Quanto pesa sulle nostre tasche l'economia di guerra

La CNA stima intorno ai “5,8 miliardi il maggiore costo di benzina e gasolio nel semestre”[1] poc'anzi menzionato. Il che non può non incidere sulla salute delle imprese, soprattutto di quelle dalle piccole e medie dimensioni. Ma ha un impatto ancor più forte sui bilanci familiari. Si pensi solo al fatto che, coloro che appartengono ai ceti basso e medio-basso, da almeno un trentennio vedono una costante erosione del potere d'acquisto dei loro salari e delle loro pensioni.



 Se si fa riferimento al mese di luglio, si registrano prezzi medi di “1,908 euro al litro per la benzina e 2,027 euro per il gasolio”[2]. Al riguardo, si deve tener presente che il consumo di gasolio per autotrazione si è ridotto, ma ciò non ha inciso sul suo prezzo.

In sostanza, i dati statistici – anche quando vengano forniti dalla parte imprenditoriale – entrano in rotta di collisione con la narrazione dei media mainstream.

La stessa che non ci informa sull'aiuto militare a Kiev, da tempo trasformatosi in un colossale business, tale da comportare un'infinita quantità di commesse per l'industria bellica europea. Se nei primi mesi di conflitto si inviavano quasi esclusivamente armi già in dotazione ai vari eserciti continentali, a partire dal 2024 la situazione è radicalmente mutata. Portando a “due terzi” gli “aiuti militari inviati in Ucraina (…) direttamente dalle industrie della difesa”[3]. Lo specifica Cosimo Caridi in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 25 agosto del 2026. In cui si sottolinea che, dal principio del conflitto al giugno dello scorso anno, “i Paesi europei hanno destinato almeno 35,1 miliardi di euro di aiuti militari a commesse per l’industria della difesa”[4]. Ma forse l'elemento più rilevante dello scritto è quello concernente i meccanismi di finanziamento e il sistema dei rimborsi, sostenuto con fondi pubblici.

Al riguardo, viene citato l'European Peace Facility, uno strumento fuori bilancio che l'Ue ha avviato nel marzo del 2021. In base ad esso, i vari paesi dell'UE possono  “chiedere alle istituzioni un rimborso per i sistemi d’arma inviati a Kiev”[5]. Sin qui, l'Unione ha già messo a disposizione 6,4 miliardi di euro, ma le istanze di rimborso sono già  arrivate a 43 miliardi, dunque sette volte tanto.

Ancor più interessanti, sono i concreti esempi forniti da Caridi. Uno arriva dalla prima potenza industriale europea e vede protagonista l'Agenzia Federale Tedesca per gli Acquisti Militari. La quale, nel 2023, “ha firmato con la Diehl Defence un contratto per 1280 missili Iris-t. Il finanziamento, oltre 100 milioni di euro, è arrivato attraverso un capitolo di spesa che non pesa sul bilancio della Difesa, perché appositamente segnalato come rimborso per spese fatte per sostenere l’Ucraina”[6].

Come sottolinea l'autore, tale meccanismo è stato ripetuto in altre occasioni. E procedure analoghe sono state adottate da vari paesi del cosiddetto blocco occidentale. Per questa via, si è continuato ad alimentare la guerra, nello stesso tempo avvantaggiando le più rilevanti industrie belliche. Il più clamoroso caso di aumento del volume d'affari legato al conflitto russo-ucraino ci porta ancora in Germania, riguardando la Rhein Metall. Per non dire di altre imprese tedesche, non paragonabili per fatturato ma in ogni caso di notevoli dimensioni come la già citata Diehl Defence, Hensoldt e Renk.

Ora, in quel paese chi mette in discussione il coinvolgimento nella guerra in Ucraina lo fa anche su basi economiche. Forse non a torto, ma se il sistema nel suo complesso risente negativamente della rottura con la Russia, alcuni suoi settori – a partire dall'industria bellica – stanno traendo nuova linfa dalla tragedia in corso.

Lo stesso si può dire per gli altri colossi europei della industria della guerra, dalla francese Thales al consorzio Mbda, il maggiore, in Europa, in relazione alla costruzione di missili e tecnologie per la difesa, Ma l'elenco è lungo, comprendendo l'antico  Czechoslovak Group e naturalmente Leonardo, italianissima e potentissima società per azioni a controllo pubblico.

Insomma, la guerra presenta un conto diverso a seconda dei contesti e dei soggetti. Laddove si dispiega direttamente, produce lutti su lutti. E porta – come sta avvenendo sia in Russia sia in Ucraina – un numero crescente di soldati alla più estrema demotivazione.

Nei paesi che ne sono coinvolti in forme diverse, determina un ulteriore impoverimento dei ceti medio-bassi e dei salariati.

Ma per i produttori di armi l'aumento dei profitti è addirittura esponenziale. Tanto da spingerli a far pressione sui propri paesi di riferimento, affinché continuino irresponsabilmente a soffiare sul fuoco dei conflitti in corso.

 



[1]Quasi 12 miliardi il conto energetico della guerra in Iran, in https://www.cna.it/quasi-12-miliardi-il-conto-energetico-della-guerra-in-iran/.

[2]Ibidem.

[3]Cosimo Caridi, Tra fondi europei e rimborsi: così  I colossi bellici in quattro anni hanno aumentato I fatturati, il Fatto  Quotidiano, 25 agosto 2026.

[4]Ibidem.

[5]Ibidem.

[6]Ibidem.


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