necessità di difendere la pace, i diritti sociali e la democrazia come beni indivisibili. È questo il filo rosso della libertà che attraversa le generazioni: la consapevolezza che la vera sicurezza non nasce dalle armi, ma dalla giustizia, dalla partecipazione e dalla solidarietà tra i popoli.

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