Perchè la nozione di duale è superata. La trasparenza specchietto per le allodole delle anime candide mentre ormai la militarizzazione domina ogni sfera della società

 Non è la prima volta, e non sarà l'ultima, che ai cittadini venga negato il diritto di accesso a informazioni vitali che riguardano il nostro territorio.



Anche la trasparenza degli atti, l'obbligo di pubblicazione sui siti istituzionale è facilmente aggirabile dalla mera esistenza di siti complessi dove trovare documenti diventa impresa ardua, talvolta non bastano conoscenze diffuse di diritto e di informatica per raggiungere dati pubblicati ma in modo e maniera che risultino al contempo quasi inaccessibili.

Semplice constatazione che parte da un presupposto: è una posizione arretrata oggi quella di invocare la trasparenza degli atti senza contestare alla radice l'obbligo di riservatezza, i principi di segretezza che poi nei luoghi di lavoro si trasformano nell'obbligo di correttezza e buona fede che tradotti in termini comprensibili potremmo definire di cieca obbedienza. Se fossimo seri e concreti prenderemmo atto che il vero errore è rappresentato dal non avere contrastato tanti licenziamenti, trasformati in episodi disciplinari o dati in pasto agli avvocati per cause che si concludono per lo più con insuccessi o indennizzi, è stato un errore politico che ha determinato rapporti di debolezza nel corpo sociale e in ambito sindacale.

Da anni assistiamo impotenti, e divisi, al licenziamento di lavoratori e delegati che hanno svolto coerentemente il loro lavoro sindacale o hanno risposto a principi etici e morali denunciando situazioni interne ai luoghi di lavoro aventi ripercussioni negative sui servizi pubblici, sulla cittadinanza tutta. Ci si accontenta di un comunicato stampa ma poi si vive nella illusione che la situazione cambi quando invece va deteriorandosi.

Per circoscrivere il ragionamento al tema della guerra potremmo menzionare quanto accaduto con il trasporto di armi sui territori, le richieste di trasparenza si sono scontrate con i silenzi dei Sindaci e la citazione dei codici penali che puniscono con anni di carcere chiunque sveli dei segreti militari mettendo a rischio la sicurezza pubblica. Se sei in un ateneo dove mancano si soldi per le borse di studio, se nulla fai per contrastare l'impoverimento dell'università pubblica, potrai essere credibile nel contrastare i finanziamenti privati, magari di fondazioni legate alla produzione di armi? 

A giovani che non hanno i laboratori dove effettuare ricerca hai qualcosa da proporre? E' una domanda volutamente provocatoria per non dormire sugli allori, per non accontentarci di categorie astratte come lo sdegno, la moralità o il pacifismo integrale (ci sono autrici e autori che da 30 anni scrivono sempre gli stessi articoli invocando il rispetto della Costituzione che non ha impedito la guerra in Somalia, nei Balcani o in Libia).

Si capovolge la realtà, non minacciano la sicurezza i trasporti di armi sui territori pieni di cittadini ma la minaccia arriva invece dalla richiesta di informazioni sul trasporto stesso e dalla eventuale divulgazione di notizie. Ci sono azioni di contrasto contro i codici penali e militari che finiscono con l'imbavagliare le eventuali proteste sociali?  Ovviamente no!

Se non prendiamo atto di questa realtà si finisce con il diventare le classiche mosche cocchiere del capitale, si pensa di compiere un atto rivoluzionario chiedendo trasparenza quando poi non si aggredisce l'obbligo di fedeltà aziendale e di riservatezza, quando si subisce passivamente l'utilizzo delle infrastrutture civili ad uso militare, si fa come chi urla "Insorgiamo" e poi non muovono foglia.

E' avvenuto nei giorni scorsi, la notizia arrivata da fonte anonima che documentava un carico o scarico di armi all'aeroporto di Pisa, la Cub (ma perchè gli altri sindacati sono stati silenti?) ha chiesto all'Enac chiarimenti e un incontro, non è dato sapere quanto denunciato da varie associazioni e realtà sia avvenuto nell'area civile o in quella militare che poi confinano nell'arco di poche centinaia di metri. Non sarebbe del resto la prima volta che  giunge notizia di un trasporto di armi, sapere con chiarezza cosa è avvenuto dovrebbe essere una esigenza primaria anche per denunciare le condizioni di totale insicurezza in cui gli addetti operano. Esigere chiarezza dalle autorità locali dovrebbe essere scontato, eppure tante realtà sono state silenti.

Anche in questo caso, come quando parliamo di ferrovie, l'uso delle aree civili per scopi militari è ormai passato, parte integrante della economia di guerra che non opera distinzione alcuna tra civile e militare rendendo ormai obsoleta la stessa nozione di duale.

Quando si parla di israelizzazione della società intendiamo non solo l'aumento degli organici dell'esercito, la suggestione di dare vita a una riserva che annualmente venga selezionata e richiamata per addestramento ma si parla di un complesso industriale, tecnologico e di ricerca che lavora a singole componenti non riconducibili ad un sistema di arma. E' questa la realtà con la quale si evita di fare i conti, con il militare che si è impossessato del civile.

E qui veniamo alla richiesta di dati sui traffici di armi nel porto di Ravenna con l’Avvocatura dello Stato che  parla di una «guerra mondiale a pezzi e ibrida», della necessità di salvaguardare la sicurezza nazionale . Stesso copione descritto sopra, la richiesta di informazioni si scontra con un muro gomma e un sistema omertoso che la mancata informazione giustifica citando codici penali e militari, con le dichiarazioni ministeriali delle molteplici e diverse minacce alla nostra sicurezza.

Siano sufficienti questi elementi, non siamo in possesso della risposta della Avvocatura generale dello Stato e sarebbe interessante pubblicassero il testo integralmente (sempre che non sia secretato) 

La giornalista Linda Maggiori aveva avanzato una semplice richiesta ossia sapere quantità e caratteristiche dei materiali d’armamento transitati nel 2025 attraverso il porto di Ravenna, se il TAR dell’Emilia-Romagna aveva riconosciuto il diritto di accedere agli atti, l'Avvocatura dello Stato ha detto invece che certe informazioni  metterebbero in pericolo la nostra sicurezza e per questo non vanno divulgate, di conseguenza lavoratori e cittadini dovranno mettersi l'anima in pace e subire passivamente quanto avviene sotto i loro occhi? 

Siamo davanti a un problema di mancata trasparenza o di involuzione dello stato democratico? La governance attraverso legislazioni emergenziali e  repressive, la militarizzazione di ambiti civili per non rendere conto alla cittadinanza della piena e attiva partecipazione italiana al sistema di guerra. La questione va posta nei termini giusti ossia cosa pensiamo di fare davanti al sistema di guerra che ormai trasforma le ferrovie e i porti in infrastrutture vitali per il trasporto di armi e per dare forza al complesso militare tecnologico e manifatturiero?

L'Italia è quindi in guerra se teme che potenze straniere possano comprendere il ruolo «strategico» del porto di Ravenna per gli interessi nazionali, stesso discorso vale per il trasporto di armi lungo le ferrovie o nei corsi d'acqua o attraverso gli aeroporti.

Il nostro Paese è quindi dentro la logica e gli interessi di guerra, il civile è risucchiato nella macchina logistica militare.  E i sindacati? Meglio si occupino dei contratti senza disturbare il manovratore o invocando solo la trasparenza degli atti e la loro accessibilità, una posizione tanto arrendevole quanto vana che sa molto di campo largo o di mero opportunismo di chi non vuole il campo largo ma pensa di essere al centro del mondo. La militarizzazione della società isola e criminalizza in partenza chiunque voglia chiarezza e trasparenza, anzi la trasparenza stessa viene ritenuta un lusso intollerabile nei tempi attuali. E questa criminalizzazione isola in partenza chiunque non accetti la situazione attuale, ne limita l'azione di denuncia e l'agibilità politica, sociale e sindacale. Ogni ragionamento deve partire da qui altrimenti si diventa nel tempo più realisti del re.

Non solo si allarga il segreto ma il segreto diventa parte essenziale per il nostro quieto vivere (da qui domandarsi come l'Italia si impossessi dei metalli rari appare come una rivendicazione inattuabile perchè stride con gli interessi nazionali e l'obbligo del silenzio). Non solo si restringe l’accesso alle informazioni ma si minaccia il dissenso e la opposizione con i codici penali rispetto ai quali non esiste critica di sorta, da qui la cieca obbedienza e la tacita accettazione dello status quo.

La militarizzazione non riguarda solo il rapporto tra civile e militare ma le nostre stesse esistenze, la mera trasparenza degli atti è una categoria abusata e inadeguata a far comprendere quali siano i nostri compiti


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