La scuola si svaluta perché è stato svalutato il lavoro
La scuola si svaluta perché è stato
svalutato il lavoro
Scuola, lavoro, sapere e orientamento sindacale
di Stefano C. cub Torino lavorando nella scuola, difficilmente si
riesce a sfuggire alla netta impressione, che solo a volte riesce a farsi piena
consapevolezza, del suo declino. Il senso comune. tende normalmente ad
attribuirlo alla perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità,
dividendosi poi, abbastanza prevedibilmente, nell'individuazione dei colpevoli
di questa decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le
riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.
Sarebbe forse più interessante, al posto
di questa disputa da cortile, interrogarsi sul rapporto tra il declino
dell'istituzione scolastica e l'affermazione di una società nella quale il
principio organizzativo di ogni aspetto della vita è sempre più costituito
dalla logica del mercato, del profitto, della competizione e della
finanziarizzazione.
La domanda, allora, può essere
rovesciata: perché una società dovrebbe riconoscere autorevolezza a
un'istituzione alla quale ha progressivamente sottratto una funzione culturale
autonoma?
Ciò che il sistema produttivo richiede
oggi alla scuola non è, in primo luogo, la formazione di persone dotate di un
sapere ampio e articolato, ma la produzione di lavoratrici e lavoratori
adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente
alle trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto meno
incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano il senso e
l'organizzazione complessiva della realtà nella quale sono chiamate a operare.
In questo quadro, un sapere solido,
disciplinare o meno, rischia di apparire non soltanto inutile, ma persino
dannoso. Il sapere, quando non si riduce al possesso di informazioni o di
abilità immediatamente spendibili, permette infatti una maggiore comprensione
dei fenomeni sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in
discussione l'ordine esistente.
Non viene trasformato soltanto ciò che si
insegna. Cambia contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i
docenti diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti
clienti di un'agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati.
Entrambi perdono autonomia all'interno di una macchina fortemente tecnicizzata,
nella quale acquistano centralità procedure, protocolli, certificazioni,
indicatori e griglie.
È in questo contesto che andrebbe
affrontata anche la questione delle competenze, diventata uno dei bersagli
classici dello scontento docente.
Il paradigma delle competenze era
faticosamente emerso anche dal tentativo di superare le macerie polverose della
scuola liberale e gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e
capace di funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L'idea che
conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si conosce,
mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla comprensione di
situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.
Il problema, quindi, non è che le
competenze abbiano sostituito le conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le
competenze quanto le conoscenze sono state trasformate.
Un paradigma costruito anche nel
tentativo di superare un modello scolastico classista ed escludente è stato
progressivamente piegato alla costruzione di una scuola che esegue protocolli e
compila griglie. La competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il
sapere per comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di
fornire una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze
vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro immediata
spendibilità.
Per questo fare delle competenze il
nemico rischia di essere una comoda scorciatoia. Significa attribuire a un
paradigma pedagogico una trasformazione che ha invece radici materiali molto
più profonde. E rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola
precedente che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva,
classista ed escludente.
La contrapposizione tra scuola delle
conoscenze e scuola delle competenze finisce così per nascondere il problema
invece di chiarirlo. Una conoscenza può costituire uno strumento di
emancipazione, ma può anche essere il capitale culturale attraverso il quale
una scuola selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può
significare autonomia nell'uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire
efficacemente un compito assegnato.
La questione decisiva è un'altra: quale
funzione sociale attribuiamo al sapere?
Quando il sapere viene subordinato alle
necessità immediate del sistema produttivo, il costrutto delle competenze perde
la propria capacità di mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle
conoscenze e diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è
una scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio
nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo nel
tentativo di superarla.
È un quadro scarsamente rimediabile
dall'interno dell'istituzione scolastica. La trasformazione della figura
docente in esecutore di procedure e di quella studentesca in cliente di
un'agenzia formativa ha sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole
in una macchina nella quale l'autonomia viene progressivamente sostituita dalla
conformità alle procedure.
Per questa ragione, la domanda di una
formazione più complessa e articolata non può provenire soltanto dalla scuola.
Può nascere solo da una necessità sociale più complessiva.
Ed è qui che il problema diventa
inevitabilmente anche sindacale.
Il problema non è soltanto difendere le
lavoratrici e i lavoratori della scuola. È capire da che cosa dobbiamo
difenderli. Perché una stessa condizione materiale – salari bassi, perdita di
autonomia, burocratizzazione crescente, svalutazione professionale – può
produrre interpretazioni politiche molto diverse.
La frustrazione di chi lavora nella
scuola può tradursi nella richiesta di maggiore autorità, nel rimpianto per una
scuola più selettiva, nell'insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto
delle competetenze, dell'inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica
identificata con il declino dell'istituzione. È una reazione comprensibile di
fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma trasformare questa
reazione in una prospettiva sindacale significherebbe scambiare ancora una
volta gli effetti per le cause.
Un sindacato può rivendicare lo status
perduto di una professione oppure rivendicare potere per chi quella professione
esercita. Non sono la stessa cosa.
Nel primo caso si chiederanno prestigio,
autorità, riconoscimento sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo
salario e riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla
riduzione della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo
necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla possibilità di
decidere collettivamente sull'organizzazione della scuola e al rifiuto della
sua riduzione ad agenzia di addestramento alle necessità del mercato.
Come mi è già capitato di scrivere, la
figura docente non può pensare alla trasformazione del proprio ruolo e, più
prosaicamente, all'aumento del proprio reddito in forma corporativa,
estraniandosi dalla società nella quale svolge il proprio lavoro.
La condizione materiale del lavoro
docente non è infatti separabile dal valore che una società attribuisce alla
formazione e, ancora più a monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema
produttivo richiede.
Un sistema economico che fa largo
affidamento su lavoro povero, flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha
poco interesse a garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e
complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca automaticamente
bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma perché
un'organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale di
lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità, disponibilità e
competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno bisogno di autonomia
culturale e della capacità di interrogare criticamente l'organizzazione nella
quale si è inseriti.
Il rapporto causale, allora, va forse
letto anche nella direzione opposta a quella abituale. Non è soltanto la
svalutazione della scuola a produrre la svalutazione del lavoro docente. È la
svalutazione generale del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro
e, di conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.
I dati aiutano a dare una misura
materiale del fenomeno. Secondo l'OCSE, nei paesi che ne fanno parte gli
stipendi effettivi degli insegnanti della scuola primaria e secondaria si
collocano mediamente tra l'83 e il 91 per cento dei redditi dei lavoratori con
un analogo livello di istruzione. In Italia il divario è assai più marcato:
nella scuola secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i
54 anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un
lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre dal
2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono cresciuti in
termini reali mediamente del 14,6 per cento nell'area OCSE, in Italia sono
diminuiti del 4,4 per cento.*
A quel punto non dovrebbe stupire che la
scelta di lavorare nella scuola venga sostenuta soprattutto dalla passione per
il lavoro educativo o, più prosaicamente, dalla mancanza di alternative
migliori.
Ma proprio qui la questione smette di
essere soltanto salariale e, soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.
Se si vuole restituire valore economico e
sociale al lavoro di chi insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il
valore sociale di ciò che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è
decidere se la scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità
contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo nel quale
vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente sulla realtà.
Per un sindacato di base questo
significa, credo, assumere fino in fondo una scelta: essere il sindacato di una
professione che rivendica il proprio status oppure essere un sindacato del
lavoro che agisce nella scuola.
La battaglia per il salario e per le
condizioni di lavoro nella scuola non può quindi essere separata dalla
battaglia per salari più alti, maggiore autonomia e maggiore capacità
contrattuale dell'insieme del lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere
con la nostalgia per una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo
le appartenenze sociali.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe
ripartire quando parliamo del declino della scuola. Non chiedendoci
semplicemente come restituire autorità agli insegnanti o come restaurare la
scuola di un tempo. La domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno
di una scuola autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di
produrre non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado
di comprendere criticamente l'ordine esistente e, quando necessario, di
immaginarne uno diverso.
* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle
retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori con
istruzione terziaria.
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