venerdì 20 luglio 2018

COMPETITIVITA', INNOVAZIONE, INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA

COMPETITIVITA', INNOVAZIONE, INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA

 di Franco Astengo

Il nodo della presidenza della Cassa Depositi e Prestiti sta assumendo l’aspetto di una vera e propria “questione dirimente” all’interno dello schieramento di governo.
In ballo pare esserci la volontà della maggioranza Lega – M5S di tentare (riassumo semplificando sulla base di letture giornalistiche) di utilizzare la CDP (5 miliardi di depositi postali) quasi come una “Nuova IRI” o meglio come una “IRI 4.0” per sviluppare una nuova stagione di intervento pubblico in economia, inaugurata con l’acquisizione del 4,9% di Telecom attuata per fermare la scalata di Vivendì e che proseguirebbe con l’acquisizione della maggioranza della super- dissestata Alitalia.
Sarebbe il caso, a questo proposito, di ricostruire accuratamente la storia dell’IRI, almeno nel secondo dopoguerra: non mancheranno occasioni in questo senso.
Per adesso, invece, sarà il caso di limitarci all’idea di intervento pubblico in economia così come questo potrebbe essere proposta nell’attualità.
Attualità molto diversa da quando il tema fu proposto (e bloccato) all’epoca del primo centrosinistra e dell’avvio del “miracolo economico”.
Il quadro generale di riferimento oggi è tracciato, da un lato dalla strategia dei dazi da parte degli USA e dalla continuità delle regole di “austerità” dettate dall’UE, a fronte di una complessità del mercato internazionale che presenta fortissimi squilibri strutturali anche da parte di quei paesi che si ritenevano emergenti e che avrebbero dovuto funzionare da nuovi riferimenti complessivi.
Si tratta di fattori decisivi che ci richiamano a una necessità di un livello strategico tale attraverso il quale fronteggiare questa fase di fuoriuscita dallo schema della cosiddetta “globalizzazione” così come questo fenomeno si era evidenziato nell’ultimo decennio, a livello planetario.
L’Europa impostata su di una logica strettamente monetarista è ancora in una situazione di deficit (che appare a prima vista incolmabile) sui rispettivi piani nazionali e subisce, forse più di altre parti del mondo, l’impatto di questo stato di cose e si trova di fronte alla contesa tra identità e globalismo (ben oltre il tema dei migranti, dominante soltanto per i media e sul piano propagandistico dell’ultradestra nazionalista).
Intanto, mentre si verificano questi imponenti spostamenti di capitale, la condizione materiale dei lavoratori peggiora e la situazione economica complessiva dell’Unione Europea appare in una situazione di arretramento complessivo sicuramente non certificata dalle percentuali di crescita o di decrescita del PIL dei rispettivi Paesi
L’Italia si trova in una situazione d’incapacità di difesa del proprio residuo patrimonio economico soprattutto perché si trova di fronte ad uno specifico intreccio perverso tra politica ed economia che finisce con il paralizzare scelte di fondo che sarebbero necessarie, soprattutto dal punto di vista dell’intervento del pubblico sia sul piano degli investimenti che della gestione in un quadro complessivo d’insufficienza grave anche dal punto di vista della realtà finanziaria(pensiamo alle difficoltà del sistema bancario, stretto anche dalla “questione morale”) e delle infrastrutture.
Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una crisi strutturale che condiziona l'economia del Paese e non si riesce a varare un’efficace programmazione economica, all'interno della quale emerga la capacità di selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo.
Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva, ideati nel corso degli ultimi vent'anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito.
Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit di innovazione e di ricerca.
Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario rivedere il concetto di intervento pubblico in economia: un concetto che, forse, richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di tutte le tangenti”.
Oggi si tratta di riconsiderare l'idea dell'intervento pubblico in economia; non basta (anzi appare pericolosa) l’idea di usare la CDP come salvadanaio per acquisire quote di società già pubbliche poi privatizzate e adesso in totale dissesto.
Si evidenzia così un’assoluta mancanza di strategia.
Emerge, infatti, la consapevolezza di dover finanziare l'innovazione produttiva: è questo il nodo di fondo di un possibile rinnovamento della capacità di intervento pubblico in economia.
Mentre il mercato internazionale si specializzava nei beni di investimento e intermedi, con alti tassi di crescita, l'Italia si specializzava nei beni di consumo, con bassi tassi di crescita.
Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito) i paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale.
Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all'intervento diretto del settore pubblico ed è questo il vero elemento di squilibrio all’interno dell’UE mentre l'Italia è rimasta al palo nel campo dell'innovazione rinunciando anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, nell'informatica, nell'elettronica, nella chimica, addirittura nell’agroalimentare. Queste sono state le responsabilità dirette e comuni di centro – destra, centro – sinistra, tecnici, larghe e piccole intese avvicendatesi al governo del Paese tra il 1992 e il 2018.
Si è così’aperta l’involuzione del sistema, fino al distacco totale di interi settori sociali e all’acquisizione della maggioranza da parte di soggetti fondati, da una parte sul semplice schematismo dell’odio razziale (cresciuto fortemente a livello di massa) e dall’altro sull’improvvisazione e la pura sete di potere.
Se si vuol pensare all’intervento pubblico in economia occorre affermare con grande chiarezza che l’approccio dato, in questo senso, alla questione di CDP è – perlomeno – sbagliato (ci sarebbe da dire anche colpevole, perché è colpevole pretendere di governare soltanto sulla base di slogan).
L’intervento pubblico in economia necessita prioritariamente di programmazione e di capacità di gestione e, in questo momento, va rivolto prioritariamente, alla capacità di finanziamento e di regolazione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l'Università, in primis, L'Enea, il CNR, le grandi utilities, le infrastrutture, al punto di far pensare a una proposta della costituzione di un’Agenzia per la ricerca e la programmazione pubblica.
Si tratta di rilanciare un intervento pubblico in economia in grado di stabilire criteri vincolanti di collaborazione anche con imprese miste, nel cui quadro interventi di finanziamento siano collegati alla generazione di processi di alta ricaduta industriale e al perseguimento di precisi obiettivi di crescita occupazionale, nei settori avanzati e non tradizionali.
Si delineerebbe così un processo lungo e difficile, il cui presupposto dovrebbe essere quello di non affidarsi al mercato e ai suoi meccanismi, prevedendo una capacità di intervento del pubblico, sia sotto l'aspetto della programmazione, che della correzione degli indirizzi generali.
L’idea dell’intervento pubblico, della programmazione, della gestione si pone naturalmente, come accennato all’inizio, in diretta relazione con il quadro internazionale e – in specifico – con il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea, nella necessità di rompere la gabbia monetarista.
Sarebbe il caso di discuterne sul serio, fuori dalle improvvisazioni e dai propagandismi.

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