Sinergie industriali e integrazione dell'industria di guerra ucraina nel contesto europeo

 Un ottimo articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore ci riporta con i piedi per terra e alla realtà: la industria di guerra ucraina, costruita dalla UE e dagli Usa (ma anche con l'apporto israeliano) è tra le più moderne e attive e in grande sinergia con il sistema bellico di Bruxelles . E la guerra di posizione ha determinato una veloce evoluzione delle tecnologie militari e anche degli strumenti giudicati indispensabili alla guerra. La presenza di un conflitto armato è sempre più necessario per testare l'attendibilità dei sistemi di arma.



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La storiella secondo la quale gli Usa avrebbero scaricato alla UE  l'onere del sostegno alla Ucraina come risposta al definanziamento della spesa militare nel vecchio continente regge fino ad un certo punto,  a fiutare l'affare sono state le principali imprese produttrici di armi che hanno creato join venture in Ucraina dando vita ad una composita filiera produttiva che anticipa quanto preconizzato dai Ministri della difesa comunitari, quando parlano di difesa e industria europea comune.

L'aumento delle spese di guerra nei paesi UE non è quindi risultato delle richieste USA, o almeno questa semplicistica spiegazione non permette di raccontare in maniera esaustiva e puntuale la realtà, tutto è iniziato un decennio fa e innumerevoli decisioni assunte dalla NATO e dai paesi membri sono conseguenza di decisioni assunte allora e debitamente supportate, corrette e comunque alimentate da tutte le successive iniziative intraprese a partire dagli scenari di guerra costruiti a tavolino, dalle cosiddette minacce ibride che hanno alimentato innovazioni e tecnologie in alcuni campi.

Oltre 10 anni fa gli Stati Uniti giudicarono strategico l'asse Indo-Pacifico  iniziando, in funzione anticinese, a  foraggiare l'aumento della spesa militare in paesi come Giappone, Corea del Sud e Australia, si sono per questo, almeno in parte, disimpegnati dalla Europa sapendo che in ogni caso la UE avrebbe impiegato anni prima di acquisire autonomia dalle tecnologie militari statunitensi. Insomma, avrebbero speso meno per la difesa in Europa legando al contempo il Riarmo europeo alla tecnologia e produzione statunitense.

 E non stupisca la velocità con la  quale, in meno di due anni, l’Unione europea ha predisposto interventi, cambiamenti e nuove strategie per dotarsi non solo di una politica industriale bellica ma anche di un impianto finanziario, normativo e legislativo adeguato all'economia di guerra.

In questa ottica vanno lette le deroghe ai tetti di spesa, i prestiti e i Regolamenti comunitari dai quali scaturiscono miliardi in sovvenzioni a fondo perduto all'Ucraina e straordinari, per grandezza, prestiti di varia natura.

Un fiume di denaro è stato indirizzato verso l'Ucraina e parte di queste risorse finalizzate a costruire il sistema di guerra con la  indispensabile partecipazione di importanti aziende europee. Per evitare la trappola del debito, le risorse destinate all'Ucraina sono il frutto della  capitalizzazione delle rendite nette straordinarie generate dai miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale  Russa di fatto tenuti fermi in Europa. Parliamo di flussi continui di miliardi di euro destinati all'approvigionamento militare.

Ma chi sono i paesi a beneficiare maggiormente di queste scelte? I paesi che hanno attive imprese e multinazionali produttrici di armi e che poi sono anche le principali economie del continente: Germania, Francia, Regno Unito e Italia

Forse, alla luce di queste considerazioni, si capisce perchè questa guerra non finisca allontanando un accordo di pace tra i due popoli. 

Non entreremo nel merito degli accordi economici, lo fa meglio di noi Il Sole 24 Ore documentando tutti i sistemi di guerra venduti o donati all'Ucraina che resta un banco di prova per attestare anche la efficacia dei nuovi sistemi di guerra. E  in questo girone infernale  l'Italia sta giocando tutte le perdine possibili per favorire intese industriali con le grandi multinazionali italiane, prime tra tutte Leonardo e Fincantieri. 

Se di grande efficacia è stata la manovra finanziaria, risulta invece in difficoltà la manifattura vera e propria, da qui l'iniziativa incessante negli ultimi due anni per dare vita a un sistema di ricerca e produzione integrato e capace di superare i limiti e le specificità nazionali aumentando la produzione, evitando doppioni e sprechi e peggio ancora, per fare un esempio calzante, munizioni diverse che non si adattano alle armi in dotazione agli eserciti nazionali. E in questi scenari anche la riconversione di imprese civili a militari, soprattutto in Germania, sta diventando una priorità approfittando della crisi del settore automative.

Il salto di qualità della manifattura è dato anche dalla costruzione di industrie moderne e con strumenti tecnologicamente avanzati, testare le armi e portare modifiche e miglioramenti ai sistemi di guerra in tempo reale, del resto un drone dopo un anno è già superato e fuori produzione. In questa ottica le imprese belliche europee necessitano di sinergie, finanziamenti, aumento della produzione, investimenti che attraversino la intera catena del valore, una struttura finanziaria che assicuri i dovuti aiuti e una impalcatura normativa atta  a favorire l'economia di guerra, inclusi degli appalti agevolati per il settore militare e l'utilizzo di centri di ricerca pubblici e privati. 

Da qui nascono le join venture, i progetti di ricerca, le officine militari, i centri di progettazione e i percorsi di studio su tecnologie spesso duali, la sinergie tra imprese belliche europee è parte di quel processo che ha portato alla integrazione tra industria bellica ucraina e europea

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