Il crollo dell'automotive e la tentazione dell'economia di guerra
La sfida per l'auto elettrica è andata perduta, forse mai affrontata e vissuta come ultima spiaggia per un settore in decadenza, fatto sta che i prodotti ossia i modelli di successo non sono arrivati dopo la uscita dalla produzione della Punto, è iniziata la cassa integrazione senza cui migliaia di lavoratori e lavoratrici sarebbero stati licenziati.
E migliaia di loro, dopo anni di ammortizzatori sociali, hanno raggiunto gli agognati requisiti per una pensione misera ma sempre meritata. Se escludiamo la Panda non ci sono prodotti Fiat competitivi sui mercati.
Il marchio Fiat ha delocalizzato produzioni ma al contempo ha perso la sfida nei processi industriali innovativi, i successi di quel periodo sono stati seguiti da strategie industriali errate, quel mix tra prezzi contenuti, cilindrata ridotta, dimensione modesta della vettura e consumi contenuti , ossia le ragioni del successo di tanti prodotti dal secondo dopo guerra a fine secolo, sono venuti meno.
Erano, va detto senza romanticismo di sorta, le auto costruite per il popolo e a prezzi accessibili, poi tutto è cambiato, i costi sono aumentati nonostante la delocalizzazione ove il costo del lavoro era inferiore di circa il 40\50 per cento rispetto all'Italia. Sono lontani gli anni sessanta nei quali l'Italia produceva auto e elettrodomestici, macchine da scrivere e meccanica di precisione, oggi si produce ben poco.
Le fabbriche italiane della Fiat oggi sfornano pochi prodotti, le strategie che hanno portato prima alla nascita di Fca fondendosi con la Chrysler nel 2014 e sette anni dopo la nascita di Stellantis con l’aggregazione tra Fca e la francese Psa in teoria avrebbero dovuto rappresentare un colosso capace di competere a livello mondiale sfornando prodotti per ogni tipologia di mercato.
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