La teoria della deterrenza ha anestetizzato le nostre coscienze

 La teoria della deterrenza ha anestetizzato le nostre coscienze. Sopportiamo qualunque immagine dell’orrore sanguinario come accaduto a Gaza 

di Laura Tussi



L’architettura delle relazioni internazionali contemporanee poggia su un paradosso ontologico: la ricerca della pace attraverso la perpetua preparazione alla guerra. La dottrina della deterrenza, erede del classico adagio si vis pacem, para bellum, ha progressivamente anestetizzato la coscienza collettiva, normalizzando l’idea che la sicurezza sia un bene scambiabile con la proliferazione degli armamenti. Tuttavia, un’analisi fenomenologica della violenza strutturale rivela l’intrinseca falsità di questo postulato. Non si tratta semplicemente di riconoscere la guerra come un fallimento della diplomazia, ma di comprendere che l’apparato militare in sé costituisce una negazione aprioristica dei diritti fondamentali, della libertà e della solidarietà.

In questo scenario, la nonviolenza e il disarmo non si configurano come aspirazioni ingenue o idealismi disincarnati, bensì come le uniche categorie logiche e pragmatiche capaci di garantire la sopravvivenza dell’umanità e la salvaguardia dell’ecosistema globale.

Il legame tra militarizzazione e violazione dei diritti umani è diretto e inscindibile. Ogni sistema che fonda la propria sovranità sulla forza delle armi deve necessariamente strutturarsi attorno a logiche di gerarchia, obbedienza cieca e segretezza, elementi antitetici ai principi democratici di trasparenza e partecipazione.

Quando lo Stato privilegia l’investimento bellico, si verifica un drenaggio sistematico di risorse economiche e intellettuali a discapito dello stato sociale: la sanità, l’istruzione e la tutela ambientale vengono sacrificate sull’altare della sicurezza nazionale.

Ma la violenza più profonda della militarizzazione risiede nella sua capacità di colonizzare l’immaginario collettivo, riducendo l’Altro a potenziale minaccia e legittimando la disumanizzazione del nemico. Le stragi, dunque, non sono incidenti di percorso o “danni collaterali” di conflitti altrimenti razionali; sono la logica e inevitabile conseguenza di una struttura che ha interiorizzato l’uso della forza come mezzo legittimo di risoluzione delle controversie. Senza una radicale opera di disarmo, ogni retorica sui diritti umani rimane un esercizio di ipocrisia giuridica, poiché si tenta di tutelare la vita mantenendo intatti gli strumenti predisposti alla sua distruzione.

Di conseguenza, la libertà e la solidarietà non possono fiorire in un terreno intossicato dalla paura e dalla coercizione.

La vera libertà non è la mera assenza di catene fisiche, ma la possibilità di coesistere senza il ricatto della violenza latente o manifesta. La militarizzazione della società impone un modello di pensiero binario – amico contro nemico, vincitore contro vinto – che frammenta il tessuto sociale e inibisce la nascita di un’autentica solidarietà transnazionale.

Il disarmo, in questa prospettiva, non è un atto di debolezza o di resa, ma un atto di supremo coraggio politico e antropologico. Significa spezzare unilateralmente la catena della diffidenza reciproca, de-escalare la tensione e liberare lo spazio pubblico e privato dalle ombre della minaccia bellica.

Smilitarizzare significa, in ultima analisi, riconquistare la sovranità sul proprio futuro, sottraendolo alle dinamiche incontrollabili dei complessi militari-industriali-energetici che traggono profitto dall’instabilità permanente.

A fronte del fallimento storico delle politiche di potenza, la nonviolenza si impone non come opzione morale facoltativa, ma come necessità scientifica ed evolutiva per il genere umano. Troppo spesso confusa con la passività o la rassegnazione, la nonviolenza – nell’accezione radicale teorizzata da figure come Mohandas Gandhi e Aldo Capitini – è una forza attiva, un’azione politica concertata che rifiuta di utilizzare i medesimi metodi dell’oppressore per non diventarne lo specchio.

Essa si fonda sul principio della corrispondenza tra mezzi e fini: non si può edificare una società giusta e pacifica utilizzando gli strumenti della distruzione e del terrore. La nonviolenza è l’epistemologia della liberazione, poiché agisce sulle cause profonde del conflitto, cercando la trasformazione della relazione e la sottomissione del potere alla giustizia, anziché l’annientamento dell’avversario.

Infine, nell’era dell’Antropocene, la riflessione sulla nonviolenza deve necessariamente estendersi oltre i confini della specie umana per abbracciare l’intero mondo vivente. La guerra contemporanea è intrinsecamente ecocida. L’inquinamento bellico, la devastazione degli habitat, il consumo ipertrofico di risorse fossili da parte dei complessi militari e lo spettro dell’inverno nucleare rappresentano le minacce più immediate e irreversibili alla biosfera.

La logica del dominio e della sottomissione, che giustifica lo sterminio del nemico umano, è la medesima che legittima lo sfruttamento illimitato e distruttivo della natura. La transizione verso una civiltà nonviolenta implica dunque una conversione ecologica profonda, il passaggio da un’antropologia della conquista a un’etica della cura e della coabitazione pacifica con il pianeta. La salvezza dell’umanità e la salvaguardia della Terra sono due facce della stessa medaglia: solo deponendo le armi, metaforiche e reali, l’essere umano potrà smettere di essere un parassita distruttivo e riscoprirsi custode responsabile della vita.

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