La guerra di Trump la paghiamo noi
La guerra di Trump la paghiamo noi
Le ricadute economiche e sociali della crisi energetica scatenata
dalla guerra all’Iran
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran il 28
febbraio scorso e poi proseguita dal presidente Usa dopo l’accordo di giugno,
ha generato pesanti ricadute sul prezzo degli idrocarburi e, conseguentemente,
sul ciclo economico dell’economia mondiale e dei paesi dipendenti dall’estero
per le forniture energetiche[1].
La crisi energetica è
riconducibile sia al danneggiamento di molti impianti di estrazione,
raffinazione e stoccaggio dei paesi del Golfo Persico, sia al doppio blocco
dello Stretto Hormuz, quello interno iraniano e quello esterno statunitense,
strategico passaggio dal quale prima del 28 febbraio transitava circa il 20%
del commercio mondiale sia di greggio che di Gas Naturale Liquefatto.
Una quota rilevante che è stata parzialmente rimpiazzata
dall’aumento della produzione statunitense, ormai primo produttore mondiale di
greggio con 13,8 milioni di barili al giorno a giugno, e con l’utilizzo delle
riserve strategiche da parte di Washington e Pechino. Strategia che fino ad
oggi è riuscita a calmierare il prezzo del Brent che, infatti, dopo l’accordo
di giugno fino alla settimana scorsa si è mantenuto al di sotto della soglia
dei 100 dollari al barile (grafico 1).
Grafico 1: quotazione
del Brent in dollari fra metà settembre 2025 e metà settembre 2026.
Negli ultimi giorni la
quotazione del Brent ha subito una rapida impennata arrivando a toccare i 109
dollari il barile e i 103 dollari il Wti a causa del rinvio dei colloqui fra
Iran e Oman sul transito nello Stretto di Hormuz e il danneggiamento
dell’oleodotto saudita Est-Ovest che collega i giacimenti del Golfo Persico con
il porto di Yambu sul mar Rosso evitando il transito dallo stretto in questione.
Si tratta di un’infrastruttura strategica che ha una capacità di trasporto fino
a 7 milioni di barili al giorno e che fino alla scorsa settimana ha registrato
un transito medio di 4-5 milioni di barili al giorno, corrispondenti a circa il
4-5% del commercio mondiale e che dal 12 settembre, con la sua chiusura
temporanea, hanno iniziato a mancare alla già carente offerta mondiale.
Altro fattore che sta creando incertezza alla navigazione
regionale e al commercio di petrolio è la conquista da parte degli Houthi
yemeniti (Ansarallah) della sponda orientale dello stretto di Bab el- Mandeb,
la porta di accesso al mar Rosso e al canale di Suez dalla quale transitano le
petroliere per l’Europa.
Il mercato mondiale del petrolio sta dunque soffrendo di una
crisi da offerta, alla quale dobbiamo aggiungere per parte europea la poco
lungimirante decisione strategica delle sanzioni alla Russia, riguardanti in primis
il settore energetico compresi i prodotti di raffinazione, come arma per la
risoluzione della guerra in Ucraina. Strategia che a quattro e mezzo dalla sua
attivazione e nonostante i 21 pacchetti sanzionatori adottati ha prodotto
scarsi risultati sull’economia russa, innescando invece una grave crisi
industriale nelle principali manifatture europee, spinto in recessione
l’economia della Germania nel biennio 2023-24 (-0,9% e -0,5%) e ridimensionato
ad un livello poco sopra la stagnazione la crescita dell’Eurozona[2].
Gli effetti prodotti
da questa gamma di fattori di destabilizzazione del mercato energetico mondiale
si sono riflessi in un sensibile aumento delle quotazioni del Brent e del gas
naturale, le cui quotazioni fino al 28 febbraio scorso viaggiavano
rispettivamente al di sotto dei 70 dollari al barile (grafico 1) e ai 40 euro
al MegaWatt/ora (grafico 2), determinando un rallentamento dell’economia
mondiale e delle economie dei paesi legati all’import energetico.
Infatti, le previsioni
del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) a riguardo dell’economia mondiale per
l’anno in corso, da una crescita del 3,3% di gennaio sono state riviste al
ribasso al 3,1% ad aprile e al 3,0% a luglio, con la ragionevole attesa per il
World Economic Outlook di ottobre di una ulteriore riduzione alla luce dei
recenti sviluppi sopra citati.
Analogamente, per
quanto concerne l’Eurozona, l’area che maggiormente sta subendo gli effetti
della crisi energetica, da una crescita di 1,3% di gennaio, il Fmi ha abbassato
le previsioni all’1,1% ad aprile e allo 0,9% a luglio. Mentre per quanto
riguarda gli Stati Uniti, i protagonisti dell’escalation militare, le
previsioni sono rimaste praticamente stabili: il Fmi ha infatti solo lievemente
limato la previsione di +2,4% di gennaio, al 2,3% sia ad aprile, sia a luglio.
Le Big Oil
statunitensi hanno invece conseguito importanti extraprofitti aumentando
l’estrazione petrolifera e godendo dell’impennata delle quotazioni del greggio,
non che di margini record nella raffinazione. Nel solo secondo trimestre 2026,
gli utili della raffinazione della multinazionale Chevron hanno raggiunto il
livello record di 4,9 miliardi dollari dai 737 milioni dello stesso periodo dell’anno
precedente, mentre quelli di ExxonMobil addirittura 5,5 miliardi, al netto
della perdita di inizio anno[3].
Situazione singolare appare, infine, quella della Russia, la
destinataria delle sanzioni europee, la cui dinamica economica dal +0,8% di
gennaio, viene invece rivista al rialzo all’1,1% sia ad aprile che a luglio, a
seguito dell’aumento delle quotazioni degli idrocarburi dei quali è esportatrice
netta. Pur tuttavia, riteniamo probabile un dato più basso nel prossimo Outlook
di ottobre a causa dell’intensificazione della strategia ucraina degli attacchi
agli impianti di raffinazione e stoccaggio degli idrocarburi russi implementata
a partire da luglio scorso che ha causato significativi danneggiamenti,
riducendo la capacità produttiva e, conseguentemente, l’export.
Grafico 2: quotazione
del gas in MegaWatt/ora sul mercato Ttf di Amsterdam fra metà settembre 2025 e
metà settembre 2026
Il caro energia non
riguarda solo i prodotti alla pompa, diesel in primis, e le bollette di luce e
gas ma avendo ricadute dirette su produzioni e trasporti finisce per riflettersi
sull’indice generale dei prezzi al consumo.
L’inflazione è stata,
infatti rilevata nell’Eurozona in trend rialzista da marzo scorso fino al 3,3%
di agosto, costringendo il Board della Bce ad una revisione al rialzo di 25
punti base del tasso di riferimento portandolo al 2,5% a partire dal 16
settembre (grafico 3).
Analoga la situazione
degli Stati Uniti dove l’aumento dei prodotti energetici ha spinto al rialzo
l’inflazione sopra al 3% da marzo scorso, con punta del 4,2% a maggio e una
stabilizzazione al 3,4% a luglio e agosto. Aumenti che hanno costretto anche la
Fed nella riunione del 16 settembre a deliberare, per la prima volta negli
ultimi 3 anni, un rialzo del tasso di riferimento di 25 punti base innalzandolo
al 4%.
Il costo più elevato del denaro si traduce in un aumento
della spesa per gli interessi sul debito pubblico, in un aggravio delle rate
dei mutui a tasso variabile e dei prestiti alle imprese, fattori che
determinano un maggior onere per la finanza pubblica e una riduzione della
domanda aggregata interna (consumi più investimenti produttivi) e,
conseguentemente, riduzione della competitività delle produzioni industriali
sui mercati internazionali e un rallentamento della già asfittica economia
dell’Eurozona.
Grafico 3: andamento
del tasso di inflazione medio mensile dell’Eurozona fra agosto 2025 e agosto
20216. Fonte: Eurostat
Trump che, non riesce a trovare vie d’uscita percorribili senza
perdere la faccia dalla guerra scatenata all’Iran con drastico aggravio della
situazione con la chiusura dello Stretto di Hormuz, continua a ripetere
dichiarazioni estemporanee come quella del 2 settembre “Ora che è sotto il
nostro controllo, dobbiamo cambiare il nome dello Stretto di Hormuz in Stretto
di Trump?”[4]
o quella rilasciata durante il suo recente viaggio a Dublino quando ha
ottimisticamente affermato, passando tuttavia al tempo futuro, che “Andrà tutto
bene. La guerra finirà molto presto” e “i prezzi del petrolio crolleranno
appena la guerra finirà”[5].
Senza indicare quale tipo di accordo intende raggiungere con l’Iran, la cui
leadership in risposta alle dichiarazioni di Trump ha presentato agli
statunitensi una proposta in sette punti per la riapertura dello Stretto in
questione[6].
Dichiarazioni quelle regolarmente ripetute da Trump negli ultimi mesi alle
quali sono rimasti in pochi a credere anche negli Stati Uniti, come dimostra il
consenso sul suo operato in drastica flessione, lasciando presagire poco di
buono in vista delle elezioni di midterm di novembre.
Conclusioni
Stiamo attraversando
una fase di marcata instabilità geopolitica con crescenti tensioni
internazionali e vari fronti di guerra aperti: dall’Ucraina al Libano e dallo
Yemen al Golfo Persico che stanno creando gravi ripercussioni a livello
economico sia globale che regionale, per quanto riguarda i due scacchieri
coinvolti, e a livello di singoli paesi per quelli dipendenti dall’import
energetico. Quelli europei in primis seguiti da quelli asiatici, come Corea del
Sud e Giappone[7], ma
anche Pakistan, Vietnam e Indonesia, solo per citarne i più esposti[8].
Alla luce dei rialzi delle quotazioni di Brent e gas
dell’ultima settimana, in assenza di prospettive di risoluzione della crisi di
Hormuz per via diplomatica come lasciano intendere le dichiarazioni rivolte al
futuro dello stesso Trump, il trend dell’economia mondiale e dei paesi
sopracitati non potrà che aggravarsi.
I leader politici
dell’Unione Europea e dei suoi paesi membri, non solo non hanno assunto alcuna
posizione significativa che potesse spingere gli Stati Uniti alla cessazione
delle ostilità, ma sembra quasi che la questione non li riguardi visto il loro
incomprensibile silenzio di sudditanza.
L’economia dell’Eurozona probabilmente chiuderà l’anno in
corso con una crescita appena al di sopra della soglia di stagnazione,
accompagnata da quella italiana, mentre la crisi industriale continuerà a
mordere soprattutto in Germania (grafico 4), ormai ex locomotiva europea nella
quale il settore strategico dell’automotive è ormai in crisi strutturale
praticamente irreversibile.
Grafico 4: variazione
percentuale tendenziale mensile della produzione industriale della Rft
L’unica certezza che abbiamo è che l’economia e il bilancio
pubblico italiano subiranno significative ripercussioni negative e che
l’aumento dell’inflazione causato dal caro energetico andrà ad incidere ancora
una volta sulle fasce sociali più deboli, le quali subiranno un’ulteriore
perdita di potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni, in aggiunta a
quella del 7,5% fra inizio 2021 e inizio 2025[9],
e un appesantimento delle rate dei mutui per chi ha comprato casa.
In conclusione, Trump
scatena una guerra scellerata all’Iran, probabilmente trascinato da Netanyahu,
senza raggiungere alcun obiettivo e senza valutarne le conseguenze, trascina
avanti la guerra alla giornata senza percorribili strategie d’uscita, scatena
una pesante crisi energetica mondiale che alimenta la fiammata inflazionistica,
vengono rialzati i tassi di riferimento dalle Banche centrali, l’economia
rallenta, le Big Oil realizzano mega extraprofitti e il conto lo paghiamo noi
come Unione Europea, come sistema paese Italia e come classe lavoratrice, il
tutto nel complice silenzio dei nostri leader politici, nazionali e comunitari.
Intanto, i pannicelli caldi del governo Meloni riguardanti il
taglio delle accise sul diesel sono costati alle casse statali ad oggi oltre
2,5 miliardi di euro senza ottenere alcun beneficio sostanziale a livello
economico e sociale. Sicuramente avrebbe
avuto maggior efficacia apporre un tetto al prezzo dei carburanti alla pompa,
sul quale stanno speculando le compagnie energetiche, e tassare i lauti
extraprofitti conseguiti delle stesse. Ma questo avrebbe comportato andare a
limitare i facili e cospicui profitti delle grandi corporazioni del settore
energetico realizzati grazie all’agevole situazione oligopolistica, e ciò non è
certo nelle corde di questo governo che sino ad oggi ha brillato per sudditanza
verso i poteri forti e incapacità nell’affrontare i dossier fondamentali
riguardanti la società e l’economia, a partire dalla drammatica crisi del polo
siderurgico di Taranto, ormai abbandonato al suo destino.
Un copione ahinoi non, di certo, inedito.
Andrea Vento
16 settembre 2026
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
[1] Saggio “Economia di guerra oggi.
Parte XXVII, L’economia globale all’ombra della guerra” di Andrea Vento
[2] Saggio
“Economia di guerra oggi. Parte XXX. 2023-24: i riflessi della crisi economica e
industriale tedesca sullo spazio geoeconomico comunitario” di Andrea Vento
[3] https://ilmanifesto.it/megaprofitti-di-big-oil-ora-anche-trump-vuole-qualcosa-indietro
[4] https://www.cdt.ch/news/mondo/trump-abbiamo-il-controllo-dello-stretto-di-hormuz-e-leconomia-iraniana-e-al-collasso-438138
[5] https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/radiocor/prima-pagina/dettaglio/iran-trump-a-hormuz-andra--tutto-per-verso-giusto-la-guerra-finira--presto-
[6] https://www.rainews.it/maratona/2026/09/slittano-ad-ottobre-i-colloqui-israele-libano-a-roma-houthi-petrolio-golfo-libano-israele-iran-arabia-saudita-
https://www.vietnam.vn/it/iran-chuyen-my-danh-sach-7-dieu-kien-de-mo-lai-eo-bien-hormuz
[7] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-effetti-della-crisi-di-hormuz-del-2026-su-corea-del-sud-e-giappone-vulnerabilita-impatto-e-misure-di-mitigazione-239874
[8] https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-03/quo-065/pesanti-ripercussioni-sul-continente-asiatico.html
[9] https://www.ildiariodellavoro.it/lavoro-ocse-in-italia-maggiore-calo-dei-salari-reali-tra-le-principali-economie-a-inizio-2025-inferiori-del-75-rispetto-al-2021/
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