Un percorso di viaggio attraverso un giornalismo di guerra che indaga l’attualità

 Un percorso di viaggio attraverso un giornalismo di guerra che indaga l’attualità 

di Laura Tussi



La guerra può finire in “due o tre settimane”, ha dichiarato Donald Trump, affidando alla rapidità della previsione una funzione quasi rassicurante. Ma la realtà contemporanea sembra smentire radicalmente questa idea di velocità e di controllo. Mentre il linguaggio politico continua a evocare la pace come un esito possibile e persino imminente, la guerra si dispiega nei fatti con una continuità ostinata: città bombardate, infrastrutture civili colpite, linee del fronte che si espandono anziché contrarsi. In questo scarto tra parola e azione si rivela uno dei tratti più profondi del presente: la diplomazia come promessa, la guerra come pratica.

Nel contesto dell’Asia Occidentale, questa contraddizione assume una forma particolarmente evidente. Il conflitto non si limita più a un singolo teatro, ma si diffonde come un sistema di tensioni interconnesse che coinvolge Israele, Stati Uniti, Iran, Hezbollah e lo Yemen. Non si tratta soltanto di un allargamento geografico, ma di una trasformazione qualitativa: la guerra diventa una rete, un intreccio di azioni e reazioni che supera i confini nazionali e rende sempre più difficile distinguere tra attori diretti e indiretti. In questo scenario, il Golfo Persico si configura come uno spazio di instabilità permanente, attraversato da droni, attacchi e tensioni che si riflettono immediatamente sull’economia globale.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta emblematicamente questa condizione. Non è soltanto un passaggio marittimo, ma un punto nevralgico in cui si concentrano interessi energetici, equilibri militari e fragilità geopolitiche. Quando il suo equilibrio viene minacciato, l’intero sistema globale ne risente: il prezzo del petrolio aumenta, i mercati reagiscono, e la distanza tra guerra locale e conseguenze globali si annulla. Ogni conflitto, in questo senso, diventa inevitabilmente mondiale, anche quando resta formalmente circoscritto.

Allo stesso tempo, si osservano segnali di trasformazione nelle alleanze tradizionali. Alcuni Paesi europei iniziano a manifestare esitazioni o a ridefinire il proprio rapporto con Stati Uniti, mentre altri attori cercano di inserirsi nello spazio lasciato aperto da queste incertezze. La Cina, insieme ad alcune monarchie del Golfo e alla Santa Sede, tenta di riattivare canali diplomatici, proponendosi come mediatrice in un contesto sempre più frammentato. Tuttavia, queste iniziative appaiono ancora fragili, sospese tra l’ambizione di incidere e la difficoltà di contrastare una dinamica dominata dalla forza militare.

Mentre l’attenzione si concentra su alcuni fronti, altri conflitti proseguono lontano dai riflettori, ma non per questo meno devastanti. In Ucraina, la guerra continua a colpire infrastrutture strategiche e a bloccare ogni prospettiva negoziale. In Sudan e Sud Sudan, così come in Haiti e Myanmar, la violenza si consuma in una relativa invisibilità mediatica, producendo gli stessi effetti: vite spezzate, comunità disgregate, futuri sospesi. Questa distribuzione diseguale dell’attenzione contribuisce a creare una gerarchia implicita delle guerre, in cui alcune crisi vengono percepite come centrali e altre come marginali, nonostante la loro gravità.

Ciò che emerge da questo quadro è la trasformazione della guerra in un sistema. Non più eventi isolati, ma processi interdipendenti che si influenzano reciprocamente, condividendo logiche economiche, tecnologiche e politiche. In un mondo interconnesso, la guerra non resta mai confinata: si propaga attraverso i mercati, le alleanze, le percezioni collettive. Di fronte a questa complessità, la politica appare spesso in difficoltà, incapace di elaborare strategie efficaci di contenimento, mentre la diplomazia fatica a tradurre le proprie intenzioni in risultati concreti.

A questa crisi dell’azione si affianca una crisi del racconto. I giornali, chiamati a interpretare una realtà sempre più articolata, rischiano di frammentarla in episodi scollegati o di semplificarla eccessivamente. Raccontare un sistema di guerre richiede invece una capacità di connessione, una visione che sappia cogliere i legami tra i diversi conflitti senza ridurli a una narrazione lineare. In assenza di questa visione, il rischio è quello di perdere il senso complessivo, di smarrire la comprensione di ciò che accade.

Il paradosso del presente non consiste soltanto nella coesistenza di diplomazia e guerra, ma nella difficoltà di pensare entrambe all’interno di un quadro coerente. La pace continua a essere evocata come possibilità, ma appare sempre più lontana nella pratica. Eppure, è proprio in questa distanza che si gioca la sfida del nostro tempo: comprendere la complessità senza cedere al fatalismo, riconoscere il sistema delle guerre senza considerarlo inevitabile. Solo in questo spazio di consapevolezza può ancora trovare posto l’idea di una pace che non sia soltanto dichiarata, ma costruita.

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