Trump è ..... Usare parole giuste: oltre la semplificazione, per una responsabilità etica e civile a partire dal linguaggio

 Trump è ..... Usare parole giuste: oltre la semplificazione, per una responsabilità etica e civile a partire dal linguaggio  

di Laura Tussi



Definire Donald Trump come “pazzo” di fronte a dichiarazioni che evocano la distruzione di un popolo o di una civiltà può apparire, a prima vista, una reazione comprensibile. Tuttavia, questa semplificazione non solo è inadeguata sul piano analitico, ma risulta profondamente ingiusta nei confronti di milioni di persone che convivono con una sofferenza psichica e che, proprio per questo, non possono e non devono essere associate a logiche di violenza o annientamento.

Le parole non sono mai neutre. Utilizzare il termine “follia” per descrivere scelte politiche o strategie di potere rischia di produrre una doppia distorsione: da un lato deresponsabilizza chi quelle scelte le compie, come se fossero il frutto di una patologia e non di una precisa volontà politica; dall’altro rafforza lo stigma verso chi vive un disagio mentale, contribuendo a perpetuare paura, isolamento e discriminazione.

È allora necessario uno sforzo linguistico ed etico: chiamare le cose con il loro nome. Quando si evocano scenari di distruzione di massa, non siamo di fronte a “pazzia”, ma a progetti che possono essere definiti con chiarezza come disumani, pericolosi, irresponsabili, potenzialmente criminali. Il lessico della politica deve tornare ad assumersi la responsabilità della realtà che descrive, senza rifugiarsi in scorciatoie che confondono più di quanto chiariscano.

Allargando lo sguardo, questa riflessione ci conduce a una questione più ampia e troppo spesso trascurata: la condizione di chi vive con una malattia mentale. In molte società, queste persone continuano a essere invisibili o, peggio, rappresentate attraverso stereotipi che le associano alla pericolosità o all’imprevedibilità. In realtà, la stragrande maggioranza di chi soffre di disturbi psichici è portatrice di fragilità, non di violenza; di bisogni di cura e ascolto, non di controllo e repressione.

Il linguaggio contribuisce a costruire o a demolire ponti. Quando usiamo termini impropri, alimentiamo una cultura dell’esclusione. Quando invece scegliamo parole consapevoli, possiamo favorire comprensione e inclusione. È una responsabilità che riguarda tutti: media, politica, scuola, società civile.

In questo senso, il pensiero e l’opera di Franco Basaglia restano un riferimento imprescindibile. Basaglia ha rivoluzionato il modo di intendere la salute mentale, superando la logica manicomiale e restituendo dignità, diritti e voce alle persone. La sua visione non era soltanto sanitaria, ma profondamente politica e culturale: una società più giusta è quella che include, che non esclude la fragilità ma la accoglie come parte della condizione umana.

Per Basaglia, la pace non era solo assenza di guerra, ma costruzione quotidiana di relazioni fondate sul rispetto, sull’ascolto e sull’inclusione. In questo senso, anche il modo in cui parliamo delle malattie mentali diventa un atto di pace o di violenza simbolica.

Di fronte alle derive del linguaggio pubblico e alla banalizzazione della sofferenza, è dunque urgente recuperare uno sguardo più attento e responsabile. Non si tratta solo di precisione terminologica, ma di giustizia. Perché difendere la dignità delle parole significa, in fondo, difendere la dignità delle persone.

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