LE DISUGUGALIANZE SOCIALI ED ECONOMICHE NASCONO FIN DALL'ASILO NIDO


 
Spiace dirlo ma se i nidi fossero stati esclusi dai servizi a domanda individuale oggi avremmo percentuali di frequentanti anche sopra le media comunitaria.
Quando diversi erano i rapporti di forza in Parlamento e il tema mobilitava sindacati e genitori abbiamo perso tempo e oggi ci troviamo davanti alla crescente gestione indiretta dei nidi, ossia dati in appalto a gestori che poi sono in prevalenza cooperative, per non parlare poi di strutture a tutti gli effetti private.
Visti i ridotti numeri dei posti a disposizione negli asili nido a gestione diretta e indiretta, il Governo ha ben pensato, al pari degli Esecutivi precedenti, di monetizzare il sostegno alle famiglie, così sono nati i bonus asilo nido da spendere in qualsiasi struttura.
Il bonus asilo nido non è una invenzione della Meloni, esiste da 10 anni e assegna un contributo economico alle famiglie con bambini fino a tre anni di età,  contributo aumentato nell'arco del tempo


 Numero di minori beneficiari di Bonus asilo nido e importo medio mensile della prestazione
 
Gli importi dei bonus variano a seconda dell'Isee, del nucleo familiare e dalle fasce Isee 
 analizza la questione offrendo qualche dato significativo: il bonus nido, nel 2025, è andato a ben 530 mila famiglie ossia a meno del 36% del totale. La misura tuttavia vale soprattutto per le fasce sociali medio alta e assai meno per i bassi redditi ossia con Isee sotto i 25 mila euro. La spiegazione è semplice : i nidi costano comunque tanto se confrontati con i servizi erogati nel pacchetto della Pubblica istruzione e le cifre richieste scoraggiano diverse famiglie.
 
Il bonus non è riuscito a risolvere il problema per le famiglie medio basse mentre invece ha rappresentato un concreto aiuto e incentivo per le altre, va ricordato anche per comprendere le contraddizioni intrinseche a questo strumento. Non crediamo che le famiglie a basso reddito siano penalizzate dalla scarsa conoscenza informatica, dalle barriere linguistiche e dalle difficoltà di accedere alle pratiche necessarie per la iscrizione dei bambini, il problema sta invece nelle scarse entrate e in quel contesto di povertà salariale anche la spesa per il nido diventa insostenibile per fasce sociali e soggetti che invece ne avrebbero maggiore necessità. Ma questa situazione costringe le donne a stare a casa almeno fino al terzo anno di vita del bambino rinunciando a cercarsi una occupazione o ricorrendo a tutti i permessi, anche non retribuiti, possibili per la cura del bambino. Se poi la famiglia è monoreddito o si regge su due part time, la cura del piccolo viene sostenuta da entrambi i genitori
 
Di conseguenza, il bonus presenta alcune contraddizioni: la prima di natura sociale, o di classe, la seconda invece indica il divario territoriale con la penalizzazione delle aree meridionali e insulari nei quali i nidi disponibili sono in numero esiguo (se confrontati con il centro nord) e comunque lontani dalla media comunitaria tra bambini sotto i tre anni e copertura di posti.
 
 L'idea che il bonus sia la soluzione di ogni problema è mera follia, servirebbero nidi a gestione diretta (e a detta di molti anche indiretta) includendo questo servizio nella Pubblica amministrazione. Con questi interventi andremmo a calmierare i costi, ad aprire strutture ove mancano rilanciando i servizi pubblici in campo educativo, fermeremmo la spirale privatizzatrice che si accanisce su sanità e servizi educativi.
 
Se si guarda ai nidi solo in un'ottica angusta (favorire l'occupazione femminile) senza analizzarne le ricadute sociali, educative e di welfare ogni ragionamento ulteriore sarà parziale e insufficiente o, comunque, limitato alla promozione di un incentivo utile anche in chiave di propaganda elettorale.
 
Non basta allora la generosità del bonus, i soldi dovrebbero essere accompagnati da strutture esistenti e possibilmente a gestione diretta degli enti locali, servirebbe la riduzione delle rette e politiche di formazione e inserimento graduale nel mondo lavorativo delle giovani madri.
 
Il bonus si presenta allora come strumento atto a rinunciare ad interventi strutturali e compositi che necessitano di un welfare adeguato ai reali bisogni del nostro tempo.
 
E forse dovremmo, una volta per tutte, pensare ai bonus come strumenti per ridimensionare lo stato sociale, ad esempio i fondi comunitari Pnrr avrebbero avuto effetti maggiori se la riscrittura del Piano per l'Italia non avesse rimosso alcuni obiettivi sociali presenti inizialmente. Ad oggi la copertura europea è sopra il 45%, in Italia siamo fermi, se va bene, al 33 per cento, in alcune regioni del Sud non si arriva al 20. Dati eloquenti a dimostrare quanto parziale sia stato l'approccio di questi anni per impedire sul nascere, ogni seria riflessione sul welfare, sul lavoro, sulle privatizzazioni, sulla formazione  e sul ruolo e sulle funzioni degli Enti locali
 

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