Un approfondimento sulla non violenza
riceviamo e pubblichiamo pur avendo diversità di vedute
Il diritto internazionale è la nonviolenza efficace
La nonviolenza efficace: nuova prassi educativa
di Laura Tussi
La nonviolenza efficace è capace di risolvere in modo
determinante i conflitti politici reali secondo una strategia che sa trasformare
i gruppi umani “nemici” in gruppi umani “amici”
Per capire meglio il ragionamento che sarà esposto nel presente intervento,
è necessario premettere cosa intendiamo per “nonviolenza efficace”, che
riprende la parte laica dell’insegnamento e dell’esperienza gandhiana. Qui devo
rifarmi a quanto già illustrato su “Antifascismo e nonviolenza”, il pamphlet
pubblicato con la partecipazione essenziale di Fabrizio Cracolici e Adelmo Cervi
per i tipi della Mimesis, focalizzato sulla prospettiva dell’”antifascismo
sociale”, ben differenziato rispetto a quello della pura memoria o quello dello
scontro militarizzato con i gruppi della destra.
La nonviolenza di cui parliamo non è, allora, quella “etica”, “antica come
le montagne”, espressa nei comandamenti individuali del “non uccidere” o
“porgere l’altra guancia”. Si tratta invece di una nonviolenza come “forza
dell’unione popolare”, quindi innestata su un agire collettivo politico
pianificato e organizzato, bene appoggiata sul “principio di responsabilità”
(si veda la sua versione aggiornata in Hans Jonas).
La nonviolenza efficace è capace di risolvere in modo determinante i
conflitti politici reali secondo una strategia che sa trasformare i gruppi
umani “nemici” in gruppi umani “amici”; e nelle condizioni della situazione
politica contemporanea, viene a coincidere nei “progressi del diritto
internazionale”: cioè nella creazione di un ordine globale che faccia prevalere
la forza del diritto (e dei diritti) sul diritto della forza (armata).
Il “diritto internazionale” di cui parliamo è, ovviamente, quello della
“terrestrità”, che deve riconoscere i diritti dell’Umanità, vista come insieme
unico, e non come singoli popoli, e della Natura anche essa considerata come
ecosistema globale, il Pianeta Terra come unico organismo vivente.
Sulla base di quanto premesso, proviamo ora a far partire alcune
riflessioni sul lavoro dell’educatore, nella consapevolezza di quanto sia
difficile ed impegnativo da sviluppare nella pratica, nel contesto spesso
ostile delle istituzioni educative nella loro attuale gestione burocratica.
Le difficoltà sono di diverso tipo: di relazione interpersonale, di comunicazione, di linguaggio, di metodologia e spesso si
assiste al prevalere del trasmettere sul comunicare come direbbe Danilo Dolci,
maestro di educazione maieutica.
Paradossalmente, la letteratura su questo tema cresce notevolmente con
continue nuove proposte che sovraccaricano educatori, insegnanti, analisti e
formatori rendendo il loro compito ancora più difficile, schiacciati tra
diverse esigenze concrete e impellenti, dai programmi da svolgere, dalle
carenze strutturali, organizzative, economiche del mondo scolastico, dalla
disattenzione della società che invia messaggi diseducativi o quantomeno in
forte contrasto con quelli che l’educatore, il formatore, lo psicologo cercano
di trasmettere nel fare esperienze dirette.
E così sottoporsi al forte impatto dell’incontro con realtà culturali molto
diverse dalle nostre è un modo intelligente per cercare di suscitare nei
giovani quegli interessi e quelle curiosità che, pur innati in molti di loro,
spesso vengono sopiti dal consumismo dilagante di mode effimere e alimentate
dalle potenti lobbies del malsviluppo finanziarizzato, militarizzato,
estrattivista, volto all’accumulazione illimitata.
Si tratta di quella irrequietezza giovanile che, se incanalata
positivamente, sul “cammino della nonviolenza che dobbiamo imparare a
percorrere”, come afferma Stéphane Hessel, può aprire ai ragazzi strade nuove e
impreviste, favorendo lo sviluppo delle loro capacità e creando un clima di
fiducia e di impegno responsabile nei confronti della vita di tutti e della
vita in sé.
La nonviolenza, come arte di gestione positiva dei conflitti, che fa fatica
a entrare nel nostro vocabolario educativo e soprattutto nelle nostre pratiche
metodologiche. Ma è oggi assolutamente indispensabile educare le nuove
generazioni alla nonviolenza attiva e efficace nel senso che abbiamo
illustrato, se vogliamo che l’umanità abbia un futuro sostenibile e
desiderabile.
Questo intenso investimento deve rifuggire dal proporre i modelli classici
della competitività e della carriera, ma deve, al contrario, prospettare la
creazione di condizioni perché il mondo della scuola diventi un vero e proprio
laboratorio della nonviolenza, dove fare germogliare e crescere questa pianta
rigeneratrice, più radicata di quanto non si pensi.
In questa ambiziosa impresa siamo tutti coinvolti: insegnanti, educatori,
genitori, psicologi, analisti, associazioni del mondo della solidarietà, della
cooperazione e del disarmo, amministrazioni, amministratori politici e questo
impegno ci può indicare una possibile e concreta strada da percorrere. Si sa
bene quante e quali difficoltà si incontrano nel cercare di fornire ai propri
studenti strumenti utili per una migliore comprensione dei principali fenomeni
quali la globalizzazione, il neocolonialismo, il neoliberismo, il divario
nord-sud, gli squilibri ambientali caratterizzanti il caotico mondo attuale
privo di senso del limite e comprenderlo nel suo tormentato divenire storico.
È divenuto quantomai importante, oltre che efficace strumento di
prevenzione contro il diffuso atteggiamento di pregiudizio razziale,
trasmettere il messaggio di quanto ricca può essere la diversità, intesa come
differenza culturale, naturalistica cioè biodiversità e paesaggistica e altro.
Credo che i giovani abbiano bisogno di capire che nel mondo esistono
diversi modelli di vita, ma una unica tensione verso il rispetto della vita; e
indagare questo mare di differenze cercando la loro unità profonda certamente è
stimolante e arricchente per la nostra stessa esistenza di persone.
Ci attendono sfide assai difficili e una sempre più diffusa cultura della
nonviolenza e della cooperazione, della solidarietà umanistica e
“terrestre” non soltanto sono elementi necessari, ma rappresentano la
nostra speranza per una convivenza accettabile tra donne, uomini, popoli e per
un inserimento sostenibile della nostra specie come parte integrante della
natura.
Le giovani generazioni hanno scarsa coscienza politica e hanno bisogno, nel
loro realismo spesso disilluso di avere di fronte esempi concreti, persone
credibili, testimonianze sul campo.
Inoltre, i giovani parlano un loro linguaggio, legato alla loro particolare
sensibilità e non è sempre facile per noi adulti calarsi in questo originale
codice comunicativo. Dunque è necessario trasmettere un codice fondato sulla
nonviolenza efficace come innovativa strategia educativa - educazione non a
negare, ma ad immergersi positivamente nei conflitti globali - che porti i
giovani alla piena consapevolezza delle sfide del terzo millennio: dalla
diseguaglianza globale, ai dissesti climatici ed ecologici, alle insidiose
derive autoritarie che si nascondono dietro l’ideologia pseudolibertaria delle
multinazionali del web; e soprattutto, alla potenziale, ma quanto mai attuale e
imminente nella sua rischiosità, guerra nucleare.
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