Basta barbarie, basta guerra

 Dalla barbarie alla responsabilità: per una politica della nonviolenza nell’età della guerra permanente  

di Laura Tussi


L’epoca contemporanea è attraversata da una contraddizione profonda. Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, la comunità internazionale aveva cercato di costruire istituzioni, norme e strumenti giuridici capaci di prevenire nuovi conflitti su larga scala. L’Organizzazione delle Nazioni Unite e il sistema di diritto internazionale nati nel secondo dopoguerra avevano l’obiettivo di sottrarre la politica alla legge della forza e di fondarla su regole condivise, sulla cooperazione e sulla tutela dei diritti umani. Oggi quella promessa appare sempre più fragile e messa in discussione.

Il ritorno della guerra come norma

Negli ultimi anni il mondo ha assistito a una nuova stagione di guerre e tensioni che coinvolgono diverse aree del pianeta. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha riportato la guerra di aggressione nel cuore dell’Europa, riaprendo scenari che sembravano appartenere al passato. Il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas contro civili israeliani ha rappresentato un atto di violenza efferato e ingiustificabile. La successiva offensiva militare del governo israeliano nella Striscia di Gaza, con la devastazione di intere aree e un numero altissimo di vittime civili, ha sollevato interrogativi profondi sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nel frattempo le tensioni in Medio Oriente coinvolgono anche Libano, Iran e gli Stati Uniti, alimentando il rischio di un conflitto regionale più ampio. A questi scenari si aggiungono altri conflitti spesso meno visibili ma altrettanto drammatici, come quelli che attraversano diverse regioni dell’Africa, oltre alla crescente militarizzazione dei rapporti internazionali tra grandi potenze.

Parallelamente si diffondono pratiche come gli omicidi mirati, il riarmo generalizzato e l’uso sempre più disinvolto di tecnologie militari avanzate. Anche il linguaggio pubblico sembra essersi progressivamente indurito, con narrazioni che disumanizzano l’avversario e riducono la complessità dei conflitti a contrapposizioni assolute. Le istituzioni multilaterali appaiono spesso indebolite e incapaci di incidere in modo efficace sulle crisi. In questo contesto la guerra, da extrema ratio della politica, rischia di tornare a essere uno strumento ordinario delle relazioni internazionali.

Questa regressione non rappresenta soltanto una crisi geopolitica. È anche, e soprattutto, una crisi morale e giuridica dell’idea stessa di civiltà politica.

La crisi del diritto internazionale e la logica della forza

Il diritto internazionale moderno si fonda su alcuni principi fondamentali. Il primo è il divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati, salvo il caso della legittima difesa. Il secondo riguarda la tutela della popolazione civile anche durante i conflitti armati, attraverso norme che regolano la condotta delle ostilità e che cercano di limitare la violenza.

Quando guerre di aggressione, punizioni collettive o bombardamenti indiscriminati diventano pratiche tollerate o giustificate, non viene infranta soltanto una norma giuridica. Viene messo in discussione un principio più profondo: l’idea che la vita umana abbia un valore indisponibile e che esistano limiti invalicabili anche nelle situazioni di conflitto.

Il progressivo indebolimento delle istituzioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, produce effetti che vanno oltre i singoli scenari di guerra. Se il diritto perde autorevolezza e capacità di applicazione, gli Stati tendono a muoversi sempre più secondo logiche di potenza. Si apre così una competizione generalizzata in cui prevale chi dispone di maggiore forza militare, economica o tecnologica.

In termini filosofici, questa situazione richiama la descrizione che Thomas Hobbes dava dello stato di natura come una condizione di conflitto permanente, una sorta di guerra di tutti contro tutti. In un mondo che possiede arsenali nucleari e che è già attraversato da crisi ambientali profonde, questa prospettiva non è soltanto ingiusta. È anche potenzialmente catastrofica per la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Responsabilità personale e principio di nonviolenza

Di fronte a questo scenario la questione non riguarda soltanto la strategia politica o militare. Riguarda anche la responsabilità morale delle persone e delle società. Ogni individuo è chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle proprie scelte. L’obbedienza acritica, la delega totale ai governanti e l’assuefazione alla propaganda possono trasformarsi in forme di corresponsabilità morale.

Il principio della nonviolenza, elaborato e praticato in forme politiche moderne da figure come Mahatma Gandhi e Martin Luther King Jr., rappresenta una possibile alternativa a questa deriva. La nonviolenza non coincide con la passività o con l’indifferenza di fronte alle ingiustizie. Al contrario, implica una forma di conflitto che mira a trasformare le relazioni senza ricorrere alla distruzione dell’avversario.

Essa si fonda sull’ascolto dell’altro e sul riconoscimento della sua dignità, sull’esercizio del dubbio e della critica pubblica, sulla pratica del dire la verità anche quando è scomoda per il potere. In alcune situazioni può tradursi anche nell’obiezione di coscienza di fronte a leggi o ordini percepiti come ingiusti.

La nonviolenza cerca di sottrarre legittimazione morale alla violenza, mostrando le sue contraddizioni e mobilitando la coscienza pubblica. Il suo obiettivo non è annientare l’avversario, ma creare le condizioni per una trasformazione delle relazioni politiche e sociali.

Abolire la guerra: un compito politico realistico

Spesso si sostiene che la guerra sia inevitabile perché il sistema internazionale sarebbe intrinsecamente anarchico. Tuttavia la storia mostra che molte istituzioni che per secoli sono state considerate normali o inevitabili sono state progressivamente superate. La schiavitù, la guerra di conquista e il colonialismo, per esempio, sono stati a lungo accettati come elementi naturali dell’ordine politico, prima di essere delegittimati e in larga parte aboliti.

In questa prospettiva l’idea di abolire la guerra non rappresenta necessariamente un’utopia irrealistica. Può essere vista come un processo storico e politico che richiede impegno, istituzioni e trasformazioni culturali.

Tra le condizioni necessarie vi è un disarmo multilaterale progressivo, con particolare attenzione agli armamenti di distruzione di massa. È inoltre fondamentale rafforzare le corti internazionali affinché i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità non restino impuniti. Un ruolo decisivo spetta anche al rilancio del multilateralismo, restituendo alle istituzioni internazionali maggiore capacità decisionale e maggiore legittimità.

Un altro elemento essenziale riguarda l’educazione alla cittadinanza globale. Contrastare nazionalismi aggressivi, razzismi e logiche di esclusione significa costruire una cultura politica fondata sull’interdipendenza e sulla responsabilità condivisa. La sicurezza autentica non nasce dall’equilibrio del terrore, ma dalla cooperazione e dalla costruzione di istituzioni capaci di gestire i conflitti senza ricorrere alla violenza armata.

Medio Oriente: autodeterminazione e diritti come via d’uscita

Il conflitto israelo-palestinese rappresenta uno dei nodi più complessi e dolorosi della politica internazionale contemporanea. La sua lunga durata e il suo peso simbolico lo rendono un punto di riferimento centrale per il dibattito sulla pace e sui diritti.

Una soluzione duratura non può basarsi sulla negazione dell’esistenza o della dignità di uno dei due popoli coinvolti. L’idea dei due Stati, spesso richiamata nel diritto internazionale con riferimento ai confini precedenti alla guerra del 1967, esprime il tentativo di garantire sia l’autodeterminazione del popolo palestinese sia la sicurezza dello Stato di Israele.

Libertà e sicurezza, in questo caso, non sono obiettivi incompatibili ma profondamente interdipendenti. Analogamente, la libertà e i diritti del popolo iraniano devono poter essere affermati attraverso processi politici e civili che rispettino la dignità delle persone, senza ricorrere a logiche di destabilizzazione o di ingerenza distruttiva.

Il principio che dovrebbe guidare ogni prospettiva di soluzione resta quello dell’universalità dei diritti. Nessuna popolazione può essere privata delle libertà fondamentali in nome della sicurezza di un’altra. Allo stesso tempo nessuna sicurezza può essere realmente stabile se si fonda sulla violazione sistematica dei diritti umani.

Civiltà o annientamento

L’umanità si trova di fronte a un passaggio storico delicato. La normalizzazione della guerra, del riarmo e della disumanizzazione rischia di trascinare il mondo in una spirale sempre più difficile da arrestare.

L’alternativa non consiste in un pacifismo retorico o disarmato sul piano politico. Richiede piuttosto una trasformazione profonda delle istituzioni internazionali, delle culture politiche e delle responsabilità individuali.

Abolire la guerra, restituire centralità al diritto internazionale, difendere la democrazia e promuovere la nonviolenza non sono semplicemente aspirazioni morali. Possono diventare condizioni necessarie per la sopravvivenza collettiva in un mondo interdipendente e tecnologicamente sempre più potente.

Se la politica dovesse ridursi definitivamente al dominio della forza, la barbarie rischierebbe di diventare un sistema stabile. Se invece si riconosce che ogni essere umano è al tempo stesso fine e custode del mondo comune, allora la nonviolenza può diventare il principio di una nuova civiltà globale.

La scelta non è teorica o lontana nel tempo. Si manifesta ogni giorno nelle decisioni dei governi, nelle istituzioni e nelle coscienze dei cittadini.

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