DRONI, RIARMO E RICONVERSIONE INDUSTRIALE: LA MOTOR VALLEY AL SERVIZIO DELL’ECONOMIA DI GUERRA

 DRONI, RIARMO E RICONVERSIONE INDUSTRIALE: LA MOTOR VALLEY AL SERVIZIO DELL’ECONOMIA DI GUERRA

Nota della CUB di Bologna e di Pisa




Continua ad avanzare anche in Italia il processo di riconversione industriale a fini militari.


Il 4 giugno scorso è stata annunciata la nascita di MGI Italia, joint venture tra la britannica MGI Engineering Ltd, attiva nei settori aerospaziale, della difesa e dell’automotive, e la società italiana Vigilar Group Spa. 


La nuova azienda avrà sede a Modena e si occuperà della produzione di droni militari.

La scelta della Motor Valley non è casuale. Al contrario, conferma una tendenza che da tempo denunciamo: la crisi dell’automotive viene sempre più spesso utilizzata come occasione per accelerare la riconversione di quote crescenti dell’apparato produttivo verso le produzioni militari. Le affinità tecnologiche e produttive tra industria automobilistica e industria della difesa rendono infatti particolarmente semplice il passaggio dalla produzione civile a quella bellica, soprattutto in un settore come quello dei droni.


Secondo quanto dichiarato dai vertici aziendali, la produzione prevista raggiungerà circa 200 droni al mese, per un valore unitario di circa 500.000 euro. Ma il dato più significativo è un altro: MGI Italia punta apertamente a costruire una filiera locale coinvolgendo le imprese già presenti nel distretto modenese. Dietro il linguaggio rassicurante dell’“indotto” e delle “opportunità per il territorio” si profila in realtà l’integrazione di una parte della filiera automotive emiliana all’interno della produzione militare.


Non siamo di fronte a un caso isolato. Dalla Germania agli Stati Uniti, passando per l’Italia, assistiamo a un processo sempre più evidente di conversione delle capacità produttive civili verso le esigenze del riarmo. 

Grandi gruppi industriali e automobilistici vengono spinti a cercare nella produzione militare una risposta alla crisi del settore. Anche il Governo italiano si è mosso in questa direzione, introducendo misure che favoriscono la riconversione industriale verso le produzioni belliche e allineandosi alle strategie dell’Unione Europea e della NATO.


Mentre si parla di transizione ecologica, innovazione e sostenibilità, si finanzia la costruzione di una vera e propria economia di guerra. Un’economia che assorbe risorse pubbliche enormi e che subordina ricerca, investimenti e politiche industriali alle esigenze della competizione militare internazionale.

Non è un caso che i vertici di MGI abbiano già indicato tra i possibili sbocchi produttivi il sostegno militare all’Ucraina. 


La guerra non è soltanto il contesto nel quale queste imprese prosperano: è sempre più il motore che orienta le scelte industriali e gli investimenti pubblici.


Su questi temi la CUB ha promosso il 28 marzo scorso a Milano il convegno nazionale “Caos globale ed economia di guerra”, un momento di approfondimento dedicato alle trasformazioni dell’economia mondiale, alla crisi del modello di sviluppo europeo e alle conseguenze del riarmo su lavoro, salari e welfare. Tra i relatori era presente il professor Pier Giorgio Ardeni dell’Università di Bologna, che ha sviluppato una riflessione particolarmente significativa sul rapporto tra economia di guerra e crisi del capitalismo contemporaneo.


Attraverso un’analisi dei dati relativi alla produzione, all’occupazione, alla produttività e alla formazione del valore nei diversi settori economici, Ardeni ha evidenziato i limiti strutturali dell’idea secondo cui il riarmo potrebbe rappresentare una nuova stagione di sviluppo. 


Nel corso del dibattito ha sintetizzato efficacemente il concetto con una battuta destinata a rimanere impressa: mentre milioni di persone possono acquistare beni di consumo, automobili o servizi, non tutti possono comprarsi un carro armato.

Dietro quella battuta vi è però una questione economica molto seria. La produzione militare può certamente garantire profitti elevati ad alcune imprese e alimentare nuovi flussi di spesa pubblica, ma non è in grado di generare una domanda di massa comparabile a quella dei principali comparti della produzione civile. Ancora meno è in grado di produrre gli effetti occupazionali e sociali che derivano dagli investimenti nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti pubblici, nella ricerca o nella riconversione ecologica dell’economia.


Per questa ragione il riarmo non rappresenta una via d’uscita dalla crisi del capitalismo europeo. Può garantire rendite e profitti a specifici gruppi industriali, può sostenere temporaneamente alcuni comparti produttivi, ma non può costituire una prospettiva di sviluppo generale. I costi vengono infatti scaricati sulla collettività attraverso l’aumento della spesa militare, il definanziamento del welfare, il peggioramento delle condizioni di lavoro e la compressione dei salari.


La nascita di MGI Italia rappresenta dunque un ulteriore tassello della militarizzazione dell’apparato produttivo italiano. Un processo che viene presentato come inevitabile e persino desiderabile, ma che inevitabile non è. Si tratta di una precisa scelta politica ed economica che privilegia gli interessi del complesso militare-industriale rispetto ai bisogni della popolazione.

Mentre si chiedono sacrifici ai lavoratori, si rinviano i rinnovi contrattuali, si tagliano i servizi pubblici e si continua a sostenere che non vi siano risorse sufficienti per sanità, scuola, università, trasporti e previdenza, miliardi di euro vengono destinati al riarmo e alla preparazione di nuovi scenari di guerra.


La crisi dell’automotive non può essere risolta trasformando fabbriche civili in fabbriche di guerra. Le competenze, le tecnologie e la capacità produttiva presenti nei nostri territori devono essere utilizzate per produzioni socialmente utili, per la riconversione ecologica dell’economia, per la sicurezza sul lavoro, per la riduzione dell’orario di lavoro e per la tutela dell’occupazione.


Contro l’economia di guerra, contro il riarmo e contro la trasformazione delle fabbriche in strumenti di distruzione, occorre continuare a costruire mobilitazione e conflitto. Perché ogni euro destinato agli armamenti è un euro sottratto ai salari, ai servizi pubblici, ai diritti sociali e al futuro delle lavoratrici e dei lavoratori.


No all’economia di guerra. No alla riconversione bellica dell’industria. Sì a investimenti pubblici per il lavoro, il welfare, la pace e la giustizia sociale.

Commenti