Disonorare la guerra: oltre il mito della deterrenza, verso una sicurezza comune sempre più disarmata
Disonorare la guerra: oltre il mito della deterrenza, verso una sicurezza comune sempre più disarmata
di Laura Tussi
Il presente saggio intende mettere in discussione il paradigma dominante della deterrenza armata, evidenziandone le contraddizioni etiche, politiche e antropologiche. Attraverso un percorso di analisi che intreccia filosofia politica, studi sulla pace e sociologia della nonviolenza, emerge la necessità di un cambiamento radicale: il superamento della logica fondata sulla minaccia reciproca e la costruzione di una sicurezza comune fondata sulla cooperazione multilaterale, sulla diplomazia preventiva e su una trasformazione culturale dei modelli di convivenza globale.
La necessità epistemologica ed etica di “disonorare” la guerra
L’espressione “disonorare la guerra” non rappresenta soltanto un auspicio morale o una semplice invocazione pacifista, ma costituisce un imperativo politico e culturale. Per secoli, soprattutto nella tradizione occidentale, il conflitto armato è stato circondato da una narrazione che lo ha presentato come inevitabile, talvolta persino come portatore di valori eroici e fondativi. La guerra è stata descritta come estrema ratio della politica, strumento di affermazione della sovranità statuale e prova ultima della fedeltà alla comunità nazionale.
Tuttavia, l’avvento dell’era nucleare, insieme alla crescita dei rischi globali e delle interdipendenze planetarie, ha reso questa visione non soltanto anacronistica, ma profondamente pericolosa. In un mondo in cui un conflitto può assumere dimensioni incontrollabili e coinvolgere l’intero pianeta, la guerra non può più essere considerata uno strumento ordinario della politica internazionale.
Disonorare la guerra significa quindi sottrarla alla retorica celebrativa e riconoscerla per ciò che realmente è: una sconfitta della ragione politica, una tragedia umana e una devastazione ambientale. Questo implica mettere in discussione i fondamenti dell’architettura della sicurezza internazionale contemporanea, a partire dal principio della deterrenza.
Il fallimento strutturale del mito della deterrenza
La deterrenza, soprattutto nella sua dimensione nucleare, si fonda su un paradosso profondo: garantire la pace attraverso la possibilità della distruzione totale. L’equilibrio del terrore, espresso storicamente dalla dottrina della Mutually Assured Destruction (MAD), ha affidato la sopravvivenza dell’umanità alla presunta razionalità degli Stati e all’affidabilità di sistemi tecnologici complessi.
Questo modello, tuttavia, presenta fragilità strutturali evidenti. La sicurezza fondata sulla minaccia permanente rimane esposta all’errore umano, ai malfunzionamenti tecnologici, agli attacchi informatici e agli eventi imprevedibili che possono sfuggire al controllo politico e militare.
Dal punto di vista filosofico, la deterrenza non elimina il conflitto, ma lo congela all’interno di una condizione permanente di ostilità. Essa mantiene la violenza come possibilità ultima e legittimata della relazione internazionale, impedendo la costruzione di un diverso paradigma fondato sulla fiducia, sulla cooperazione e sulla prevenzione.
A ciò si aggiunge una conseguenza economica e sociale di enorme portata: le immense risorse destinate agli apparati militari vengono sottratte agli investimenti necessari per affrontare le grandi sfide dell’umanità, dalla sanità pubblica all’istruzione, dalla lotta alle disuguaglianze alla transizione ecologica. Conservare arsenali capaci di distruggere più volte il pianeta mentre gli ecosistemi sono sottoposti a una crisi senza precedenti rappresenta una delle più evidenti contraddizioni del nostro tempo.
Verso la sicurezza comune: superare la logica della somma zero
Di fronte ai limiti della deterrenza, il pensiero politico contemporaneo deve orientarsi verso il paradigma della sicurezza comune. Elaborato anche attraverso il lavoro della Commissione indipendente sul disarmo e la sicurezza internazionale presieduta da Olof Palme negli anni Ottanta, questo concetto mette in discussione l’idea secondo cui la sicurezza di uno Stato possa essere costruita attraverso l’insicurezza degli altri.
In una società globale interdipendente, nessun Paese può garantire stabilmente la propria sicurezza isolandosi o accumulando strumenti di distruzione. La sicurezza è un bene condiviso: o l’umanità costruisce condizioni comuni di stabilità e cooperazione, oppure i rischi globali finiranno per coinvolgere tutti.
La costruzione di una sicurezza comune e disarmata richiede almeno tre direttrici fondamentali.
La prima riguarda il rafforzamento delle istituzioni internazionali e del diritto multilaterale, affinché possano operare in modo efficace, democratico e imparziale nella prevenzione e nella risoluzione delle controversie.
La seconda riguarda un percorso reale di disarmo progressivo, verificabile e vincolante, che non si limiti al contenimento della proliferazione nucleare, ma punti alla progressiva eliminazione degli arsenali atomici e a un controllo rigoroso del commercio delle armi convenzionali.
La terza riguarda il ruolo centrale della diplomazia preventiva e della mediazione dei conflitti. Le risorse economiche e politiche devono essere indirizzate non soltanto alla gestione delle guerre, ma soprattutto alla loro prevenzione attraverso strumenti sociali, economici e diplomatici.
La trasformazione culturale e le pratiche della nonviolenza
Nessun nuovo modello di sicurezza potrà affermarsi senza una profonda trasformazione culturale. Disonorare la guerra significa anche mettere in discussione la cultura della militarizzazione che attraversa il linguaggio pubblico, gli immaginari collettivi e spesso gli stessi percorsi educativi.
I movimenti pacifisti e gli studi sulla nonviolenza offrono una prospettiva alternativa, fondata sulla cura, sull’empatia, sulla solidarietà e sulla tutela dei beni comuni globali. La nonviolenza non rappresenta passività o rinuncia, ma una pratica politica capace di affrontare i conflitti attraverso strumenti diversi dalla sopraffazione e dalla distruzione.
La pace non coincide con la semplice assenza di guerra. È un processo dinamico che richiede giustizia sociale, rispetto dei diritti umani, equilibrio ambientale e cooperazione tra i popoli. L’obiezione di coscienza, il servizio civile internazionale, l’impegno per i diritti umani e le pratiche di solidarietà globale costituiscono esperienze concrete di una cittadinanza planetaria alternativa alla logica della forza.
Riconoscere la dignità irriducibile di ogni persona e la vulnerabilità condivisa della Terra rappresenta il passaggio fondamentale per emancipare l’umanità dalla cultura della violenza. Solo così sarà possibile costruire un futuro nel quale la guerra non venga più celebrata o giustificata, ma definitivamente riconosciuta per ciò che è: una tragedia da prevenire, una pratica da superare, una pagina della storia da consegnare al passato.
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