Intervista ad Andrea De Lotto, ideatore e attivista del presidio di Milano in solidarietà con il popolo di Gaza
Un presidio permanente per Gaza: la nonviolenza come atto politico quotidiano. Intervista ad Andrea De Lotto, ideatore e attivista del presidio di Milano in solidarietà con il popolo di Gaza
Andrea De Lotto è uno degli ideatori e animatori di questa esperienza collettiva che, lontana da ogni retorica, ha scelto la perseveranza come forma di resistenza civile e politica.
Voi siete un gruppo di attivisti che credono davvero nella liberazione di Gaza e nel porre finalmente fine al genocidio in atto. Da quanto tempo avete avviato questo presidio a Milano, in piazza Duomo, e quali sono gli ideali che vi sospingono in questa azione nonviolenta e profondamente politica? E come pensate di poter incidere sulla volontà omicida del governo israeliano, sulla connivenza degli Stati Uniti e sul silenzio dell’Europa?
Un gruppo di cittadini e cittadine milanesi, in buona parte attivisti “da una vita”, si è compattato intorno alla denuncia del genocidio a Gaza e al sostegno della sua resistenza. Subito dopo il 7 ottobre, alcuni amici e amici di amici hanno iniziato a organizzarsi, scegliendo forme di comunicazione capaci di attirare e colpire l’immaginazione dei passanti, che spesso percepiscono come lontano ciò che accade, smuovendone le coscienze intorpidite e trasmettendo emozioni.
Flash mob in strada, azioni dentro la Scala, il Duomo, davanti ai consolati: nel difficile tentativo di rompere il silenzio, di “fare notizia”. Linguaggi fuori dagli schemi preconfezionati, capaci di coinvolgere uomini e donne di ogni età, di origini e formazioni diverse. Queste azioni hanno progressivamente coinvolto più persone, che coglievano come mezzi e fini coincidessero. Era ed è anche una reazione alla nostra angoscia, alla rabbia, al drammatico senso di impotenza di fronte a immagini e notizie che hanno superato l’immaginabile.
Da qualche mese avete avviato questo presidio quotidiano, davvero coraggioso. Quali sono le azioni più efficaci e decisive di questa iniziativa che mira a risvegliare le coscienze contro la barbarie della violenza a Gaza?
È stato nel giugno scorso che, in poco tempo, si è deciso di iniziare una protesta quotidiana in piazza Duomo. La forma e le poche regole si sono definite rapidamente: un’ora, dalle 18 alle 19, in silenzio, fermi a tre metri di distanza, in una lunga fila, con cartelli appesi al collo, riportanti brevi versi di poesie, spesso palestinesi, tradotti anche in inglese.
Si è iniziato in una dozzina, per verificarne l’efficacia e la possibilità di continuare. In breve tempo il gruppo è cresciuto, nonostante il caldo estremo di una piazza che è una vera bistecchiera senza ombra. Non solo si è superata l’estate, cosa tutt’altro che scontata, ma si è cresciuti molto: a fine agosto si sono toccate punte di 150–170 persone. Da una fila si è passati a quattro, cinque.
E i media come si sono comportati? Hanno preso atto della vostra azione di coscientizzazione oppure vi hanno ignorato?
I grandi media hanno continuato e continuano a ignorarci, segno che forse questa azione ha senso e disturba. Nel frattempo molti di noi, partecipando anche ad altre iniziative in città, hanno diffuso l’esperienza, infittendo la rete e ampliando i contatti.
Sono state numerose le serate in cui, con grandi lettere su stoffa, si sono composte scritte a sostegno della Flotilla, di Francesca Albanese, per la liberazione dell’imam di Torino, di Marwan Barghouti. Nel periodo della Flotilla è stata costruita un’enorme vela alta sei metri che ci ha accompagnato ovunque.
A ottobre, quando ci sono stati quei finti accordi, non abbiamo avuto dubbi: saremmo andati avanti, tanto più perché si temeva – come poi è avvenuto – un calo dell’attenzione internazionale.
Cosa è avvenuto di particolarmente emblematico e commovente nella piazza dedicata ai martiri della Resistenza partigiana antifascista?
Il 18 ottobre, in una piazza vicina, sotto una targa che ricorda i partigiani e la Resistenza in questa città, abbiamo letto i nomi dei bambini morti dal 7 ottobre: i 16 bambini israeliani e i 20.000 bambini palestinesi uccisi. Non sono bastate 16 ore consecutive; abbiamo dovuto continuare durante la nostra ora quotidiana per altri 20 giorni.
Presto vorremmo leggere i nomi dei sanitari uccisi e quelli, più difficili da rintracciare, dei 10.000 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Il 27 ottobre giovani palestinesi hanno danzato la Dabke in una piazza incantata.
Il presidio è cresciuto nel tempo anche in termini di partecipazione?
Il freddo si è fatto sentire, ma si va avanti. Nei giorni di maltempo ci si posiziona sotto il colonnato accanto alla piazza. Quotidianamente siamo tra le 40 e le 50 persone, e si formano sempre almeno due file. La compostezza del gruppo è cresciuta, così come l’affiatamento, la sintonia, l’affetto.
Avete affrontato sacrifici notevoli, legati al clima e alle intemperie.
Qualcuno porta una torta, biscotti, tè o vin brulé. La notte di Natale siamo stati sotto la pioggia, in mezzo alla piazza, dalle 22.30 a mezzanotte, nella speranza vana di intercettare i fedeli in uscita dalla messa.
Qual è stata l’iniziativa più eclatante e significativa nel Giorno della Memoria?
Il 27 gennaio, insieme ai gruppi Lea (Laboratorio Ebraico Antirazzista) e Mai Indifferenti (Voci ebraiche per la pace), siamo stati in piazza e alla fine abbiamo composto l’enorme scritta: “MAI PIÙ GENOCIDIO PER NESSUN POPOLO”.
Siete riusciti a coinvolgere anche altre città?
Negli ultimi tempi, con grande gioia, questa forma di presidio è stata ripresa in altre città grandi e piccole: Palermo, Modica, Legnago, ma soprattutto Cagliari, dove da oltre tre mesi si tiene un presidio quotidiano molto partecipato in piazza Yenne.
In questi mesi non sono mancate provocazioni e insulti. La scelta di non rispondere è stata efficace?
In questo periodo sono state scattate migliaia di foto e video. Moltissime persone, turisti e non, si sono avvicinate dimostrando appoggio e riconoscimento. Alcuni hanno preso un cartello e si sono uniti a noi. In estate ci hanno portato acqua, in inverno tè e castagne, a volte rose rosse. Molti si sono commossi fino alle lacrime, abbracciandoci.
Siete pronti a continuare questa lotta di pace e nonviolenza?
Andiamo avanti. In molti ci chiedono: “Fino a quando?”. Non lo sappiamo. Intanto dovremo superare lo scoglio di queste vergognose Olimpiadi. La nostra azione resta un “basso continuo”, un filo di ossigeno di fronte alla follia che avanza. Il genocidio a Gaza è la vetta di un mondo che semina morte e distruzione.
Vi muovono le domande “Perché?” e “Che fare?”, che coinvolgono anche noi giornalisti di frontiera.
La domanda di fondo è una: perché? E subito dopo: che fare? Non sapendo rispondere fino in fondo, continuiamo a essere presenti. Una goccia nel mare, una voce per chi non ne ha più, certi di essere dalla parte giusta della storia.
Quindi non ci rimane che incoraggiarvi e accogliervi con l’adagio del grande giornalista e attivista per i diritti umani Vittorio Arrigoni con il suo e poi nostro Restiamo Umani – Stay Human e con il motto dei nostri Partigiani Antifascisti Resistere, Resistere, Resistere.
Ringraziamo di cuore, voi che ci fate questa intervista, ma soprattutto coloro che la faranno girare; i nostri mezzi di informazione e diffusione assomigliano sempre più a delle fionde contro i carri armati. E presto si dovranno fare i conti con nuove leggi che renderanno difficile qualsiasi forma di dissenso, opposizione, manifestazione. Coraggio, resistiamo.
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